Marco Santagata.
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DANTE. Il romanzo della sua vita.
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Parte 1.
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2012. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La Commedia  unopera di finzione, ma in et medievale non esistono altre opere di finzione che registrino in modo cos sistematico, tempestivo e quasi puntiglioso fatti della storia, della cronaca politica, della vita intellettuale e sociale contemporanei. E, per di pi, senza temere di addentrarsi in retroscena noti solo per sentito dire o in quello che oggi chiameremmo gossip politico e di costume. Per molti aspetti, assomiglia agli odierni instant-book.
Per linguaggio, freschezza di scrittura ed estro narrativo il libro di Marco Santagata costituisce, nello scenario della letteratura dantesca, una preziosa e piacevole novit. Perch , prima di tutto, lappassionato racconto, il romanzo appunto, della tormentata e semisconosciuta esistenza di un uomo dallio smisurato, che si sent sempre diverso e predestinato, che in ogni amore e in ogni lutto, nella sconfitta politica e nellesilio, e in particolare nel proprio talento, scorse un segno del destino, lombra di una fatalit ineludibile, la traccia di una volont superiore, fino a maturare la convinzione di essere stato investito da Dio della missione profetica di salvare lumanit.
Ed , insieme, il documentato ritratto di un Dante profondamente calato nella vita pubblica e culturale della sua citt, Firenze, e nelle complesse dinamiche della storia italiana tra Due e Trecento (le lotte tra Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, nellambito dellinconciliabile contrasto tra papato e impero, i due soli delluniverso filosofico-politico dantesco). 
Grazie al sapiente intreccio di vicende storiche e private, alla capacit di rendere eloquenti anche i pi labili indizi e alla piena padronanza delle fonti, Santagata raggiunge il duplice obiettivo di ricomporre il quadro pi completo possibile del Dante padre di famiglia, filosofo, poeta, uomo di partito e di corte, e analizzare ogni sua opera (Vita Nova, Convivio, De vulgari eloquentia, Monarchia e Commedia) non solo con gli usuali strumenti del rigore filologico e dellinterpretazione testuale, ma anche e soprattutto alla luce del particolare contesto storico e biografico in cui lautore la concep e le diede forma. 
In questo modo, arte e vita ritrovano le loro intime, autentiche ragioni e finiscono per illuminarsi a vicenda, con riflessi inusuali e, talvolta, stupefacenti.
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L'AUTORE.
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Marco Santagata (1947), docente di letteratura italiana alluniversit di Pisa,  autore di numerose pubblicazioni di storia e critica letteraria. Noti anche in ambito internazionale sono i suoi studi su Petrarca, di cui, fra laltro, ha commentato il Canzoniere (Meridiani Mondadori), e su Dante, delle cui Opere dirige ledizione nei Meridiani Mondadori. Ha recentemente pubblicato il libro Lio e il mondo. Uninterpretazione di Dante (il Mulino, 2011). Allattivit di critico affianca quella di narratore: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il Supercampiello 2003.
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DANTE. Il romanzo della sua vita.
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Parte prima. FIRENZE. 
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1. LA GIOVINEZZA.
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1265 1283.
I fui nato e cresciuto 
sovra l bel fiume dArno a la gran villa.
Le gloriose stelle
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Dante Alighieri nasce a Firenze nel maggio 1265 sotto il segno dei Gemelli. Al fonte battesimale gli viene imposto il nome Durante. Nome che lui non user mai: negli scritti si autonomina e si firma sempre e solamente Dante; Dante lo chiamano i suoi corrispondenti poetici; Dante  lunico nome che figura nei documenti, privati e pubblici, redatti mentre era ancora in vita; Dante, infine,  la forma sulla quale sono state elaborate tutte le interpretazioni del suo nome. Nel Medioevo era diffusa la convinzione che il nome di una persona, se rettamente interpretato (interpretatio nominis)  che non vuol dire interpretato secondo una corretta etimologia , rivelasse il destino di chi lo portava o, meglio ancora, che le azioni compiute da chi lo portava svelassero il significato profondo del nome. Come il nome Beatrice comunica che quella donna  beata di per s e fonte di beatitudine per gli altri, cos il nome Dante segnala che il suo portatore, attraverso le opere, d, elargisce agli altri i grandi doni intellettuali ricevuti da Dio.
Di essere nato sotto il segno zodiacale dei Gemelli lo dice Dante stesso nel Paradiso. Durante la salita allEmpireo, venutosi a trovare proprio in quella costellazione, prega i Gemelli di aiutarlo nellultimo impegnativo tratto della sua ascesa e ricorda come il sole fosse congiunto con loro nel momento in cui, per la prima volta, lui aveva respirato laria di Toscana: quand io senti di prima laere tosco.2 Nellistante del suo primo respiro, quando gli influssi degli astri agiscono con pi forza, quelle gloriose stelle avevano infuso in lui tutto lingegno di cui, grande o piccolo che sia (qual che si sia), si sente dotato. Tuttavia, bench molte volte si occupi di problemi astrologici, e bench insista sulla particolare virt delle stelle che hanno presieduto alla sua nascita, Dante non specifica mai quale influsso particolare esse abbiano esercitato su di lui. Gli astrologi dellepoca sostenevano che, se nella casa dei Gemelli erano presenti anche Mercurio e Saturno (congiunzione che si era verificata proprio nel 1265), i nati sotto il segno erano dotati di eccellenti qualit intellettuali e di particolari capacit di scrittura. Pu darsi che lo pensasse anche Dante. Di sicuro, al di l delle (non molte) dichiarazioni di modestia, egli era convinto che i Gemelli lo avessero provvisto di un notevole ingegno. 
Possiamo essere certi, comunque, che se fosse nato sotto un altro segno, egli avrebbe ugualmente sostenuto che esso lo aveva beneficato in sommo grado. Della personalit di Dante, infatti, laspetto pi rilevante  il suo sentirsi diverso e predestinato. In ci che ha visto, fatto o detto, si tratti della nascita di un amore, della morte della donna amata, della sconfitta politica o dellesilio, lui scorge un segno del destino, lombra di una fatalit ineludibile, la traccia di una volont superiore.  unidea che ha cominciato a nutrire fin da giovane e che si rafforzer nel tempo fino a sfociare nella convinzione di essere stato investito da Dio della missione profetica di salvare lumanit. Come non chiedersi, allora, quale immagine di s desse nella vita di ogni giorno un uomo cos egocentrico e cos persuaso della propria eccezionalit e, soprattutto, come gli altri lo giudicassero? 
Il ritratto vulgato di un Dante sdegnato, superbo, altezzoso, di un uomo dalle granitiche convinzioni che, per amore di verit, sfida i potenti e paga di persona la sua indefettibile coerenza nasce, ovviamente, dalla Commedia: sia da ci che in essa Dante dice di s (sta come torre ferma, che non crolla / gi mai la cima per soffiar di venti,3 ben tetragono ai colpi di ventura4) sia dal ruolo di giudice dellumanit che in essa si arroga. In effetti ci voleva unautostima fuori del comune per emettere tante impietose sentenze, lanciare cos feroci sarcasmi e pronunciare accuse infamanti nei confronti di persone di rango, molte delle quali, per di pi, ancora viventi o delle quali, comunque, erano ancora vivi i diretti discendenti. Tale ritratto, per, non corrisponde del tutto alla realt umana e psicologica di un uomo costretto a barcamenarsi tra fazioni politiche contrapposte, a contemperare i voleri di protettori tra loro spesso divisi e ostili, di un esule senza mezzi materiali alla perenne e infruttuosa ricerca di un luogo che potesse sostituire la patria perduta. 
I contemporanei non sono di grande aiuto a chi voglia ricostruire quale fosse il vero Dante. Fra quelli che lo hanno conosciuto, quasi nessuno ha scritto di lui; solo pochi della generazione successiva ne parlano dopo essersi documentati. 
Giovanni Villani, pi giovane di una decina danni, di Dante era stato, se non amico, conoscente. Nella sua storia di Firenze, sotto la data del 1321, gli dedica un intero paragrafo, nel quale ne traccia anche un breve, ma puntuto, profilo caratteriale: riconosce che con le sue opere ha onorato la citt, ma insinua che nella Commedia si dilett, forse perch esacerbato dallesilio, di garrire e sclamare (parlare in modo aspro) pi del dovuto e poi afferma che la sua sapienza lo aveva reso presuntuoso, schifo e isdegnoso (sprezzante e altero) e, per finire, nota che, come fa un sapiente poco affabile (mal grazioso), non era capace di parlare come si conviene con le persone indotte (co laici), insomma, che era insofferente e maldisposto. 
Giovanni Boccaccio, che non lo ha conosciuto, ma che ha parlato con molte persone che lo avevano conosciuto,  un suo ammiratore incondizionato, e perci il ritratto che ne dipinge  tutto improntato alla lode se non alla vera e propria esaltazione. Tuttavia alcuni tratti sono simili a quelli delineati dal Villani, solo che Boccaccio volge in positivo le notazioni poco simpatetiche dellaltro. Peculiarit di Dante quali il parlare poco e solo se domandato, lamore per la solitudine, il perdersi in immaginazioni e pensieri fino al punto da non accorgersi di ci che gli accadeva intorno, il mostrarsi superbo e disdegnoso molto, sono aspetti propri del saggio e del filosofo, di chi  consapevole della propria grandezza (n gli parve meno valere  che el valesse). Per quanto riguarda la superbia, sebbene Dante stesso si accusi di questo peccato, Boccaccio, da storico scrupoloso, richiede il conforto dei contemporanei, cio di coloro che lo avevano conosciuto in vita. E a testimonianze orali ricorre anche per documentare un lato negativo  che addirittura, si vergogna di dover rilevare  della personalit dantesca, vale a dire lanimosit. Gli risulta che, se toccato sulla politica, si adirasse fino a perdere lautocontrollo, proprio come un pazzo insano (furioso). E ci anche per futili motivi. Pare che in Romagna (dove Dante aveva trascorso gli ultimi anni di vita e dove anche Boccaccio aveva soggiornato) fosse noto a tutti (pubblichissima cosa  in Romagna) che Dante, se udiva una femminella o perfino un ragazzino (piccol fanciullo) sparlare dei Ghibellini, montava in un tale stato di collera che, se non si fossero taciuti, li avrebbe presi a pietrate. Che sia vero sembra poco credibile;  credibile, invece, che in Romagna si fosse tramandata limmagine di un Dante irascibile e ferocemente di parte. Secondo Boccaccio, a scatenare quelle crisi era lodio per i Guelfi, che lo avevano cacciato da Firenze, odio che, per reazione, aveva fatto di lui un fiero ghibellino. Dante, ghibellino non fu mai, ma che la tolleranza non fosse tra le sue virt traspare da ogni suo atto.
Boccaccio schizza anche un ritratto fisico: volto lungo, naso aquilino, occhi grandi e mascelle sporgenti in un accentuato prognatismo (dal labro di sotto era quel di sopra avanzato). Sono particolari che diventeranno canonici nella ritrattistica posteriore, soprattutto quattrocentesca. Ma Boccaccio da dove li ha ricavati? Colpisce che alcuni di quei tratti si riscontrino nella figura affrescata (pare prima del 1337) nella cappella del Palazzo del podest o del bargello, a Firenze: nessun documento attesta che limmagine, un tempo attribuita a Giotto, raffiguri Dante, ma la sua parziale somiglianza con quella, pi tarda (1375-1406), rinvenuta di recente nellantica Sala delludienza del Palazzo dellArte dei giudici e notai, sempre a Firenze, e sicuramente riferibile a Dante, conferma che si tratta proprio di un ritratto dantesco. Boccaccio, dunque, avrebbe potuto vedere quellaffresco, ma forse anche altri oggi perduti. Sennonch egli aggiunge ulteriori particolari, come la bassa statura, il colorito scuro e il fatto che in et matura fosse un po curvo (alquanto curvetto), che non pu aver desunto, soprattutto lultimo, da immagini dipinte, ma che devono essergli stati riferiti da persone che avevano conosciuto Dante. E infatti nomina un Andrea Poggi, uomo idioto, ma dassai buono sentimento naturale (illetterato, ma di naturale buon senso), con il quale pi volte aveva parlato de costumi e de modi di Dante. Ebbene, Andrea, che risulta maggiorenne nel 1304, non solo aveva conosciuto Dante, ma ne era addirittura nipote (era figlio, infatti, di una sorella di Dante di cui ignoriamo il nome) e, per di pi, un nipote a lui straordinariamente assomigliante non solo nei lineamenti del viso, ma anche nella statura della persona e perfino nel portamento, dato che lui pure andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea. Questo per dire che nel ritratto di Boccaccio qualcosa delloriginaria figura di Dante deve essere rimasto, cos come, alla luce di certe coincidenze, qualcosa dei lineamenti del volto deve essere rimasto nellimmagine del Palazzo del podest. Il che significa, allora, che, al di l delle tipizzazioni inevitabili (quasi caricaturale, se  la sua,  limmagine graffita nel Trecento su un muro al pianoterra del convento fiorentino della SS. Annunziata, gi di Santa Maria di Cafaggio), in alcuni degli elementi pi topici dellimmagine divenuta tradizionale (il prognatismo, se non il naso aquilino) possiamo scorgere almeno un barlume della fisionomia dantesca.
La cerchia antica e la gente nova.
Dante nasce nella casa di famiglia sulla piazza retrostante la chiesa di San Martino al Vescovo, nel sestiere di San Pier Maggiore, quasi dirimpetto alla torre, ancora esistente, della Castagna, a due passi dalla chiesa della Badia e dal Palazzo del podest. La casa degli Alighieri, dunque, si trovava circa a met strada tra il duomo e lattuale piazza della Signoria, a est dellodierna via dei Calzaiuoli. Quando Dante, nel 1302, fu condannato allesilio, alla confisca e alla distruzione dei beni, la casa non fu rasa al suolo: lo imped il fatto che egli ne condivideva la propriet con il fratellastro Francesco. Nei primi decenni del Quattrocento era ancora in piedi. Leonardo Bruni racconta di un pronipote di Dante di nome Leonardo, discendente del primogenito Pietro, il quale, venuto a Firenze con altri giovani da Verona, dove la famiglia risiedeva ormai da due generazioni, si era rivolto a lui per avere informazioni sullillustre trisavolo: in quelloccasione Bruni gli aveva mostrato le case di Dante et de suoi antichi e gli aveva dato notizia di molte cose a lui incognite.
La casa  assai decente, a detta di Bruni  doveva essere di modeste dimensioni. Eppure nella Vita Nova, che si presenta come autobiografica, Dante accenna pi volte a una sua camera nella quale si ritirava in solitudine a pensare, a piangere e anche a dormire. Linsistenza sul fatto che un ambiente domestico fosse a sua esclusiva disposizione colpisce non poco, sia perch nelle case medievali non esistevano spazi differenziati e destinati alluso di un solo membro della famiglia, sia perch nella piccola casa degli Alighieri, negli anni nei quali  ambientata la storia della Vita Nova, oltre a Dante vivevano almeno la moglie, forse un figlio, la matrigna e il fratellastro.  poco credibile, dunque, che egli vi avesse una sua camera. Solamente le persone molto ricche potevano godere di spazi adibiti a studio o a stanza da letto e preclusi agli altri. Se la possibilit di avere un ambiente domestico personale denotava una condizione signorile,  pi che probabile che con linsistere sulla camera Dante volesse alludere a un suo stile di vita aristocratico: anche questo sarebbe uno dei tanti segni di distinzione con i quali egli cerca di negare le sue origini mediocri per collocarsi a un livello sociale pi elevato.
Anche se la casa era modesta, San Pier Maggiore era quello che oggi diremmo un buon quartiere. Vi abitavano famiglie magnatizie  alcune nobili, altre insignite della dignit cavalleresca  e popolane, senza quarti di nobilt, anzi, il pi delle volte di origini assai umili, ma molto facoltose. Magnatizie o no, erano famiglie influenti. Alcune, come i Portinari, la famiglia dorigine di Beatrice, eserciteranno un ruolo importante nella vita di Dante; altre, come i Cerchi e i Donati, addirittura decisivo: sar lo scontro esiziale tra le fazioni guidate da queste due consorterie a causare il suo esilio. Come tutti i sestieri, anche San Pier Maggiore era diviso da interessi economici, soprattutto bancari e commerciali, e politici: in una prima fase, Guelfi contro Ghibellini; in seguito, Guelfi neri (Donateschi) contro Guelfi bianchi (Cerchieschi). E tuttavia le famiglie rivali vivevano gomito a gomito in case fortificate e munite di torri poste luna a contatto dellaltra ed erano, proprio per questo, sempre attente a preservare il controllo della propria zona residenziale e pronte a sfruttare ogni occasione per accrescerla. I matrimoni venivano contratti di preferenza tra residenti in case vicine proprio per poter ingrandire in modo omogeneo i possedimenti immobiliari. Pi vasta era la porzione direttamente controllata e pi forte era linfluenza sullintero quartiere. Il pericolo maggiore era che altre famiglie si insinuassero nel proprio territorio. Una delle cause scatenanti della lotta che sarebbe terminata solo a fine secolo, e con esiti drammatici, tra le famiglie appena ricordate dei Donati e dei Cerchi fu proprio un problema di invasione del territorio. I Cerchi, ricchissimi ma di bassi natali, erano arrivati a possedere una parte considerevole del sesto: nel 1280 vi avevano acquistato anche le case di propriet dei Guidi, conti palatini, una delle pi eminenti dinastie feudali fra Toscana e Romagna, le avevano ristrutturate e vi conducevano una vita sfarzosa. I Donati, di antica nobilt ma meno provvisti di mezzi, si ritenevano i maggiorenti del sestiere e, vedendo minacciata la loro supremazia, cominciarono a covare odio misto a disprezzo per quei vicini senza passato che esibivano spudoratamente la loro potenza economica.
La Firenze in cui Dante ha vissuto fino allet di trentasei anni non assomigliava alla citt che poi sarebbe diventata famosa nel mondo per i suoi monumenti architettonici. Ovviamente, non cerano n il campanile di Giotto n la cupola di Brunelleschi n i palazzi dellet medicea, ma non si ergevano ancora neppure Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore. La Firenze di Dante  una citt medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini intervallato qua e l da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose, ma di piccole dimensioni; le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli. I grandi clan familiari le costruiscono in parte per segnalare il loro potere, ma soprattutto a difesa delle case e delle botteghe sottostanti e come postazioni elevate dalle quali colpire in un vasto raggio intorno. Difendersi e minacciare erano operazioni entrambe necessarie in una citt nella quale le rivalit tra privati e gli odi di parte degeneravano in violenze e scontri quasi quotidiani. Insomma, a disegnare il profilo della citt erano le torri e i campanili, non architetture monumentali, civili o religiose. Sar solo verso la fine del secolo che cominceranno i lavori per alcuni grandi progetti architettonici che ancor oggi plasmano limmagine di Firenze. Nel maggio 1279 i domenicani del convento di Santa Maria Novella pongono solennemente la prima pietra di una chiesa che nelle loro intenzioni sarebbe dovuta diventare una delle pi grandi dItalia; nel 1284  rinnovata (forse dal grande architetto Arnolfo di Cambio) la vecchia Badia; nellottobre 1295 i francescani iniziano la costruzione di Santa Croce; lanno dopo comincia la trasformazione, su progetto di Arnolfo di Cambio, dellantica ma piccola cattedrale di Santa Reparata nellimponente Santa Maria del Fiore; nel febbraio 1299, sempre su progetto di Arnolfo, prendono il via i lavori del Palazzo dei priori (poi detto della Signoria e, infine, Palazzo Vecchio). Sono imprese la cui realizzazione richieder anni di lavoro, alcune addirittura secoli. 
Nellultimo periodo in cui ha abitato a Firenze, Dante ne ha visto i cantieri, ha passeggiato sotto le impalcature. Quei maestosi edifici, per, non hanno fatto in tempo a imprimersi nel suo immaginario come nuovi simboli della citt. Nemmeno il duomo di Santa Maria del Fiore, che pure, bench lontano dallessere completato, gi veniva utilizzato (e celebrato come nuova gloria cittadina) quando lui viveva ancora a Firenze. Dante non lo nomina mai. Al centro dellimmagine della citt che egli si porta dietro nellesilio resta il Battistero di San Giovanni. Fino agli inizi del Trecento il suo bel San Giovanni5 era stato non solo ledificio pi grande e pi riccamente decorato di Firenze, ma il tempio cittadino per antonomasia, quello in cui si svolgevano le pi significative cerimonie liturgiche, in cui il Comune custodiva il carroccio e depositava i trofei di guerra. Nessunaltra costruzione faceva concorrenza a questo simbolo religioso e civile della citt. 
Insomma, la Firenze in cui Dante nasce e trascorre la prima parte della vita non  una citt che si imponga per la grandiosit dei monumenti o lo sfarzo dei palazzi. La sua rivale storica, Pisa, per numero, dimensioni e ricchezza degli edifici (si pensi solo al complesso marmoreo duomo-battistero) forniva ben altro colpo docchio. Firenze, per, non era una citt piccola (intorno al 1280 contava tra i quaranta e cinquantamila abitanti, pertanto era fra le pi ragguardevoli in Europa) e, soprattutto, era in piena espansione, mentre Pisa era in declino.
Gi intorno alla met del Duecento la cerchia di mura che alla fine del secolo precedente aveva sostituito lantica cinta romano-bizantina si era rivelata insufficiente: al di l del perimetro murario erano sorti monasteri, chiese, borghi di notevole dimensione. E cos, a cominciare dal 1285, si procedette a costruire una terza cerchia fortificata, i cui lavori terminarono solo nel 1333. Essa, alla fine, aveva un perimetro di otto chilometri e mezzo; del resto, a quella data la popolazione era quasi raddoppiata rispetto a quella del 1280.
Firenze, dunque,  una citt dinamica. La sospinge uno straordinario sviluppo economico. Il cuore delleconomia fiorentina  la finanza.  impressionante il numero delle sue compagnie bancarie e mercantili (le due attivit erano quasi sempre congiunte): hanno la loro base in citt, ma operano sullintero scacchiere europeo e mediterraneo attraverso un sistema di filiali e di alleanze in grado di coprire i mercati pi importanti, dalle Fiandre allInghilterra, dalla Francia al Regno di Sicilia, al Nord Africa. Il cuore della finanza fiorentina  il fiorino. Questa moneta di ventiquattro carati doro, che su una faccia aveva impresso il giglio simbolo della citt e sullaltra leffigie di Giovanni Battista, suo protettore, fu coniata a partire dal novembre 1252 e ben presto si impose come la principale moneta degli scambi internazionali, una sorta di dollaro dellepoca, che aveva corso perfino tra i Saraceni. Il famoso teologo e predicatore domenicano Remigio dei Girolami arriva a proclamare che il fiorino era uno dei sette doni concessi a Firenze dalla Provvidenza. Lo sviluppo economico e laccresciuto ruolo di Firenze come potenza regionale provocano un cospicuo fenomeno di inurbamento, alimentato non solo dallimmigrazione di manodopera dal contado, ma anche dallinsediarsi in citt di proprietari terrieri e di detentori di diritti feudali, nonch di artigiani, giudici, avvocati e notai provenienti da altri centri urbani.
Niente di tutto ci piaceva a Dante. Per lui il fiorino era un maladetto fiore6 sbocciato dalla corruzione. Era il simbolo tangibile del pervertimento della societ. I nuovi potenti, divenuti tali grazie agli affari, avevano sostituito il guadagno alle virt civiche e militari delle antiche famiglie magnatizie. La grandezza, la confusione, lattivismo di una citt nella quale nobili e popolani erano tutti dediti a una qualche occupazione economica suscitano in lui il rimpianto della piccola Firenze di centanni prima, della citt che, dentro da la cerchia antica7 delle mura, viveva sobriamente, ma con decoro, pace e pudicizia, e regolava i tempi della giornata lavorativa sul suono delle campane della Badia. I fiorentini allora si sentivano parte di una comunit ristretta, rispettosa di gerarchie sociali immutabili (fida cittadinanza),8 ignara degli sconvolgimenti prodotti dallarrivo dei forestieri del contado (la gente nova) e dai rapidi arricchimenti di famiglie senza passato (i sbiti guadagni).9 Nessuno, a quei tempi, avrebbe potuto prevedere che i Guidi, i conti per antonomasia, si sarebbero dovuti piegare ad avere residenze in citt, proprio nel vicinato degli Alighieri; ma, peggio ancora, che quelle case poi sarebbero state acquistate dai Cerchi, una famiglia di origini oscure immigrata dalla Val di Sieve. E tanto meno i felici abitanti dellantico San Pier Maggiore avrebbero immaginato che un giorno nel loro quartiere si sarebbe sparso il puzzo / del villan dAguglion,10 del giurista Baldo proveniente dal castello di Aguglione in Val di Pesa. Durante lesilio Dante sar sferzante nei confronti dei Cerchi e, ancor pi, di Baldo dAguglione: i suoi giudizi nasceranno dalla delusione, perch lui a Firenze era stato uomo dei Cerchi, e dallodio personale, perch anche con Baldo, prima che questi diventasse suo nemico, per un breve periodo aveva avuto una qualche consonanza politica. E tuttavia Dante, sebbene rispetto agli umanisti alla Petrarca, cos brillantemente internazionali e super partes, appaia per carattere e per formazione uomo di municipio, in realt non fu mai in sintonia con la societ fiorentina, nemmeno quando godeva dei diritti di cittadinanza. Ne avversava proprio la modernit, cio il progresso economico e la mobilit sociale. 
Tra le molte contraddizioni della sua personalit spicca il modo antitetico nel quale egli valuta le innovazioni a seconda che incidano sulla sfera artistico-culturale o su quella politico-sociale. Dante ritiene, ed  un pensiero del tutto originale, che lo scorrere del tempo abbia un ruolo decisivo nel trasformare i fenomeni culturali: le lingue naturali sono instabili e incessantemente mutevoli; le arti e la letteratura sono anchesse in movimento: Franco Bolognese supera larte di miniare di Oderisi da Gubbio, Giotto soppianta Cimabue, Cavalcanti toglie a Guinizelli la gloria della lingua, il dolce stil novo si lascia alle spalle tutta la produzione lirica da Giacomo da Lentini a Guittone dArezzo e Bonagiunta da Lucca. Ebbene, lintellettuale che mostra di avere una cos acuta percezione della storicit dei fenomeni culturali, quando volge lo sguardo alle dinamiche sociali, economiche e politiche della sua epoca vorrebbe bloccare il corso della storia, anzi, riportare indietro le lancette dellorologio. Rifiuta in blocco gli assetti produttivi basati sulla manifattura, il commercio e la finanza, il rimescolamento del tessuto sociale dei Comuni da essi prodotto (la cittadinanza, ch or mista),11 le nuove forme signorili di governo (che lui chiama tirannidi), il deperimento delle giurisdizioni feudali, la centralit della finanza nei rapporti tra Stati e signorie. Dante considera il dinamismo sociale degenerazione dei costumi e perversione dei valori; la perdita di ruolo e di potere degli antichi ceti dominanti, caduta dei pilastri dellordine comunitario; la concorrenza aspra tra le citt e laffermarsi di istituzioni signorili, disordine esiziale per la pacifica convivenza della cristianit.  convinto che la salvezza verr solo ritornando indietro alla serena e domestica Firenze premercantile, allepoca in cui la cristianit poggiava sullequilibrio tra i due soli (papato e impero), a un assetto sociale gerarchico e stabile imperniato sulla nobilt feudale. Tornare indietro e bloccare il tempo. Ricostituire un mondo immobile, garantito da un disegno istituzionale immutabile, simile in questo alleterna corte celeste del Paradiso.
Tra distruzione e ricostruzione
La Firenze in sommovimento punteggiata di cantieri, coperta di impalcature, popolata di operai e percorsa da carri carichi di materiali da costruzione, Dante lha vista negli ultimi ventanni in cui vi ha abitato; ben altra immagine della citt aveva avuto davanti agli occhi in quelli precedenti. Firenze gli mostrava strade sventrate, cumuli di macerie, abitazioni scoperchiate, torri diroccate o mozzate. Per non dire che, addirittura, ha rischiato di non vederla. Sono state le aspre lotte, una vera e propria guerra civile, tra Guelfi e Ghibellini a provocare continue distruzioni e a far correre alla citt il rischio di essere rasa al suolo. 
Nel tredicesimo secolo il prevalere delluno o dellaltro partito non si configurava come una normale alternanza al potere. A Firenze, e nelle altre citt, lo spoils system ai danni dei perdenti consisteva nella spoliazione dei beni, quando non della vita stessa. Se riuscivano a salvare la pelle, gli sconfitti venivano confinati o esiliati; subivano il saccheggio delle abitazioni, la confisca o la distruzione delle case e dei luoghi di lavoro. Ci a seguito di processi pi o meno regolari. Ma innumerevoli erano le vendette private e i regolamenti di conti perpetrati senza alcuno schermo legale. E questo era il motivo che spesso induceva anche chi non era stato colpito da un bando a emigrare di propria volont. La giustizia vessatoria e le persecuzioni private scavavano tra le parti un fossato dodio che si allargava sempre pi dal momento che il susseguirsi di vittorie e di sconfitte comportava il ripetersi delle spoliazioni e dei bandi. La spirale dellodio finiva per dividere i clan familiari pi ampi e per frantumare perfino quelli ristretti. In citt la convivenza era precaria, soggetta a improvvisi scoppi di violenza collettiva e a colpi di mano di singoli individui anche nei periodi di tregua, quando le fazioni cercavano di collaborare.
La divisione in Guelfi e Ghibellini non era solo un fenomeno interno. Entrambi i partiti avevano alleati in altre citt e rapporti stretti con i maggiori fautori internazionali dellimpero e della Chiesa. Perci le lotte intestine si intrecciavano con le questioni di politica estera, e le conseguenze non erano di poco conto. Ne  un esempio proprio la proposta di distruggere Firenze fatta dai rappresentanti del re di Sicilia Manfredi  capo dello schieramento ghibellino intorno alla met del secolo  in un congresso tenuto a Empoli dai vincitori della battaglia di Montaperti, in cui, nel settembre 1260, i fuorusciti ghibellini di Firenze, i senesi e le forze imperiali di Manfredi avevano inflitto una disastrosa sconfitta ai fiorentini governati dai Guelfi. La proposta non pass per lopposizione dei Ghibellini di Firenze guidati dal capo carismatico Manente degli Uberti, detto Farinata (immortalato da Dante nel canto decimo dellInferno). Firenze non fu rasa al suolo, ma semidistrutta s. I Ghibellini, rientrati in citt, infierirono sugli sconfitti con bandi desilio, proscrizioni, confische e con la distruzione dei beni immobili. Siccome solo due anni prima erano stati i Guelfi ad abbattere le case dei Ghibellini, alla fine del 1260 Firenze doveva essere in gran parte coperta di macerie. Ma non era finita. Sette anni dopo, a seguito della sconfitta di Manfredi a Benevento (1266), le parti si rovesceranno. I Ghibellini saranno proscritti ed esiliati, i loro beni confiscati e molti loro possedimenti smantellati. Le macerie di queste e delle precedenti distruzioni saranno visibili per molti anni. Il giovane Dante, camminando per le vie della citt, avr visto una Firenze semidiroccata, costellata di ferite profonde e non rimarginate. Ferite del tessuto urbanistico che resteranno aperte per molti anni, in certi casi per sempre. Alcuni dei complessi edilizi allora abbattuti, infatti, non saranno pi riedificati. Le case e le torri della famiglia Uberti, la pi potente e illustre dello schieramento ghibellino, situate nel sesto di San Pier Scheraggio in unarea vicina allattuale Palazzo Vecchio, furono rase al suolo e le macerie rimasero in loco per decenni. Lo spazio che esse occupavano non fu mai pi edificato, tanto che quellarea fin per confluire nellattuale piazza della Signoria, accanto al Palazzo dei priori. 
Nel 1280 le parti in lotta formalizzeranno una contrastata pacificazione: si aprir la fase della ricostruzione. I Ghibellini riedificheranno le case abbattute; cominceranno i lavori per grandi opere civili e religiose; le rovine, che per ventanni avevano ingombrato le strade, saranno utilizzate per consolidare i terrapieni della nuova cinta muraria.
Dante ha abitato in una citt dai due volti, ma con un tratto comune, linstabilit. Viene da chiedersi se la visione di una Firenze presa nel ciclo distruzione-ricostruzione, e perci costantemente in movimento, non abbia acuito il suo desiderio di stabilit cooperando al formarsi della grande utopia regressiva del ritorno allantico, alla Firenze immobile nella sua struttura urbana e sociale.
Guelfi e Ghibellini: le radici dellodio
Dante  stato un politico di secondo piano. Della sua attivit pubblica le cronache del tempo o tacciono o parlano solo di sfuggita. Eppure la politica ha condizionato la sua vita pi di ogni altra cosa. Vissuto in una citt stabilmente guelfa, ne fu cacciato a causa delle divisioni che verso la fine del Duecento lacerarono il partito al potere; da esule, nel suo peregrinare tra citt e castelli dellItalia centro-settentrionale, rimase coinvolto anche nelle ostilit, che in patria non aveva sperimentato di persona, tra Guelfi e Ghibellini.
I termini guelfi e ghibellini sono la trasposizione italiana dei nomi che in Germania, nel dodicesimo secolo, designavano rispettivamente i sostenitori dei pretendenti alla corona imperiale della casata bavarese e sassone dei Welfen e i fautori degli Hohenstaufen, signori del castello di Wibeling. NellItalia centro-settentrionale i due termini cominciarono a diffondersi durante lo scontro tra i papi e limperatore Federico secondo, quando finirono per designare gli schieramenti filopapale (Guelfi) e filoimperiale (Ghibellini). Anche se la divisione in due partiti delle citt e delle consorterie feudali era correlata a questioni che travalicavano gli ambiti locali, a determinare la composizione degli schieramenti erano interessi e situazioni socio-culturali peculiari a ciascuna citt. Insomma, il pi delle volte il dichiararsi Guelfi o Ghibellini forniva una copertura ideologica alle lotte, endemiche nella societ comunale, tra grandi famiglie, ciascuna delle quali era a capo di un proprio sistema di alleanze e di relazioni economiche. 
A Firenze, citt a cui, nella seconda met del tredicesimo secolo, la finanza conferisce una spiccata proiezione internazionale, i legami tra vicende interne e politica estera sono particolarmente stretti. Il fatto che le rivalit tra i partiti si intreccino con i rapporti finanziari e commerciali sullo scacchiere internazionale trasforma, a partire da Montaperti, quello che nei primi decenni era uno scontro limitato alla fascia ristretta della classe di governo in una lotta che coinvolge linsieme della cittadinanza. A essere messo in gioco, infatti,  il destino della citt, non di questo o quel gruppo dirigente. Loligarchia al potere era costituita dalle famiglie magnatizie, i cosiddetti Grandi. I magnati, considerati tali non solo per nobilt di sangue, ma anche per censo e per stile di vita, si distribuivano tra i due partiti, anche se, in linea di massima, laristocrazia destrazione feudale era pi vicina a quello dellimpero, mentre laristocrazia del denaro, pi aperta al cosiddetto popolo, cio a quel composito aggregato di mercanti, artigiani ricchi, proprietari di immobili che costituiva il nerbo della societ fiorentina, propendeva per il partito del papa. 
Con Federico secondo di Svevia, del casato degli Hohenstaufen (1194-1250), la lotta per la supremazia tra gli imperatori germanici e il papato  iniziata con il nonno Federico I detto Barbarossa e proseguita con il padre Enrico sesto  diventa una questione prevalentemente italiana. A Federico secondo, infatti, era riuscito di unificare in una sola persona il titolo di re di Sicilia (1198) e di imperatore dei Romani (1220), e proprio questo i papi temevano pi di ogni altra cosa. Il Regno di Sicilia, comprendente, oltre allisola, lintera Italia meridionale, dal punto di vista formale era feudo del papa, ma in realt godeva di una piena autonomia; anche limpero vantava diritti sullItalia centro-settentrionale, ma le citt comunali e le signorie si comportavano come citt-Stato del tutto indipendenti. Il papato temeva che un imperatore che avesse avuto il controllo sia della Germania sia dellItalia meridionale sarebbe stato spinto a collegare i due domini ripristinando il suo potere sul resto della penisola. Se ci fosse accaduto, i territori dellItalia centrale e della Romagna sui quali il papa esercitava la propria diretta autorit (i cosiddetti possedimenti di San Pietro) sarebbero stati accerchiati e, soprattutto, sarebbe stata molto ridimensionata linfluenza pontificia sulle vicende italiane. Il timore era giustificato, perch fu proprio ci che Federico secondo cerc di fare. Fu questo disegno politico a far s che, in vita, egli fosse additato come eretico e messo del demonio, e che la fama di nemico della Chiesa e della cristianit lo seguisse per secoli.
Firenze per tradizione (e per interesse) era filopapale; le sue maggiori rivali in Toscana, Pisa e Siena, erano filoimperiali. Sebbene Federico secondo fosse riuscito a imporre una sostanziale egemonia ghibellina sulla regione, Firenze aveva resistito a lungo. Tuttavia nel gennaio 1249 un contingente militare inviato dallimperatore al comando del figlio Federico dAntiochia ne aveva rovesciato il governo e aveva costretto i Guelfi al potere a lasciare la citt. Ma la vittoria ghibellina era stata di breve durata. Nel dicembre 1250 Federico secondo muore allimprovviso; i Ghibellini, che gi prima della scomparsa dellimperatore una sollevazione popolare aveva messo in seria difficolt, sono esautorati dal potere. Si instaura un governo (detto poi di primo popolo per distinguerlo dal secondo popolo degli anni Ottanta) guidato dai ceti produttivi (il popolo, per lappunto) e imperniato sulle compagnie artigiane.  espresso da loro il nuovo magistrato, il capitano del popolo, che adesso affianca il tradizionale podest. Bench non si presenti in modo esplicito come di parte,  comunque un governo a forte impronta guelfa, tanto  vero che un gruppo di Ghibellini viene espulso dalla citt gi nel luglio 1251. Tale impronta si far sempre pi marcata negli anni successivi, e ci complicher la convivenza con la parte ghibellina. Per quasi dieci anni, tuttavia, Firenze godr di una relativa stabilit, e siccome in questa citt i rivolgimenti politici sono la norma,  comprensibile che i cronisti fiorentini dei decenni posteriori (tutti guelfi convinti) abbiano mitizzato questa fase come una specie di et delloro della vita comunale (in questo periodo viene coniato il fiorino ed eretto il Palazzo del capitano del popolo). 
Lequilibrio italiano (e di conseguenza fiorentino) si rompe nel 1258, quando Manfredi, figlio naturale di Federico secondo, violando i diritti dellerede legittimo Corradino, ottiene la corona di re di Sicilia e di Puglia e riprende la politica del padre con il sostegno delle forze ghibelline del resto dItalia. I Ghibellini di Firenze, guidati da Farinata degli Uberti, rompono subito la tregua, ma il loro tentativo di rovesciare il governo cittadino  stroncato: banditi dalla citt, si rifugiano a Siena. La guerra tra i due schieramenti, comunque,  inevitabile. Si concluder il 4 settembre 1260 con la gi citata battaglia di Montaperti: qui i Guelfi di Firenze e i loro alleati (i lucchesi in prima fila) sono sbaragliati dalle forze congiunte dei senesi, della cavalleria tedesca inviata da Manfredi e dei fuorusciti ghibellini di Firenze.  una battaglia che segna il corso della storia fiorentina e che rester impressa per decenni nella memoria della citt. I fiorentini, soprattutto guelfi, non dimenticheranno n la strage di concittadini (Dante ricorder lArbia, il fiume che scorre presso il campo di battaglia, colorata in rosso12 dal sangue dei caduti) n la sorte terribile di gran parte delle migliaia di prigionieri rinchiusi nelle carceri di Siena: ben ottomila morirono durante la prigionia, i superstiti saranno liberati solamente dieci anni dopo, nellagosto 1270. Subito dopo la sconfitta i Guelfi lasciano in massa la citt e si rifugiano in prevalenza nellamica Lucca. Loligarchia ghibellina assume il totale controllo del governo: abolisce la magistratura del capitano del popolo e procede a confische, distruzioni e bandi desilio nei confronti degli sconfitti. Dopo Montaperti gli imperiali di Manfredi sembrano avere il totale controllo della Toscana: nel 1264 anche Lucca espelle i Guelfi, sicch i fuorusciti fiorentini sono costretti a emigrare nuovamente, molti di loro a Bologna. 
A questo punto  il papato a prendere liniziativa. Di fronte al riapparire della minaccia sventata al tempo di Federico secondo, Clemente quarto mette in atto due contromosse: da un lato intimorisce i banchieri di Firenze, ben attenti a preservare i loro cospicui interessi nellamministrazione della curia papale; dallaltro sollecita lintervento di una potenza non italiana. Nel 1265 offre la corona del Regno meridionale al conte di Provenza Carlo dAngi, fratello del re di Francia Luigi nono.  un gesto che non solo cambier il corso della guerra contro gli Svevi, ma che incider per secoli su quello della storia italiana. Sceso in Italia, nel gennaio 1266 Carlo  incoronato a Roma re di Sicilia e inizia le ostilit contro Manfredi. La guerra si risolve ben presto con la sconfitta e luccisione di Manfredi a Benevento nel febbraio dello stesso anno. A Firenze, dopo un tentativo di governo quasi congiunto delle due fazioni, nellaprile 1267, con larrivo in citt della cavalleria francese, i Ghibellini si danno alla fuga e la citt si consegna a Carlo dAngi, il quale, in maggio, assume per sette anni la carica di podest (funzione che eserciter mediante vicari). Un ultimo tentativo di riscossa dei Ghibellini italiani promosso da Corradino di Svevia, nipote di Federico secondo, che nellaprile 1268 sbarca a Pisa per muovere guerra a Carlo dAngi,  stroncato in agosto a Tagliacozzo. Corradino  fatto prigioniero e decapitato a Napoli pochi mesi dopo.
La rovina degli Svevi non segna la fine del conflitto tra il partito papale e quello imperiale  pur intervallato da fasi di latenza, e senza pi toccare i picchi drammatici del periodo svevo, esso proseguir ancora per oltre mezzo secolo , ma segna la fine della presenza ghibellina in Firenze. Il governo guelfo si identificher sempre pi con le istituzioni cittadine, al punto che le organizzazioni del partito diventeranno gli organi effettivi di governo della citt. Firenze si legher strettamente alla corte angioina di Napoli e alla curia pontificia. Banchieri e finanzieri ne ricaveranno notevoli benefici economici, ma la citt sar messa sotto tutela. La dipendenza dagli Angioini di Napoli si allenter solamente agli inizi degli anni Ottanta, quando Firenze si dar un nuovo assetto istituzionale che porr al centro del governo una magistratura collegiale formata da persone, i priori, elette per un tempo limitato. 
Gli Alighieri: tra storia e romanzo familiare
Gli Alighieri sono guelfi, pertanto la circostanza che Dante nasca in Firenze nel maggio 1265, molti mesi prima della vittoria guelfa di Benevento, pu significare o che, dopo Montaperti, la madre non aveva seguito il padre nellesilio o che il padre non era emigrato e, tanto meno, era stato bandito. Questa seconda eventualit, stante la scarsa rilevanza pubblica del padre di Dante, sembra la pi plausibile. Sebbene negli anni del ghibellinismo trionfante alcuni Alighieri siano stati banditi (tra questi Geri del Bello o di Bello, cugino del padre di Dante, il quale, nel 1269, otterr modici risarcimenti per i danni subiti dalla sua casa), possiamo ritenere che Dante non appartenesse a una famiglia di guelfismo intransigente.
Le prime notizie documentate di un capostipite degli Alighieri in Firenze sono relative a un Cacciaguida vissuto nel dodicesimo secolo. Anche Dante, che far di Cacciaguida uno dei personaggi pi importanti della Commedia, dater la storia a lui nota della sua famiglia proprio a partire da questo trisavolo, che, a suo dire, avrebbe sposato una donna della Valle Padana dalla quale sarebbe derivato il nome Alighieri. Ben poco di certo noi possiamo dire intorno a Cacciaguida, ma nemmeno possiamo attenerci in tutto a quanto ce ne dice Dante. Le affermazioni che il trisavolo era stato creato cavaliere niente meno che da un imperatore, un non meglio definito imperador Currado,13 e che era morto combattendo sotto linsegna crociata in Terra Santa suscitano non poche perplessit. Si  pensato che esse vadano ricondotte al desiderio di Dante, particolarmente manifesto al tempo della Commedia, di nobilitare una famiglia dorigine che, nella realt, non poteva vantare n radici nobiliari n annoverare cavalieri, tanto meno poi di investitura imperiale. Anche laccenno che Cacciaguida fa ai fratelli Moronto ed Eliseo (dei quali, peraltro, esiste qualche traccia documentaria) potrebbe rientrare in questa stessa strategia, dal momento che esso suggerisce un rapporto degli Alighieri con gli Elisei, una delle famiglie fiorentine di pi antica nobilt. Cacciaguida parla anche di un figlio di nome Alighiero, bisnonno di Dante, che da pi di cento anni si starebbe purgando del peccato di superbia. E la menzione della superbia, un peccato tipicamente nobiliare, sembra proprio un altro tratto inteso a completare limmagine di famiglia un tempo altolocata che Dante sta tracciando.
Di questo Alighiero (che chiameremo Alighiero primo per distinguerlo dallomonimo padre di Dante, qui sotto citato come Alighiero secondo) non sappiamo quasi niente, se non chebbe case in S. Martino del Vescovo e che da lui nacquero Bello e Bellincione, i quali quelle case, a tempo debito, si spartirono. Bello fu persona autorevole, tanto da essere insignito del titolo di cavaliere; Bellincione, che esercit la professione del cambiatore, cio del piccolo prestatore di denaro, fu lui pure un personaggio onorevole, ma non godette dellautorevolezza del fratello. Con i figli di Alighiero primo la famiglia si divide in due rami. Il primogenito di Bellincione  Alighiero secondo. Dante nasce dal suo primo matrimonio con una donna di nome Bella (Gabriella). Siccome Bellincione doveva avere un certo prestigio sociale, non sarebbe strano che egli avesse combinato le nozze di suo figlio con una donna di riguardo. La moglie di Alighiero secondo, dunque, potrebbe essere stata Bella di Durante degli Abati, una famiglia ricca, potente e residente nello stesso quartiere. Ci spiegherebbe gli stretti rapporti che Durante intratterr con Dante e i suoi fratelli, sia facendosi garante di prestiti a loro concessi sia ottenendo la loro garanzia su debiti da lui contratti. E ci spiegheremmo anche lorigine del nome Durante, un omaggio di Alighiero secondo allonorevole suocero.  vero, gli Abati erano dei fieri Ghibellini; ma  anche vero che, come si  detto, i matrimoni tra famiglie politicamente divise erano frequenti, anzi, erano praticati come strumento per acquietare le contese. Pi in generale, guardando lalbero genealogico degli Alighieri, si nota che mentre le generazioni pi antiche di entrambi i rami avevano, come era consuetudine delle famiglie medio-alte, un deposito familiare di nomi a cui attingere, soprattutto per i maschi, ragion per cui si ripetono i nomi Alighiero, Bellincione, Bello, Cione, Bellino, Belluzzo, proprio a partire dai fratelli di Dante tale pratica si perde: segno che lidentit di clan si era allentata. 
Per motivi a noi ignoti, il prestigio di cui doveva godere Bellincione, durante la vita del figlio Alighiero secondo in parte si dissip. Ne  un indizio il fatto che, morta la prima moglie e, con ogni probabilit, anche il padre, Alighiero secondo contrae un secondo matrimonio con una donna di nome Lapa, figlia di un mercante, Chiarissimo Cialuffi, ricco s, ma la cui famiglia non compare fra quelle che contano in Firenze. Da Bella, Alighiero secondo aveva avuto tre figli: Tana (Gaetana), nata intorno al 1260, sposata con Lapo Riccomanni forse intorno al 1275, comunque prima del 1281, e vissuta fin oltre il 1320; una seconda figlia, non identificata, che sappiamo avere sposato tale Leone Poggi, da cui quellAndrea Poggi a cui Boccaccio ricorre per avere notizie sullo zio famoso, e infine, terzogenito, Dante. Da Lapa ebbe un figlio solo, Francesco. 
Di Alighiero secondo sappiamo ben poco di documentato: nato forse intorno al 1220, molto probabilmente era gi morto poco dopo il 1275. Dante, dunque, sarebbe nato quando lui era in et molto matura. Alcuni atti notarili lo mostrano come uomo daffari, prestatore di denaro e intermediatore di terreni, soprattutto nel territorio di Prato; in una prima fase in societ con il padre e con i fratelli, e poi autonomamente. I maneggi finanziari e le compravendite di Alighiero secondo dovevano essere sufficientemente fruttuosi, ma forse  eccessivo affermare, come si trova spesso scritto, che egli alla sua morte lasci i figli in agiate condizioni economiche. I beni di propriet dei fratelli Dante e Francesco, ancora indivisi quando nel 1302 il primo fu bandito dalla citt, erano costituiti dalla casa di famiglia in San Martino  una casa piccola, a quanto pare , da un podere con edificio principale, annessi e alcuni appezzamenti di terreno circostanti, situato a San Miniato di Pagnolle, a poca distanza da Firenze, da un altro podere nella parrocchia di San Marco in Camerata, nella valle del Mugnone e, infine, da un casolare con un orto e un piccolo pezzo di terra situato nel popolo (parrocchia) di SantAmbrogio, a ridosso della terza cerchia di mura, verso il torrente Affrico. Non sono certo grandi propriet. Alighiero secondo, dunque, non ha accumulato e investito in beni immobili. Insomma, appare assai ragionevole la valutazione di Leonardo Bruni, secondo il quale, prima di essere esiliato, Dante, con tutto che di grandissima ricchezza non fusse, niente di meno non fu povero, ma ebbe patrimonio mediocre et sufficiente al vivere honoratamente. Il problema, per,  stabilire cosa Dante intendesse per vita onorevole e se il suo patrimonio fosse sufficiente a consentirgli di condurla. 
Una cattiva reputazione.
Alighiero secondo ha una cattiva reputazione: su di lui gravano sospetti anche infamanti, soprattutto quello di avere esercitato lusura. A suscitarli, per, non sono n documenti darchivio n maldicenze di contemporanei, ma, sebbene indirettamente,  proprio suo figlio Dante. Mi riferisco a uno scambio di sonetti (una tenzone) avvenuto allinizio degli anni Novanta tra Dante e lamico un po pi anziano Forese Donati, detto Bicci. Forese, morto nel 1296, appartiene a una delle famiglie pi importanti della citt:  fratello di Corso e di Piccarda, e quindi lontano parente di Gemma, la moglie di Dante. 
Lo scambio tra i due avviene in forma di tenzone. La poesia lirica medievale  prevalentemente dialogica, tende a rivolgere il discorso a un interlocutore, storico o fittizio, esplicito o implicito. Non per caso, dunque, la tenzone  uno dei generi pi praticati. Un poeta invia a un collega, o a un gruppo di colleghi, una poesia (in Italia quasi sempre un sonetto) nella quale pone un quesito e sollecita una risposta. Colui che riceve il testo (o coloro che lo ricevono) risponde (o rispondono) con unaltra poesia, che il pi delle volte riprende, nello stesso ordine, le rime della proposta; chi ha dato inizio alla tenzone pu replicare a sua volta, con ci provocando spesso unulteriore risposta del corrispondente (o dei corrispondenti). Anche Dante frequenta largamente il genere della tenzone, per quella con Forese si differenzia dalle altre perch  una tenzone di vituperio.  composta di sei sonetti (tre di Dante e tre di Forese) nei quali i due si rivolgono insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari pi stretti. Tenzoni di questo tipo erano frequenti nel mondo dei giullari e dei trovatori provenzali: si trattava, in effetti, di scontri fittizi, scherzosi, costellati di ingiurie che dovevano suscitare il riso del pubblico al quale i contendenti recitavano i loro testi. Mancano quasi del tutto, invece, in Italia. Anche questa tra Dante e Forese devessere considerata uno scherzo letterario, un gioco, ma uno scherzo che, a un certo punto, sembra degenerare. Dico sembra perch le allusioni a fatti della vita privata e a certe consuetudini e modi di dire fiorentini a noi oggi sconosciuti ci impediscono di interpretare con sicurezza una grande porzione della lettera dei sonetti. 
Comincia Dante (Chi udisse tossir la malfatata), prima facendo del sarcasmo sulla poca virilit di Forese e poi insistendo sulla sua povert (condizione infamante nel Medioevo); Forese risponde (Laltra notte mi vennuna gran tosse) ammettendo di essere povero, ma che Alighiero, il padre di Dante, era pi povero di lui, tanto da essere sepolto in una fossa comune in terra sconsacrata, sorte che, sappiamo, toccava non solo agli eretici e agli usurai, ma anche a chi non poteva permettersi la spesa per una tomba. Comunque, linformazione non va presa alla lettera,  un tratto iperbolico in funzione del gioco infamante in atto tra i due. Dante allora sposta il tiro (Ben ti faranno il nodo Salamone): accusa Forese di essere talmente goloso e ghiottone (accusa grave a quei tempi) da rischiare la prigione (si ricordi che nel Purgatorio Forese sar collocato proprio nella cornice dei golosi); Forese ribatte (Va rivesti San Gal prima che dichi) che Dante mangia a spese altrui, che si  spinto fino a rubare agli istituti di carit e che rischia di finire non in prigione, ma in un ospedale per i poveri. A questo punto Dante insinua (Bicci novel, figliuol di non so cui) che Forese sia figlio di nessuno e che per soddisfare il vizio della gola, come tutti sanno, rubi; la replica  sanguinosa (Ben so che fosti figliuol dAllaghieri): meglio essere figli di nessuno piuttosto che dellAllaghieri, un padre da cui Dante ha ereditato la vilt, tanto da lasciare invendicata unoffesa che lui aveva ricevuto, anzi, da essersi subito affrettato a far pace. 
Le accuse che i due si scambiano rientrano tutte, senza eccezioni, nel repertorio di ingiurie a cui attingono le tenzoni infamanti e di vituperio: sono elementi di un gioco letterario impostato su motivi ricorrenti e perci da non leggere in chiave direttamente biografica. Non possiamo assumere per vere le insinuazioni relative allindigenza estrema e alla poca nobilt danimo di Alighiero secondo; esse, infatti, sono da mettere sullo stesso piano di quelle, palesemente eccessive, che colpiscono Dante stesso. A rendere interessante un simile scambio non  la fondatezza degli improperi, ma il fatto che, pur in un contesto di gioco da taverna o da lieta brigata, le malevole notazioni di Forese su Dante, sul padre e, pi in generale, sulla famiglia Alighieri contrastano in modo netto con limmagine di quella famiglia abbozzata dalle opere di Dante. Contrasto accentuato ulteriormente dalla circostanza che, mentre Dante nei suoi scritti parla delle generazioni passate, la tenzone si riferisce agli Alighieri viventi o da poco defunti. Da una parte, abbiamo Cacciaguida, imparentato con i nobilissimi Elisei, crociato e cavaliere di investitura imperiale, e Alighiero primo, il quale sconta in Purgatorio il peccato di superbia, che, come si  detto,  peccato nobiliare per eccellenza; dallaltra parte, abbiamo un Alighiero secondo miserabile economicamente e moralmente, un Dante a cui si apre la strada dellospizio dei poveri, che non esita a rubare ad altri poveri e che si ritrae per vilt dal dovere di vendicare loffesa subita dal padre. Il contrasto non potrebbe essere pi netto. A un passato connotato di nobilt danimo e di sangue si contrappone un presente meschino e ignobile. Beninteso, sono due immagini entrambe deformate: la prima, dalla tensione utopistico-regressiva, sorretta da unaltrettanto utopistica voglia di riscatto e di autonobilitazione; la seconda, dal crescendo imposto dal botta e risposta ingiurioso. E per le due immagini misurano, anche se per eccesso, quella distanza tra ideale e reale che le ricostruzioni un po mitiche di Dante cercano ostinatamente di annullare.
La via della scienza
Della sua infanzia Dante non parla. Ci stupiremmo del contrario. Linfanzia, infatti,  la grande assente nella letteratura del Medioevo. Questo non significa che in quei secoli gli uomini fossero indifferenti al mondo infantile e al rapporto tra bambini e adulti. Tuttavia le esperienze di quella prima et e, soprattutto, i ricordi personali non erano ammessi, salvo rare eccezioni, nella rappresentazione letteraria. 
Anche Dante si mostra attento allinfanzia. Registra i tentativi dei piccoli di articolare le prime parole: pappo (cibo, pappa), dindi (denari, soldini), e osserva che questo idioma rallegra giocosamente (trastulla) i padri e le madri; studia i loro comportamenti e la loro psicologia: il loro bisogno di sentirsi protetti e consolati dalla madre, la vergogna che provano per le colpe commesse, i pianti per i castighi subiti. E tuttavia non si abbandona a ricordi e memorie dei suoi primi anni, in parte perch, dice lui, sarebbe un parlare fabuloso, senza fondamento, e in parte ancora maggiore perch i maestri di retorica non concedono agli scrittori la facolt di parlare di s, se non quando farlo  di utilitade agli altri, e n il racconto degli accadimenti di un bambino o di un giovanetto n quello dei fatti privati di una persona, se non rivestono un particolare valore morale ed esemplare, possono giovare a qualcuno. Per nostra fortuna il Dante maturo, posseduto da una incoercibile ansia autobiografica, non far che parlare, direttamente o indirettamente, di s.
Per quanto riguarda gli anni infantili, invece, egli accenna solo poche volte, e vagamente, a s stesso e ai familiari. Perci non siamo in grado neppure di congetturare quali conseguenze abbia avuto su di lui la perdita della madre in giovanissima et, quali siano stati i suoi rapporti con la seconda moglie del padre e cosa abbia rappresentato, per un Dante poco pi che decenne, restare orfano anche del genitore. 
Intorno ai cinque o sei anni, come molti bambini delle classi agiate, anche lui avr cominciato gli studi. Laffermazione  ipotetica perch la mancanza di informazioni su questo importante aspetto della sua vita  totale. E neppure possiamo sopperire allassenza di dati guardando ai percorsi formativi di suoi coetanei. Mentre, infatti, gli archivi di Firenze traboccano di documenti di ogni genere che consentono di seguire quasi giorno per giorno sia la vita pubblica della citt sia quella di tantissimi privati, gli atti e le testimonianze intorno al mondo della scuola degli ultimi decenni del Duecento sono andati quasi interamente perduti. Tale naufragio andr forse imputato ai casi della storia, ma desta comunque il sospetto che istruzione e cultura non fossero in cima ai pensieri dei ricchi e industriosi fiorentini.
La famiglia Alighieri non era cos facoltosa da permettersi un precettore privato.  dunque presumibile che Dante allinizio degli anni Settanta abbia cominciato a frequentare una scuola pubblica. Anche se la loro presenza  documentata solo verso la fine del secolo, possiamo ragionevolmente ipotizzare che almeno alcune scuole fossero attive gi nei decenni precedenti. Erano scuole private a pagamento, gestite da maestri dei bambini (doctores puerorum) laici, nelle quali i piccoli, in un corso di studi della durata di cinque o sei anni, apprendevano a leggere, scrivere e qualche rudimento di latino. Il fatto che nel 1277 un doctor Romano tenesse scuola nei pressi di San Martino, proprio vicino alla casa di Dante, non ci autorizza a credere che quella fosse la scuola da lui frequentata. Linsegnamento era impartito in volgare e forse solo negli ultimi anni contemplava un po di latino (il Salterio, Esopo e poco altro). Nel Convivio Dante spiega che il volgare lo introdusse nella via della scienza dal momento che grazie a esso egli entr nello latino, lingua che gli apr poi la strada a pi inanzi andare:14 non  detto, per, che si riferisca a questo ciclo primario e non, piuttosto, a quello di grammatica, corrispondente alla nostra scuola secondaria. 
Lapprendimento era essenzialmente mnemonico, coadiuvato dallausilio di pochissimi testi; centrale nella pedagogia di quei tempi (e a lungo anche dopo) era la ferula, la verga. Intorno alla met del Trecento, Francesco Petrarca scrive allamico fiorentino Zanobi da Strada, titolare di una scuola di grammatica, per convincerlo ad abbandonare linsegnamento e a coltivare pi alte aspirazioni, cio a dedicarsi agli studi e alla poesia. Secondo Petrarca, ai maestri devono piacere la polvere e le grida e il pianto di chi geme sotto la frusta (sub ferula): a questa professione, dunque, si dedichino coloro ai quali  gradito comandare a inferiori e aver sempre chi spaventare, chi tormentare, chi affliggere, chi dominare, chi li odii purch li tema. Petrarca calca sicuramente la mano, ma lassociazione scuola-bastone ritorna troppe volte negli scritti dei primi secoli, perfino presso i predicatori, per non pensare che il periodo scolastico si imprimesse nella memoria di quei nostri predecessori come unepoca di angherie subite. Le parole di Petrarca documentano inoltre che la professione di insegnante era assai poco prestigiosa. Del resto, era anche poco remunerativa. 
Intorno ai dieci anni, terminato il primo ciclo scolastico, ai ragazzi di Firenze e delle altre citt comunali si aprivano due strade: una professionalizzante e una orientata verso le arti liberali. Il primo percorso, molto pi frequentato del secondo, era basato sulle cosiddette scuole dabaco o dalgoritmo. I futuri mercanti, impiegati degli istituti bancari, artigiani vi apprendevano, in volgare, discipline che oggi chiameremmo contabilit, merceologia, economia monetaria internazionale. Apprendevano anche quelle poche nozioni di latino necessarie per le formule epistolari. Il secondo percorso, invece, era finalizzato proprio allapprendimento della lingua latina, indispensabile per poter accedere alluniversit. Nelle scuole di grammatica lo studio durava circa cinque anni e, dopo un periodo dedicato quasi esclusivamente alla lingua latina (sulla base della grammatica di Donato, autore del quarto secolo d.C.), si apriva, per via indiretta e grazie soprattutto alle numerosissime citazioni contenute nella grammatica pi complessa di Prisciano (quinto sesto secolo d.C.), anche alla letteratura antica. Non abbiamo notizie di scuole di grammatica per i laici nella seconda met degli anni Settanta (la prima attestazione risale al 1299), sappiamo per della loro esistenza nelle istituzioni conventuali: tra il 1286 e il 1290  documentata la presenza di due maestri di grammatica per i novizi nel convento servita di Santa Maria di Cafaggio. Dante accenna, ancora nel Convivio, allarte di grammatica che gli aveva consentito di comprendere Boezio e Cicerone, dove grammatica indica sia la lingua latina sia la disciplina che la studia.15  dunque possibile che egli abbia frequentato una scuola, ma anche questo presumibile corso di studi resta avvolto nel mistero. Perci ignoriamo quali classici latini egli possa avere letto in questo periodo. A Firenze, dove linteresse per i grandi latini si affermer molto tardi, i libri di autori classici scarseggiavano. Del resto, come ho gi detto, limpressione complessiva  che ancora negli ultimi decenni del Duecento listruzione non fosse particolarmente accurata. E non solo nel settore degli studi liberali. Mancano, per esempio, documenti che provino lattivit di scuole di notariato e di scuole giuridiche, che, invece, ci saremmo aspettati in una citt commerciale nella quale i notai, i giudici e gli avvocati erano tanto numerosi da costituire una loro corporazione. Citt come Arezzo, Siena, Pistoia mostrano unattenzione per la cultura dei laici molto pi sviluppata. 
Se le scuole di grammatica sono assenti, o comunque di scarso peso, non possono ovviamente essere presenti quelle di retorica, le scuole cio nelle quali, data per acquisita la conoscenza della lingua, si imparava a costruire testi, soprattutto prosaici, che obbedissero a consolidate tradizioni retoriche, le cosiddette artes dictaminis. Pi che loratoria, lo scopo principale di questo apprendimento avanzato era lepistolografia, larte di comporre lettere ufficiali per conto delle istituzioni o lettere private che ambissero ad avere dignit letteraria. Dante si riveler un eccellente prosatore in latino e un grande epistolografo. Ammesso che intorno ai quindici anni egli abbia completato regolari studi di grammatica, resta aperto il problema di dove e sotto la guida di chi abbia conseguito questa competenza linguistica e retorica. Sicuramente non attraverso un corso di studi; ma altrettanto sicuramente non da puro e semplice autodidatta. A Firenze il solo che avesse la cultura, lesperienza e lautorit per potergli trasmettere queste conoscenze era Brunetto Latini. 
Folgorazioni e svenimenti.
Il bambino che imparava a leggere e a scrivere presso un magister puerorum probabilmente aveva qualche problema di salute. Lo deduciamo dagli scritti del Dante maturo. Nessun altro autore medievale parla di malattie da lui sofferte con la stessa frequenza con la quale ne parla Dante. A volte ne riferisce direttamente, altre volte, e sono le pi, o inserisce accenni a episodi morbosi quando parla del rapporto con Beatrice o vi allude attraverso un gioco metaforico che attenua gli aspetti pi scopertamente autobiografici e suggerisce una lettura degli eventi in chiave simbolica.
Appartiene al primo tipo il racconto di una malattia agli occhi da cui dice di essere stato affetto a causa del troppo studio: a forza di leggere aveva debilitato gli spiriti visivi al punto che le stelle gli pareano tutte dalcuno albore ombrate, e solo per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con affreddare lo corpo dellocchio collacqua chiara aveva recuperato il primo buono stato della vista.16 Dante lascia intendere di avere sofferto di questa malattia nel periodo in cui si dedicava a studi filosofici, pi precisamente tra il 1293 e il 1295. Sappiamo che egli era un devoto di santa Lucia. Siccome la peculiare devozione a un santo dipende quasi sempre dal tipo di patrocinio che la tradizione gli attribuisce, quella di Dante per Lucia sar dipesa dal fatto che la santa viene invocata, a causa del collegamento tra il suo nome e la luce, come protettrice della vista. La malattia agli occhi (per la quale gli oculisti parlerebbero di astenopia accomodativa) pu aiutare a capire perch nel poema a santa Lucia sia attribuito il ruolo importante di intermediaria tra Dante e Beatrice.
Il pi delle volte il riferimento alle malattie si situa nel contesto di un discorso amoroso. 
Nella Vita Nova Dante racconta di essere stato colpito da una dolorosa infermitade, un accesso febbrile che lo aveva condotto a delirare: E per, mi giunse uno s forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona.17 Lepisodio, che possiamo ritenere reale, non ha alcuna attinenza con la passione amorosa e nemmeno avrebbe qualche relazione con la vicenda narrata nel libro se Dante non lo utilizzasse per introdurre, sotto forma di incubo premonitore, la descrizione della morte di Beatrice. Ad assisterlo nella malattia  una donna giovane e gentile a lui di propinquissima sanguinit congiunta:18 una donna legata da strettissima parentela potrebbe essere una sorella. La storia damore raccontata nella Vita Nova comincia nel 1283: a quella data la sorella Tana era gi maritata ed  presumibile che lo fosse anche laltra non identificata sorella che aveva sposato Leone Poggi, dunque la malattia deve risalire ad anni giovanili. Dante la ripesca collocandola in epoca posteriore per esigenze narrative, cio per situare in un contesto credibile la canzone (introdotta dal racconto di quella malattia) Donna pietosa e di novella etate, che, a suo dire, nei versi iniziali parlerebbe proprio di quella stessa sorella.
Rientra a pieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose la crisi fisica, quasi uno svenimento, provocata dallapparire di Beatrice. In occasione di un matrimonio Dante si reca con un amico in una casa dove sono radunate molte donne e l, ancor prima di averla vista, percepisce fisicamente la presenza dellamata (mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo); ma non appena vede Beatrice, dal tremito precipita in uno svenimento (Allora fuoro s distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna  Onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne mi domand che io avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: Io tenni li piedi in quella parte della vita di l dalla quale non si puote ire pi per intendimento di ritornare).19
Anche nelle liriche lapparizione della donna produce spesso analoghi effetti traumatici: lepifania dellamata, in atto o anche solo presentita, provoca nel soggetto (caso unico tra i rimatori del Duecento) un istantaneo smarrimento in cui alla perdita della vista pu associarsi quella della coscienza.  singolare, per, che una crisi del tutto simile, stando a ci che Dante racconta, lo abbia colpito gi nellinfanzia.  lui stesso, infatti, a datare ai suoi primi mesi di vita la crisi psicofisica descritta nella canzone (forse risalente alla prima met degli anni Novanta) E mincresce di me s duramente: il giorno della nascita di Beatrice, lui, ancora di pochi mesi (la mia persona pargola), improvvisamente e istantaneamente (subitamente) aveva perso conoscenza (s chio caddi in terra) colpito da una folgorazione. I sintomi sono gli stessi della crisi di cui  vittima linnamorato che parla nella cosiddetta canzone montanina, Amor, da che convien pur chio mi doglia, risalente a unepoca lontana da quella di E mincresce di me (forse al 1307 inoltrato, durante un soggiorno di Dante nel Casentino) e quindi non riferita a Beatrice. Qui il poeta scrive che, ossessionato dal pensiero della sua donna, si reca dove pu vederla con lo stesso animo di un condannato che si avvicina al patibolo, e che quando le  davanti, proprio mentre sta cercando qualcuno che gli faccia avere la grazia, dagli occhi di lei parte una folgore improvvisa che gli toglie i sensi e lo lascia sanza vita. A differenza della prima, questa canzone si dilunga nel descrivere la risoluzione della crisi, presentata come un risorgere: dopo la percossa che lo aveva colpito come un trono (tuono) il soggetto lentamente riprende conoscenza, ma seguita a tremare di paura e la sua faccia resta a lungo pallida e turbata per lo spavento provato.
Ebbene, le crisi psicofisiche e la loro risoluzione qui descritte, crisi che nulla hanno a che vedere con la concezione dellamore come patologia  il cosiddetto amor hereos (amore eroico)  diffusa nella scienza medica del tempo, ma che sono unicamente dantesche, mostrano tutti i sintomi di un attacco apoplettico o epilettico. Gli stessi che, in un contesto privo del pur minimo aggancio a tematiche amorose e con il ricorso a termini tecnici della medicina, Dante descrive nel canto 24 dellInferno. Il ladro Vanni Fucci, dopo che il morso di un serpente lo ha istantaneamente polverizzato, riprende altrettanto istantaneamente la forma umana. Repentina  stata la caduta e altrettanto repentino  il ritorno alla propria forma corporea; pi lenti, invece, sono il riaffiorare della coscienza e il ripristinarsi dellequilibrio psichico, tanto che Dante, per descrivere il processo, ricorre a questa similitudine:
 E qual  quel che cade, e non sa como,
 per forza di demon cha terra il tira,
 o daltra oppilazion che lega lomo,
 quando si leva, che ntorno si mira
 tutto smarrito de la grande angoscia
 chelli ha sofferta, e guardando sospira:
 tal era l peccator levato poscia.20
Verso la fine dellOttocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che Dante era stato affetto da epilessia. La diagnosi, tranne pochissime eccezioni, non  mai stata recepita dai dantisti. Eppure, la precisione e la partecipazione emotiva con le quali Dante rappresenta quegli attacchi lasciano intendere che al testo letterario soggiaccia una forte dose di vissuto. Della malattia sembra aver sofferto fin dalla prima infanzia. Nella canzone E mincresce di me scrive di aver attinto il ricordo della folgorazione da cui fu colpito il giorno della nascita di Beatrice dal libro della memoria (secondo che si truova / nel libro della mente che vien meno): nella mente di un bambino di pochi mesi non possono essersi fissati ricordi di alcun genere, e dunque dobbiamo pensare che, se non si tratta di una pura invenzione (possibile, ma improbabile), Dante si rifaccia a racconti ascoltati da familiari o da persone che lo accudivano subito dopo la nascita. 
Predestinazione.
Nel Medioevo lepilessia mantiene il carattere di morbo sacro che aveva presso gli antichi, per i quali era causata da un intervento divino quasi sempre di tipo punitivo, ma la sua sacralit si trasforma in diabolicit: lepilettico  posseduto dal demonio. Non solo  una malattia infamante, spesso confusa con la follia, ma  anche socialmente pericolosa perch pu trasmettersi, oltre che per ereditariet, anche per contagio. Il carattere diabolico del male suggeriva una serie di prescrizioni terapeutiche nelle quali, accanto a rimedi fantasiosi e a volte crudeli, avevano largo spazio gli amuleti, le preghiere ai santi, i riti magici e le pratiche esorcistiche. Sullepilettico, dunque, gravava un forte pregiudizio, che non di rado si traduceva in accanimento e persecuzione.  su questo sfondo che vanno collocati gli accenni di Dante alla malattia. Era molto diffusa lidea, espressa per esempio dalla monaca benedettina tedesca dellundicesimo-dodicesimo secolo Ildegarda di Bingen, che il diavolo non provochi lattacco epilettico direttamente, grazie al suo potere, ma che eserciti la sua influenza quando il corpo  squilibrato a causa degli umori che intasano il cervello e quindi che egli agisca su un corpo predisposto attraverso il soffio della sua suggestione (flatu suggestionis suae). Nei versi per forza di demon cha terra il tira, / o daltra oppilazion che lega lomo, invece, Dante sembra fare una distinzione: la perdita dei sensi e la conseguente caduta a terra possono essere causati da possessione demoniaca oppure da una occlusione o ostruzione (oppilazione). Luso del termine tecnico raro suggerisce che del morbo egli abbia, accanto a quella vulgata, una concezione pi strettamente medica. Loppilazione, infatti, rientra tra le spiegazioni scientifiche prodotte dalla medicina medievale: sarebbe un eccesso di umori, di varia natura, a determinare lostruzione totale o parziale dei ventricoli del cervello.
Dante, per, non si limita ad attenuare laura diabolica del morbo; nella stanza di E mincresce di me, nella quale racconta la folgorazione infantile, presenta la crisi subita nei primi mesi di vita come il segno dellessere stato destinato fin dalla nascita a un amore esclusivo, un segno tangibile, impresso sul suo corpo, di una predestinazione decretata da una potenza superiore. Insomma, il nesso amore-malattia  un forte segnale di singolarit: lui solo, fra tutti i rimatori del suo secolo, ha ricevuto questo dono (o questa condanna). Se quella crisi psicofisica  da intendere in senso medico come crisi epilettica, allora ci troviamo di fronte a un Dante che trasforma una malattia che segnava il paziente con un marchio fortemente negativo in un fenomeno che lo contraddistingue in senso positivo. 
Anche la malattia, dunque, o meglio questa specifica malattia,  uno dei fattori che avvalorano la sua intima convinzione di essere eccezionale. Lattitudine visionaria che egli manifesta in molte sue opere, e in particolare nella Commedia  attitudine che la cultura medievale collocava sotto il segno del misticismo , potrebbe avere la sua radice profonda proprio in esperienze patologiche contrassegnate da stati allucinatorii come quelle epilettiche: unipotesi, questa, da avanzare con molta cautela, ma comunque preferibile allidea suggerita da qualcuno che egli facesse uso di sostanze stimolanti o stupefacenti. 
In molti altri accadimenti della sua vita, non solo nelle malattie, Dante scorge il sigillo del destino. Il suo compito di intellettuale  di svelarne il significato nascosto. La tensione a riconoscere i segni e a interpretarli lo accompagna per lintera esistenza. I segni, comunque, sono sempre impressi sulle cose, sulla sua persona o sui suoi atti.
Un giorno imprecisato, ma che dovrebbe cadere in un periodo abbastanza vicino al 1300 del viaggio ultraterreno, durante una cerimonia battesimale in San Giovanni succede un incidente. Un bambino (un neonato?) cade dentro una delle anfore di terracotta contenenti lacqua lustrale e rischia di annegarvi. Dante prontamente rompe il recipiente e lo salva. Quel gesto fece scalpore, forse fu giudicato sacrilego. Anni dopo, quando scrive la Commedia, Dante se ne ricorda e lo racconta nel canto dellInferno dedicato ai simoniaci. Qui paragona i fori che costellano le pareti e il fondo della bolgia a quelli scavati nel fonte battesimale per contenere le anfore:
 Non mi parean men ampi n maggiori
 che que che son nel mio bel San Giovanni,
 fatti per loco di battezzatori;
e poi, inaspettatamente, aggiunge:
 lun de li quali, ancor non  molt anni,
 rupp io per un che dentro vannegava:
 e questo sia suggel chogn omo sganni.21
Lo racconta per ristabilire la verit dei fatti (e questo sia suggel chogn omo sganni), ma, soprattutto, perch nel frattempo si  accorto che il suo gesto di un tempo ne aveva ripetuto uno analogo compiuto dal profeta Geremia. Gli abitanti di Gerusalemme si erano dati a culti profetici, e allora Dio aveva ordinato a Geremia di rompere unanfora nella valle antistante la Porta dei cocci per profetizzare loro che la citt sarebbe stata distrutta. Dante, dunque, si  persuaso che anche il suo era stato un gesto profetico, e lo comunica ai lettori attraverso un procedimento figurale: la rottura dellanfora con lacqua benedetta replica il gesto e, nello stesso tempo, il messaggio del profeta biblico. Come Geremia si era scagliato contro lidolatria degli ebrei, lui, con la Commedia, si scaglia contro la moderna idolatria (la simonia) della Chiesa. In quel luogo sacro Dio gli aveva affidato il compito di denunciare la corruzione ecclesiastica, lo aveva investito di una missione profetica. 
La crisi epilettica come segno di predestinazione non travalica i confini del discorso amoroso. Eppure, anche i teologi medievali, sulla scia dei filosofi e dei medici antichi, scorgevano negli stati di trance, compresi quelli di tipo epilettico, una condizione propizia al manifestarsi di capacit profetiche o divinatorie. Per loro, per, restava aperto, e da decidere caso per caso, il problema se lispirazione profetica provenisse da Dio o da Satana. Possiamo pensare che sia stata proprio lambiguit nella quale si sarebbe inevitabilmente avviluppata la figura di un epilettico-profeta a convincere Dante a limitare la portata di quel signum al solo ambito amoroso. Il ruolo di profeta investito di una missione salvifica per la cristianit richiedeva certificazioni pi limpide e non equivocabili.
Calendimaggio
Nel deserto documentario degli anni Settanta si stagliano due date: 1274 e 1277. Sono entrambe riferite a donne che hanno molto contato nella vita di Dante, ma dai destini completamente diversi, per non dire opposti: a Beatrice, la prima, a Gemma Donati, la moglie, la seconda. Beatrice si collocher al centro dellimmaginario poetico di Dante; Gemma sar solo una labile figura sullo sfondo.
Allinizio della Vita Nova Dante afferma di avere incontrato per la prima volta Beatrice, e di essersene subito innamorato, quando lui era quasi alla fine e lei quasi al principio del nono anno di vita (1274). Pi avanti racconta di averla rivista la seconda volta quando entrambi avevano diciotto anni (1283). Ora, la Vita Nova, completata intorno alla met degli anni Novanta, racconta contemporaneamente la storia della poesia del suo autore e quella del suo amore per Beatrice, sostenendo che la poesia ha sempre avuto come ispiratrice, anche se a volte nascosta, quella donna e che a quellamore, nonostante certe apparenze contrarie, Dante si  sempre mantenuto fedele fin dalla puerizia. Anche la conclamata unicit di questo amore  uno degli elementi che formano il ritratto, o meglio, lautoritratto di Dante come personaggio eccezionale. Nella realt le cose non sono andate proprio cos: se guardiamo le poesie amorose scritte da Dante prima della Vita Nova, ci rendiamo conto facilmente che fra le tante sue ispiratrici poetiche Beatrice non ha goduto di una posizione di particolare preminenza e che il suo mito si genera sostanzialmente con la Vita Nova. Il suo rapporto con Dante, di qualunque natura esso sia stato, nasce di fatto negli ultimi anni Ottanta ed  interrotto dalla sua morte nel giugno 1290. La Vita Nova, per,  un libro autobiografico, e pertanto la storia che esso racconta non solo non pu contraddire in modo palese ci che i lettori fiorentini sapevano della vita poetico-sentimentale del suo autore, ma deve pure risultare credibile. Per rendere credibile una vicenda in gran parte inventata, Dante la costella di riferimenti alla vita reale, interpretando alla luce della trama fittizia accadimenti da lui vissuti. Insomma, costruisce un libro falso assemblando molti materiali veri.
Sar vero, allora, che egli ha incontrato Beatrice allet di nove anni? Nessuno, ovviamente, avrebbe potuto smentire un fatto cos privato e, per di pi, collocato in una et della quale i lettori del romanzo non potevano avere cognizione. Del resto, Dante non specifica dove e in che occasione sia avvenuto quellincontro. A situarlo in un preciso contesto ci penser Giovanni Boccaccio. Nel Trattatello in laude di Dante imbastir il racconto di come, il Calendimaggio del 1274, il padre di Beatrice, Folco Portinari, avesse raccolto molte persone nella sua casa a festeggiare, e fra queste anche Alighiero e il suo figlioletto Dante, e come in quelloccasione il bambino si fosse innamorato per sempre della giovane Bice.  uninvenzione di Boccaccio, il quale, fra laltro, senza rendersene conto retrodata una usanza festiva non ancora in auge negli anni Settanta del Duecento.  verosimile per, e quindi credibile per i lettori, che tra famiglie che abitavano nello stesso quartiere e che erano collegate anche da rapporti politici (Portinari e Alighieri erano entrambi schierati con la parte dei Cerchi) ci possano essere state feste e riunioni conviviali.
A Dante interessa la data, e gli interessa esprimerla attraverso il numero nove. Quel numero sar reiterato decine di volte nel racconto, ne costituir uno degli assi simbolici portanti, fino al punto che la stessa Beatrice si identificher con il nove. Ebbene, proprio il ricorrere di quel numero simbolico, che per la nostra sensibilit  indice sicuro di invenzione,  ci che rende plausibile, se non certa, la veridicit della data. Per noi  naturale pensare che un autore prima associ un particolare valore simbolico a un determinato numero e poi su quel simbolismo costruisca le sequenze narrative del libro. E invece  pi probabile che un autore medievale prima scopra certe coincidenze numeriche nella realt e solo dopo le rivesta di senso simbolico e ne faccia elementi significativi e perfino strutturali della sua opera. Si rifletta su quanto far Petrarca con il numero sei, che avr nel Canzoniere un ruolo del tutto simile a quello che Dante affida al nove nella Vita Nova. Ebbene, Petrarca svilupper la tastiera simbolica del sei a partire da un elemento realistico, cio dalla coincidenza tra la data del primo incontro con Laura (6 aprile 1327) e quella della sua morte (6 aprile 1348).  lecito pensare che anche Dante possa essere stato sollecitato da coincidenze biografiche, che lui pure possa aver ricordato episodi reali e, come  tipico della sua mentalit, a posteriori vi abbia riconosciuto un valore simbolico.
A noi fa specie la giovanissima et dei due. E in effetti, se i nove anni di Dante sono davvero pochi anche per i parametri di allora, non cos sono quelli di Beatrice. Let maritale si collocava intorno ai quattordici, quindici anni (quella canonica a dodici), ma quel termine poteva anche essere anticipato. Un contemporaneo di Dante, Francesco da Barberino, nel Reggimento e costumi di donna  un trattato di comportamento femminile scritto in versi intercalati da parti in prosa e ultimato tra il 1318 e il 1320  racconta la novelletta di Corrado di Savoia che si invaghisce della figliuola di un cavaliere di nome Gioietta, la quale era detade di nove anni, e la sposa. Insomma, i nove anni di Beatrice non vanno interpretati, secondo i nostri parametri, come il segno che era ancora una bambina, ma come indicazione che si trattava, come dice il Barberino, di una fanciulla la qual comincia alquanto a vergognare, cio comincia bene e mal sentire.
Possiamo ammettere, dunque, che Dante abbia incontrato per la prima volta Beatrice nel 1274, ma non possiamo assolutamente credergli quando afferma che in quella circostanza nacque lamore della sua vita, lunico amore della sua vita. Eppure a questa sua invenzione egli rester sempre fedele, fino al punto di assumerla fra i tratti tipici della sua biografia intellettuale e letteraria. Dante sembra incapace di immaginare un libro nel quale la sua persona o, comunque, un personaggio che porta il suo nome non abbiano una presenza di rilievo, ma quel personaggio pu essere indifferentemente e, spesso, contemporaneamente, o una costruzione letteraria, dunque un vero personaggio, o la diretta trasposizione del suo io biografico. Insomma, parla di s senza distinguere tra finzione e realt. Quando nel Purgatorio scriver che Beatrice lo avea trafitto / prima che [egli] fuor di puerizia fosse22 si riferir alla finzione letteraria della Vita Nova, ma quando, invece, in un sonetto responsivo a Cino da Pistoia (databile tra il 1303 e 1306) si presenter come esperto dAmore per essere vissuto al suo servizio fin dallet di nove anni (Io sono stato con Amore insieme / dalla circulazion del sol mia nona),23 assumer quellinvenzione come dato biografico reale. 
La breve vita di Bice Portinari
Di Beatrice la Vita Nova indica implicitamente la data di nascita (1266) e, in forma esplicita, anche se contorta (per farlo, infatti, ricorre a ben tre diversi calendari), quella di morte, specificandone ora, giorno, mese e anno: unora dopo il tramonto dell8 giugno 1290. Il libro accenna anche al padre e a un fratello dellamata, ma per ricostruire quel poco che sappiamo della sua vita dobbiamo ricorrere ad altre fonti.
Sappiamo che era figlia di Folco Portinari, esponente di spicco di una ragguardevole famiglia, dedita al commercio e alla finanza, residente nello stesso sestiere degli Alighieri. Come gli Alighieri, anche i Portinari erano politicamente vicini alla fazione che faceva riferimento alla famiglia dei Cerchi (del cui banco Folco era socio), fazione che verso la fine del secolo avrebbe costituito il nerbo del partito dei Bianchi, contrapposto a quello dei Neri guidato dai Donati. Folco ha rivestito cariche pubbliche di rilievo ( stato pi volte priore) e, soprattutto, ha legato il suo nome alla fondazione (nel 1286, ma linaugurazione avverr due anni dopo) della maggiore istituzione assistenziale cittadina, lospedale di Santa Maria Nuova. Muore il 31 dicembre 1289. Alla sua morte la Vita Nova dedica un intero paragrafo, nel quale il cenno alla grande bont del defunto va inteso come una allusione proprio allospedale da lui fondato. Dante era molto legato ai Portinari: considerava il fratello di Beatrice, di nome Manetto, il secondo dei suoi amici dopo Guido Cavalcanti.
Beatrice, dunque, appartiene allalta societ cittadina e con il matrimonio, contratto con Simone dei Bardi, si trasferisce in una famiglia ancora pi illustre. I Bardi, noti oggi per aver commissionato a Giotto gli affreschi che decorano la loro cappella in Santa Croce (1325-1330), erano titolari di una delle maggiori compagnie bancarie di Firenze. Gi potente negli anni Ottanta del Duecento, la loro societ si ingrandir ulteriormente fino a diventare una delle pi ragguardevoli in Europa. Il suo repentino fallimento, nel 1343, provocher un grave contraccolpo su tutto il sistema finanziario fiorentino. 
Simone, figlio di Geri di Ricco, appartiene a uno dei due rami principali della famiglia: a differenza dellaltro, discendente dallo zio Iacopo di Ricco, che pratica la grande finanza e partecipa in posizioni di comando alla vita politica del Comune, questo ramo familiare sembra proiettato allesterno, verso quella che potremmo definire la politica estera della famiglia. Mentre il ramo di Iacopo esprime numerosi priori, nessuno di quello di Geri sembra mai avere occupato quella carica. Il nome di Simone di Geri nei documenti  accompagnato dallappellativo dominus, segno che egli era stato insignito del titolo di cavaliere. Nella stratificata societ comunale un cavaliere godeva di un altissimo prestigio. Anche i testi letterari lo confermano: per esempio, la cosiddetta canzone del pregio (Amor mi sforza e mi sprona valere) di Dino Compagni disegna una scala gerarchica che dai re scende ai baroni, ai giudici e ai cavalieri; i mercatanti (cio i finanzieri) vengono dopo i giuristi, i notai e i medici, e precedono gli artigiani. Insomma, sposando il cavaliere Simone dei Bardi, Beatrice  entrata a far parte della pi aristocratica lite di Firenze. Grande  la distanza tra la sua posizione sociale e quella di Dante, rampollo di una famiglia di status cos mediocre da aver espresso dal 1282 (data di istituzione del priorato) al 1300 un solo priore, Dante medesimo. Simone ricopre in varie citt cariche pubbliche di prestigio, come quelle di capitano del popolo (Orvieto, 1310) e di podest (Volterra, 1288). Nel 1290, lanno in cui muore Beatrice,  capitano del popolo a Prato. 
Ignoriamo quando fu celebrato il matrimonio tra Beatrice e Simone, forse gi prima del 1280. Naturalmente sar stato un matrimonio combinato, politico. In una citt dilaniata da ininterrotte contese lalleanza matrimoniale tra famiglie di parte avversa era un modo per cercare di mantenere lequilibrio e, in caso di scontro, per limitare i danni; dunque non sorprende che il prudente Folco Portinari abbia cercato di legarsi ai Bardi, acerrimi donateschi. Ignoriamo anche se da quellunione nacquero dei figli. La sola cosa certa  che, sposandosi, Beatrice si trasfer nella casa del marito. 
Le case di Bardi erano situate Oltrarno, lungo la via (che oggi porta il loro nome) che dal Ponte Vecchio corre parallela al fiume verso oriente fino alla porta di San Niccol, ai piedi della collina di San Miniato. Quella porta era detta a Roma, perch da l partiva la Cassia, la vecchia strada consolare per Siena e Roma. Si trattava, dunque, di una via che oggi chiameremmo di grande comunicazione, e infatti ospitava luoghi di ricovero (nel 1283 vi era stato aperto, proprio vicino alle case dei Bardi, un ospedale per gli uomini, lanno successivo un altro per le donne). Verso la fine della Vita Nova Dante descrive un gruppo di pellegrini che, durante la settimana santa, attraversano Firenze percorrendo una strada la quale  quasi mezzo della cittade e che, allaspetto, mostrano di ignorare il grave lutto che lha colpita, cio la morte di Beatrice. Venendo meno alla regola di non introdurre nel libro nomi di persona o toponimi (nemmeno Firenze  mai nominata), in questo caso Dante comunica ai lettori che i pellegrini si stanno recando a Roma per vedere la Veronica. Essi, dunque, stanno percorrendo la strada, che attraversa Firenze da ovest a est, sulla quale sorge la casa dove Beatrice aveva vissuto da sposata e dove quasi sicuramente era morta. Il cronista Villani ci informa che le case della famiglia Bardi si ergevano in prossimit della chiesa di Santa Lucia dei Magnoli (che fu detta anche Santa Lucia dei Bardi). Ignoriamo in quale chiesa Beatrice sia stata sepolta: le pi probabili sono per lappunto questa o la vicina (demolita nel 1869) Santa Maria SoprArno; in ogni caso, la vicinanza fisica avr favorito la sua frequentazione della chiesa di Santa Lucia. Ecco allora che nella Commedia la scelta di santa Lucia come intermediaria pu arricchirsi di unulteriore motivazione: la santa si collega da un lato a Dante per la particolare devozione che egli le professava (nella quale probabilmente giocavano un ruolo i suoi disturbi alla vista), dallaltro a Beatrice, che nella chiesa dedicata alla santa doveva avere pregato pi volte.
Simone dei Bardi, come tutti i suoi parenti, era un fedele seguace dei Donati. Un partigiano particolarmente acceso doveva essere il fratello Cecchino, che il cronista Dino Compagni presenta come uno degli uomini di Corso. Fra Corso Donati e Guido Cavalcanti  racconta Compagni  correva una fiera inimicizia, al punto che Corso aveva cercato di far sopprimere Guido mentre si recava in pellegrinaggio a Santiago di Compostela. Per lo meno, di ci era convinto Cavalcanti, che aspettava il momento di vendicarsi. Un giorno, mentre percorreva a cavallo la citt in compagnia di alcuni membri della famiglia Cerchi, si imbatt in Corso, lui pure scortato dai suoi, fra i quali era proprio Cecchino dei Bardi. Guido, allora, spron il cavallo e scagli una freccia contro il suo nemico, ma manc il bersaglio. Guido pensava di essere seguito nellassalto dai suoi compagni, e invece si ritrov solo, e dovette fuggire di fronte alla reazione violenta di Corso e della sua brigata.
Quando la parte donatesca assunse il nome di Neri, i Bardi diventarono neri a loro volta: saranno sempre schierati non solo con quella fazione, ma addirittura con lala pi intransigente facente capo alla famiglia dei Della Tosa. Dante, dunque, avrebbe avuto tutte le ragioni per considerarli nemici personali. E allora colpisce che nella Commedia lui, che pure non risparmia sarcasmi, invettive e ingiurie ai suoi nemici politici e, perfino, agli amici di un tempo, non faccia mai cenno ai Bardi. Un segno di rispetto o di totale damnatio memoriae?
Un matrimonio prestigioso.
Dante  ancora un bambino e gi il padre Alighiero o, meglio, i parenti pi prossimi dopo la sua morte, pensano ad accasarlo. Alla fine la scelta cade su Gemma, una ragazzina, coetanea o forse di alcuni anni pi giovane di Dante, della potente famiglia dei Donati, essi pure residenti in San Pier Maggiore. Anche in questo caso, essendo gli Alighieri legati ai Cerchi, non saranno mancate, accanto a quelle economiche (la famiglia della promessa sposa possedeva a Pagnolle terreni contigui a quelli degli Alighieri), motivazioni politiche. Gemma era imparentata, anche se alla lontana ( cugina di terzo grado), con Corso, Forese e Piccarda, cio con il ramo dei Donati che nei decenni successivi avrebbe guidato la fazione guelfa vincitrice, ma anche i suoi genitori vantavano un lignaggio prestigioso. Manetto, il padre, era figlio, infatti, di Ubertino Donati e di una figlia di Bellincione Berti. Dante ha una grande considerazione della nobilt di Ubertino, tanto che nel Paradiso, proprio per metterla in rilievo, dir che questi aveva disapprovato il fatto che il suocero Bellincione avesse concesso in moglie unaltra sua figlia a un membro dellarrogante, ma di picciola gente, famiglia degli Adimari. Anche presumendo che Dante, come suo solito, accentuasse il carattere aristocratico della famiglia della moglie, resta comunque che per gli Alighieri si trattava di un matrimonio prestigioso. Tanto pi che Manetto, che nel 1280 era stato tra i garanti della cosiddetta pace del cardinale Latino, negli anni successivi, cio dopo il fidanzamento di Dante con Gemma, sarebbe stato creato cavaliere.
Le trattative prematrimoniali sfociarono in un atto, sottoscritto davanti a un notaio il 9 febbraio 1277 (Dante aveva dodici anni), con il quale Gemma veniva promessa a Dante ed era fissato lammontare della dote. Purtroppo quellatto non ci  pervenuto, e quindi non siamo in grado di stabilire chi agisse per conto di Dante, se il padre Alighiero o un tutore. In effetti, Alighiero secondo avrebbe potuto gi essere defunto, e quindi a condurre la trattativa potrebbe essere stato il tutore degli orfani. Allearsi con i Donati era socialmente prestigioso, ma assai poco vantaggioso dal punto di vista economico. La dote di Gemma, infatti, ammontava solamente a 200 fiorini piccoli. Le doti erano calcolate in proporzione al patrimonio del futuro sposo, e questo perch quel patrimonio ne garantiva la restituzione in caso di morte del marito. La cifra modestissima della dote di Gemma conferma che le sostanze di Alighiero secondo (o meglio, da lui lasciate in eredit) nella seconda met degli anni Settanta non erano rilevanti. In pratica, Gemma portava in dote solo un nome prestigioso. Sembra poco probabile che un piccolo prestatore come Alighiero secondo, bisognoso di liquido per la sua professione, abbia pensato a un simile matrimonio: nei suoi interessi e nella sua mentalit sarebbe rientrato piuttosto un contratto con una donna meno nobile ma di maggior sostanza economica. Pi attento al nome che ai fiorini, invece, avrebbe potuto essere uno come Durante degli Abati, al quale magari avrebbe fatto comodo allearsi, seppure alla lontana, con i Donati. 
Il matrimonio  lo vedremo  sar celebrato pi tardi, si pensa tra il 1283 e il 1285. 
Si  molto discusso tra i dantisti se fu un matrimonio felice. La discussione  stata innescata da Boccaccio, che nel Trattatello dipinge un ritratto impietoso di Gemma. A suo dire, i parenti avevano convinto Dante a sposarsi perch si consolasse della morte di Beatrice  il che  palesemente fantasioso  e fecero un grande sbaglio. Quel legame gli procur solo noie e pene, perch questo, sostiene Boccaccio,  il destino che tocca a tutti gli uomini di ingegno, i filosofanti, che si adattano al matrimonio: chi lo ha provato sa quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacia trapassi le mura, sono reputati diletti. Lunico elemento che egli porta a favore della sua requisitoria sarebbe la circostanza (peraltro tutta da dimostrare, anzi, da ritenere priva di fondamento) che, dopo lesilio, i due non si sarebbero mai pi incontrati. In assenza di qualunque indizio non possiamo che astenerci dal giudicare la vita matrimoniale di Dante. Va detto, comunque, che i contrasti fra i coniugi, se mai vi furono, non dovettero essere particolarmente gravi. Lo lascia supporre il fatto che tra Dante e il padre e i fratelli di Gemma corsero sempre buoni rapporti. Per esempio, Manetto Donati fu pi volte mallevadore di prestiti concessi a Dante negli anni Novanta, e anche per cifre ragguardevoli: come si dir anche pi avanti, nel dicembre 1297, insieme ad altri, garant un debito contratto da Dante e dal fratello Francesco per la notevole somma di 480 fiorini doro. E anche dopo lesilio non si ha sentore di contrasti tra i coniugi. E poi,  un fatto che Dante, nonostante lo scontro politico con Corso, nella Commedia tratta con riguardo, per non dire con favore, la famiglia Donati. 

2. UN FIORENTINO ANOMALO.

1283 1295.
Se tu segui tua stella, 
non puoi fallire a gloroso porto24
Una difficile convivenza.
Dopo il rivolgimento politico del 1267 molti Ghibellini di Firenze erano emigrati, i pi perch condannati al confino o allesilio, molti volontariamente. Negli anni successivi, quelli rimasti in citt erano stati tenuti lontani dalle cariche pubbliche e sostanzialmente discriminati; i tentativi di pacificazione, che pure erano stati esperiti (come quello del 1273 promosso da papa Gregorio decimo), non avevano conseguito risultati duraturi. Il clima politico cambia intorno al 1280, quando, su iniziativa del papa Niccol terzo, che invia come legato il nipote cardinale Latino Malabranca, dopo una lunga trattativa nel mese di febbraio si arriva alla stipula di un lodo (la gi citata pace del cardinale Latino) a seguito del quale i Ghibellini emigrati o esiliati rientrano in citt e si inaugura un sistema di garanzie politiche. Da notare che tra gli autorevoli cittadini che a nome delle parti garantiscono il rispetto dei patti figurano personalit, come Brunetto Latini e Guido Cavalcanti, che avranno un ruolo di primo piano nella vita di Dante. In esecuzione degli accordi vengono cambiati gli statuti e create nuove magistrature. Lobiettivo  formare un governo di compromesso che garantisca, se non proprio lequilibrio, essendo i Guelfi preponderanti, almeno una tollerabile convivenza. Ben presto, per, lobiettivo si rivela illusorio: la radicata ostilit che divide i due partiti provoca continue tensioni, che talvolta sfociano in scontri tra le famiglie pi altolocate di entrambi gli schieramenti. Soprattutto, il fatto che i Ghibellini seguitino a essere tenuti in uno stato di minorit favorisce il perpetuarsi di vendette private e anche di qualche vessazione pubblica. 
Ne  un esempio il processo celebrato nel 1283 contro Farinata degli Uberti (morto nel 1264) e i suoi eredi viventi.  lennesimo capitolo della lunga persecuzione di cui fu oggetto la famiglia che era stata alla testa del partito ghibellino e alla quale veniva imputata la maggiore responsabilit della strage di Montaperti. Linquisitore di Firenze, il frate francescano Salomone da Lucca (della famiglia dei Mordecastelli), accusa il defunto Farinata e la moglie Adaletta, essa pure defunta, di essere stati affiliati a una setta catara, e li condanna per eresia. Mentre il cadavere di Farinata fu dissepolto e le sue ossa arse sul rogo, i suoi figli Lapo, Federico e Maghinardo e quelli di Azzolino degli Uberti, Lapo e Itta, subirono la pena prevista per i parenti, cio la confisca delleredit. Ancora Salomone, due anni dopo, condann come eretico un altro Uberti defunto, Bruno, e ordin che ai nipoti Bruno e Guiduccio fossero sequestrati i beni a loro pervenuti in eredit. Durante i tre anni nei quali esercit la funzione di inquisitore, il francescano riconobbe colpevoli deresia catara anche altri morti. Che si procedesse nei confronti di persone non pi in vita non deve sorprendere. In et medievale, e per molti secoli anche in et moderna, nei processi deresia la dottrina e la giurisprudenza giustificavano e praticavano non solo la condanna dellimputato defunto, ma anche lesecuzione di sanzioni penali sul corpo di chi aveva cessato di vivere. I cadaveri degli eretici, se sepolti in luogo consacrato, venivano esumati e consegnati al potere secolare per lesecuzione delle pene previste. Clamoroso fu il caso (raccontato anche da Dante nel canto terzo del Purgatorio) del disseppellimento del corpo di Manfredi per ordine del papa Clemente quarto, avvenuto di notte e a lumi spenti secondo la procedura prevista per i morti scomunicati. 
I catari, in Italia conosciuti con il nome di patari o patarini, sono stati lultimo grande movimento ereticale del Medioevo. Diffusisi dopo il Mille, in particolare nella Francia meridionale, scomparvero intorno alla met del Trecento. Sostenevano che il mondo era lo scenario di uno scontro incessante fra spirito, creato da Dio, e materia, creata da Satana, e conducevano uno stile di vita rigorosamente ascetico: se il mondo  opera del maligno, il fedele deve ritrarsene, per esempio astenendosi dai rapporti carnali e rifiutandosi cos di procreare. Al contrario, la propaganda ecclesiastica li dipingeva come dissoluti dediti ai pi turpi libertinaggi. A partire dalla met del Duecento laccusare di eresia, molto spesso senza neppure specificarne il tipo, i nemici ghibellini era diventato una prassi comune da parte degli inquisitori e dei legati papali, tanto che era percezione diffusa che eterodossia e ghibellinismo coincidessero.  dunque probabile che le condanne degli Uberti avessero alle spalle soprattutto motivazioni politiche. 
Tuttavia Salomone da Lucca non procedette solamente contro persone e famiglie di fede ghibellina: per esempio, condann, con relativa confisca dei beni, anche due membri, entrambi defunti, della famiglia Bagnesi, nota per la sua fedelt alla causa guelfa. Salomone non faceva distinzione tra morti e vivi e nemmeno tra uomini e donne: come la moglie di Farinata, anche Rovinosa, una dei Bagnesi condannati, era defunta. Insomma, accanto alle vendette politiche e, forse, ma c da dubitarne, alla buona fede di un sincero religioso preoccupato di estirpare ogni traccia di eresia, dobbiamo mettere nel conto altri interessi assai meno nobili. I beni confiscati, infatti, venivano variamente suddivisi e una loro parte finiva allasta. Conosciamo il nome di famiglie fiorentine che si arricchirono con lacquisto dei beni sequestrati ai condannati. Dietro a molti processi, dunque, si scorgono veri e propri intrighi a fine di lucro. Limpressione  che i supposti patarini non fossero tali, e che il pi delle volte si trattasse di procedimenti che miravano a incamerare le propriet di famiglie politicamente deboli. E nel conto vanno messi pure gli interessi privati dellambiente che gravitava intorno agli inquisitori, se non degli inquisitori stessi.
Magnati e popolani.
Diversamente che nel passato, negli anni Ottanta vendette, soprusi e vere e proprie persecuzioni ai danni dei vinti non sfociano in aperta e sanguinosa contrapposizione, e ci perch sulla scena comincia a imporsi un nuovo soggetto che imprime una diversa dinamica alla vita civile fiorentina.
Diventa protagonista quello che oggi chiameremmo il ceto medio produttivo. Allora era organizzato nelle cosiddette Arti. Queste corporazioni, nate verso la fine del dodicesimo secolo come associazioni di artigiani e poi sviluppatesi nel tempo tanto da raggruppare quasi tutte le attivit economiche e professionali della citt, nei primi anni Ottanta si suddividevano in sette maggiori, le pi antiche (di Calimala o dei mercatanti, del Cambio, della Lana, di Por Santa Maria o della seta, dei Medici e speziali, dei Vaiai [conciatori] e pellicciai, dei Giudici e notai), cinque mezzane e dodici minori. Le prime, di cui quella di Calimala  una sorta di Confindustria del tempo   la pi importante, organizzano le grandi attivit economiche (industria, commercio internazionale, finanza), mentre le altre associano le attivit sussidiarie (oggi diremmo i servizi), quelle artigiane e il piccolo commercio. Sono regolate tutte da propri statuti e guidate da organi di governo elettivi che hanno il potere di dirimere le questioni interne. Le Arti partecipano con propri rappresentanti alle assemblee comunali e, nel periodo qui considerato, sono pure dotate di proprie milizie armate. Il peso politico delle maggiori, che rappresentano gli interessi del ceto capitalistico pi forte, supera di gran lunga quello delle altre.
Ebbene, gi nel 1282 le Arti maggiori, il cui interesse primario  la pacificazione interna in funzione dello sviluppo economico, riescono a imporre, accanto alle nuove magistrature sorte con la pace del cardinale Latino, un organo di governo costituito da tre priori di loro diretta emanazione. Lanno dopo il numero dei componenti del Collegio dei priori  che restavano in carica, e sempre sar cos, per soli due mesi  verr portato a sei, presi tutti dalle sette Arti maggiori, ma in modo che ogni sestiere della citt fosse rappresentato. Il cambiamento fu quasi inavvertito, ma, per una citt che fino a quel momento aveva mutato statuti e forme di governo con un ritmo impressionante, questo nuovo sistema, che con qualche modifica si manterr inalterato per decenni, fu una vera e propria rivoluzione. Il governo dei priori sancisce, anche dal punto di vista formale, la piena identificazione di Firenze con il guelfismo. Da questo momento in poi la lotta politica fiorentina non sar pi tra i due storici partiti dei Guelfi e dei Ghibellini, ma si svolger, con non minore asprezza e crudelt della precedente, tra le due fazioni nelle quali i Guelfi finiranno per dividersi. 
Le Arti avevano nominato anche un funzionario che, con il titolo di capitano e difensore delle Arti, affiancava, con pari poteri, il podest e il capitano del Comune (magistratura, questa, creata con gli accordi di pace del 1280). Il conflitto tra i due capitani era inevitabile, ma venne risolto facendo dimissionare il capitano del Comune un mese prima che scadesse il suo mandato e fondendo le mansioni delle due cariche nellunica figura del capitano delle Arti e degli artefici e conservatore della pace del Comune. Lepisodio non ci interesserebbe pi di tanto se il capitano dimissionato in anticipo nel febbraio 1283 non fosse stato Paolo Malatesta (detto Paolo il Bello), quello stesso che, un paio danni dopo, sarebbe stato ucciso dal fratello Giovanni (detto Ciotto perch zoppo), che aveva scoperto la sua relazione con la moglie Francesca da Polenta di Ravenna ( la tragica storia damore raccontata da Dante, e solo da lui, nel canto quinto dellInferno).
Se il nuovo sistema di governo  stato voluto dalloligarchia economica e nei primi tempi ne ha rappresentato gli interessi, nel giro di pochi anni le Arti escluse cominciano ad assumere un peso sempre pi grande e anche in quelle maggiori si fa strada una politica tesa a limitare il potere dei Grandi o magnati, cio dei ceti aristocratici o per lignaggio o per censo.  un processo lungo, che conosce anche battute darresto, ma che procede verso lallargamento della base sociale del potere e il riconoscimento delle esigenze della classe media e, perfino, medio-bassa. Nel corso degli anni si susseguono provvedimenti contro i magnati (particolarmente severi quelli assunti nel 1286, che imponevano a ogni individuo riconosciuto magnate, raggiunta let di quindici anni, di pagare una forte cauzione, detta sodamento), finch, esattamente dieci anni dopo la nascita del priorato, una riforma radicale li esclude addirittura dalla rappresentanza politica. Insomma, la lotta tra famiglie e consorterie che fino a questo periodo ha caratterizzato la vita politica di Firenze si trasforma in aperto conflitto di classe.
Si arriv cos, nel 1293, grazie allazione del ricco mercante Giano Tedaldi della Bella (che aveva case vicino alla chiesa di San Martino, cio a poca distanza da quella di Dante), alla promulgazione dei cosiddetti Ordinamenti di giustizia. Erano un insieme di provvedimenti, succedutisi durante il biennio 1293-1295, che escludevano i magnati dagli uffici politici, in particolare dal pi importante, il priorato (ma non dagli incarichi amministrativi, per esempio quello di ambasciatore, e militari). Ora, il problema era stabilire chi dovesse essere considerato magnate. Sicuramente, appartenevano alla categoria magnatizia le famiglie dantica nobilt feudale. Queste si erano distinte negli oltre quarantanni di lotte tra Guelfi e Ghibellini, ma negli anni Novanta non erano pi loro a costituire il nerbo dellaristocrazia cittadina. A questepoca, i Grandi contro i quali si dirigeva il risentimento del popolo minuto, cio artigiani, piccoli e medi commercianti, cambiatori, erano popolani di origine che si erano enormemente arricchiti e che avevano abbracciato lo stile di vita e i comportamenti dei nobili: lalterigia, il disprezzo, il sentirsi al di sopra della legge, la prepotenza esercitata quotidianamente per le strade della citt. Quanto ai ceti dirigenti delle Arti, compresa quella di Calimala, a muoverli contro costoro era il desiderio di spezzare la presa che un gruppo ristretto di grandi clan finanziari ancora esercitava, nonostante lallargamento della rappresentanza politica, sul governo effettivo della citt. 
Massima aspirazione degli oligarchi era essere nobilitati, assurgere al rango sociale delle famiglie destrazione feudale. Ecco perch era aperta una vera e propria corsa al cavalierato: solo quellinvestitura permetteva di fare il salto di classe. 
Nel nostro immaginario la figura del cavaliere  tipica della societ feudale, come quella del mercante lo  del mondo comunale. In realt, almeno fino agli inizi del Duecento, i milites erano, anche numericamente, una porzione molto rilevante della societ comunale, di cui si collocavano al livello pi alto. I cavalieri, cio tutti coloro che potevano permettersi un costoso apparato da combattimento, a cominciare dal cavallo, erano il nucleo della forza militare del Comune: erano dunque essenziali sia per la sua difesa sia per la sua espansione territoriale. Questo ruolo assicurava loro grandi benefici economici, derivanti dalle rendite dellattivit bellica e, soprattutto, dal fatto che essi, essendo un corpo compatto e solidale, riuscivano a dirottare a loro vantaggio una parte consistente delle finanze pubbliche. Perci i cavalieri, che, pur non essendo necessariamente nobili di sangue, conservavano uno stretto rapporto ideale e comportamentale con la nobilt, avevano una funzione reale e godevano di reali privilegi di classe. 
Negli ultimi decenni del Duecento le cose stanno diversamente. Il nucleo dellesercito, la cavalleria,  ancora formato da persone benestanti (in gran numero appartenenti al ceto dei magnati), ma nella loro maggioranza prive del titolo cavalleresco. Questo, comunque, esercita ancora una notevole attrazione. Non d grandi vantaggi economici, ma conferisce una serie di prerogative, quasi tutte di carattere onorifico, che distinguono chi ne  insignito: portare sproni, pomi delle spade e freno del cavallo doro; potersi ornare (loro e le mogli) con pietre preziose in deroga ai divieti delle leggi suntuarie; avere un numero di invitati alle nozze o di chierici ai funerali maggiore di quello normalmente consentito, e cos via. Si capisce bene, allora, perch adesso il loro titolo non sia pi miles, ma dominus (in italiano messere), titolo che peraltro gli insigniti condividono con i giudici. I ricchi, soprattutto se privi di lignaggio, facevano a gara per essere creati cavalieri. Questi erano un numero considerevole (nel 1283 si contavano in citt e nel contado trecento cavalieri di corredo, ai quali si univa la massa dei donzelli, candidati al cavalierato; dieci anni dopo il numero si manteneva intorno alle duecentocinquanta unit), ma incomparabilmente pi basso di quello dei milites, cio dei cavalieri effettivi, del secolo precedente, che poteva ammontare a un terzo della popolazione cittadina. Stando ai cronisti, sembrerebbe che la dignit cavalleresca fosse sentita come una sorta di autorizzazione pubblica a condurre uno stile di vita, che evidentemente veniva ritenuto nobiliare, caratterizzato dallostentazione del lusso e del privilegio: i cavalieri tenevano corte imbandita sera e mattina, largheggiavano in donativi nelle ricorrenze festive, si circondavano di buffoni e cortigiani, invitavano nelle loro case ogni forestiero di nome che passasse per Firenze e poi lo scortavano a cavallo per la citt e anche fuori. Insomma, essere cavaliere era uno status symbol, sollevava dal rango di mercante, industriale o banchiere a quello di signore.
Ecco perch gli Ordinamenti individuano come criterio per definire un magnate il fatto che egli sia legato da un vincolo anche di lontana consanguineit a un cavaliere (numero in un secondo momento elevato a due) vivente o defunto da meno di ventanni. A seguito degli Ordinamenti le famiglie magnatizie escluse dai diritti politici vengono elencate nominativamente: sono settantadue in tutto. Quella degli Alighieri, ovviamente, non vi  compresa.
Una fiammata di ghibellinismo.
Mentre la supremazia guelfa dopo la caduta degli Svevi si era affermata su quasi tutta la Toscana (con lovvia eccezione di Pisa), i Ghibellini di Romagna, capeggiati da Guido da Montefeltro, che si era installato a Forl, per tutti gli anni Settanta avevano opposto una forte resistenza ai tentativi papali di mettere sotto controllo la regione. Allinizio degli anni Ottanta era dovuto intervenire un esercito formato da forze angioine e francesi, che era, s, riuscito a occupare Forl nel 1283, ma dopo aver subito clamorosi rovesci: fece sensazione la strage di cavalieri francesi  di Franceschi sanguinoso mucchio, dir Dante25  fatta dal Montefeltro in quella citt il 1 maggio 1282. In quello stesso anno a Palermo era scoppiata, al grido: Morte ai Francesi (la mala segnoria, scriver Dante, aveva mosso Palermo a gridar: Mora, mora!26), una rivolta antiangioina, i cosiddetti Vespri. Gli effetti della rivolta impegneranno Carlo I dAngi e i suoi successori in una guerra durata ventanni, al termine della quale perderanno definitivamente la Sicilia, passata sotto il dominio di una dinastia aragonese. Questi avvenimenti avevano indebolito lo schieramento guelfo e il potere del re di Napoli. Si aggiunga che il re dei Romani, in attesa di incoronazione imperiale, Rodolfo dAsburgo, dopo un periodo di sostanziale latitanza, aveva ripreso interesse per le cose di Toscana e quindi, allinizio del 1281, vi aveva inviato in missione come vicario generale il cancelliere Rodolfo di Hoheneck. Insomma, mentre a Firenze si consolida il potere guelfo, in molte zone della Toscana si assiste a un risveglio di ghibellinismo. 
Per quasi un decennio lepicentro del sommovimento ghibellino fu Arezzo. Qui, intorno alla met degli anni Ottanta, a seguito di reiterati scontri interni, aveva preso il potere la famiglia degli Ubertini, di estrazione feudale e con ampi possedimenti nel Casentino. Sotto il governo del vescovo Guglielmino degli Ubertini, Arezzo era diventata il centro di raccolta dei fuorusciti ghibellini di Siena e Firenze. Lo scontro tra Firenze e Arezzo era dunque inevitabile. Il primo significativo atto di guerra fu il lungo assedio, dallottobre 1285 allaprile dellanno successivo, posto dai fiorentini al castello di Poggio Santa Cecilia, appartenente ai senesi ma occupato dai Ghibellini con lappoggio di Arezzo. Dopo che fiorentini e senesi ebbero ripreso il castello, la situazione si trascin in uno stato di guerra endemica fino al 1287, quando, chiusasi una parentesi guelfa, gli Ubertini riacquistarono il pieno controllo della citt. Si form allora una lega delle citt guelfe della Toscana contro Arezzo, la quale poteva contare sul sostegno dei fuorusciti ghibellini e del nuovo vicario imperiale Percivalle di Lavagna. Si erano cos ricostituiti gli schieramenti che da oltre mezzo secolo dividevano la regione. Dopo una prima vittoria degli aretini (al comando di Buonconte da Montefeltro, giovane figlio di Guido) a Pieve al Toppo nel giugno 1288, la battaglia decisiva fu combattuta nella piana di Campaldino, nei pressi del castello di Poppi, l11 giugno dellanno successivo. I Guelfi riportarono una vittoria schiacciante, grazie anche al valore di Corso Donati il quale, a capo di un reparto di cavalleria di retroguardia, trasgredendo agli ordini, aveva fatto irruzione in campo sorprendendo gli aretini, che nel primo scontro avevano scompaginato la cavalleria leggera fiorentina. Nella mischia rimasero uccisi il vescovo Guglielmino (le cui armi furono appese come trofei nel Battistero di San Giovanni, mentre il corpo fu sepolto sul luogo della battaglia, nella vicina chiesetta di Certomondo, che, per ironia della sorte, i Guidi avevano eretto nel 1262 a celebrazione della vittoria ghibellina di Montaperti) e Buonconte da Montefeltro (la cui morte Dante racconter nel canto 5 del Purgatorio). Quella che sembrerebbe una battaglia tra citt, in realt fu una battaglia tra partiti. I fiorentini la vissero come una vittoria non tanto su Arezzo, quanto sui Ghibellini: la ricordarono, infatti, con una iscrizione nel Palagio (il bargello) che recitava: Sconfitti i Ghibellini a Certomondo.
Poco dopo le armi fiorentine si volsero contro Pisa.
Il pi solido baluardo ghibellino della Toscana, dopo la rovinosa sconfitta subita a opera dei genovesi nella battaglia navale della Meloria (6 agosto 1284), dovendo far fronte a una lega ostile formata da Genova, Lucca e Firenze, aveva affidato una sorta di signoria di fatto sulla citt a Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico. Questi, poi, aveva associato al potere il nipote Nino Visconti, signore del giudicato di Gallura, in Sardegna. I due erano di sentimenti guelfi (soprattutto il Visconti), ma la loro politica apparve connotata in senso guelfo soprattutto perch, tendendo a favorire i ceti aristocratici, si attir lavversione del popolo, che a Pisa, per tradizione, era ghibellino.  vero, comunque, che il Gherardesca aveva compiuto atti distensivi nei confronti di Lucca e Firenze, e fu proprio questa apertura ai nemici guelfi a fornire al ghibellino arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini (nipote del cardinale Ottaviano, da Dante collocato allInferno insieme a Farinata e a Federico secondo) il pretesto per accusare Ugolino di tradimento. 
La fine di Ugolino e dei suoi familiari  universalmente nota perch raccontata nel canto 33 dellInferno. Il primo luglio 1288 il conte, con i figli Gherardo e Uguccione, e i nipoti Nino il Brigata e Anselmuccio, venne rinchiuso nella torre dei Gualandi, in una stanza nella quale si tenevano i falconi durante il periodo della muta (e perci detta della Muda), e costretto a pi riprese a pagare ingenti somme per il riscatto. Era usanza, non solo a Pisa, concedere tre giorni di tempo per il pagamento, allo scadere dei quali ai prigionieri politici non veniva pi dato il cibo. Dopo otto mesi, esaurite le risorse economiche dei Gherardeschi, i prigionieri furono lasciati morire di fame e senza conforti religiosi. La leggenda vuole che la stanza dei falconi fosse attigua a quella in cui si riunivano gli Anziani e perci che i consiglieri potessero udire a lungo i gemiti dei morenti. I loro corpi furono asportati dalla torre solo il 18 marzo 1289. Proprio in quei giorni Pisa aveva nominato capitano della citt Guido da Montefeltro, il quale, dopo aver ceduto la Romagna (1283) ed essersi temporaneamente assoggettato al papa, era ritornato sulle sue posizioni ghibelline. Labilit di condottiero del Montefeltro fece s che in poco tempo i pisani riuscissero a recuperare molti castelli e piazzeforti che avevano dovuto cedere a lucchesi e fiorentini.
Dopo avere vinto a Campaldino, Firenze, spronata anche da Nino Visconti, sfuggito alle trame dellarcivescovo Ruggieri, organizz una spedizione contro Pisa: riusc a espugnare alcuni castelli, tra cui quello di Caprona (6 agosto 1289), si spinse fin quasi alle mura della citt nemica, ma poi desistette senza sensibili guadagni. La guerra contro Pisa durer fino al 1293.
Padre e figli.
Nel 1283 Dante cede a Tedaldo di Orlando Rustichelli un modesto credito di 21 lire che suo padre vantava nei confronti di Donato di Gherardo del Papa e dei fratelli Bernardo e Neri di Torrigiano. Ci significa che a quella data Dante agiva da capofamiglia. Fino a quellanno i fratelli Alighieri, giuridicamente incapaci, erano stati assistiti da un tutore. Potrebbe essere stato questultimo a versare la dote della sorella Tana andata sposa a Lapo di Riccomanno o poco prima o poco dopo il 1275. In quel caso,  probabile che la trattativa prematrimoniale fosse stata avviata alcuni anni prima da Alighiero secondo, che avrebbe fissato lammontare della dote e, come usava, avrebbe depositato la cifra presso un banco. Il padre di Lapo, un ghibellino gi confinato nel 1268, era membro di una cospicua compagnia mercantile iscritta allArte di Calimala. La dote di Tana, dunque, non poteva non essere adeguata alla situazione economica del marito, e infatti ammont a 366 fiorini doro. Non sar stata una dote principesca, ma certo pesava non poco sulle finanze degli Alighieri. Al paragone, i 200 fiorini piccoli che in quello stesso torno di anni Gemma porta in dote a Dante appaiono veramente irrisori (un fiorino doro valeva 29 fiorini piccoli, quindi la dote di Gemma ammontava a poco pi di 12 fiorini doro). 
Si pensa che risalga a non molto dopo il 1283 la celebrazione del matrimonio di Dante con Gemma, promesso fin dal 1277. Dante aveva compiuto diciottanni e Gemma (che camper a lungo, fin verso il 1343) forse ne avr avuti allincirca quattordici. 
Da questa unione nascono tre o quattro figli. Quattro, se si ritiene che il Giovanni figlio Dantis Alagherii de Florentia ricordato in un documento notarile lucchese del 21 ottobre 1308 sia per lappunto figlio (primogenito) di Dante e non di un omonimo Dantino di Alighiero da Firenze, vissuto a Padova ancora in pieno Trecento; tre, se non si accetta quellidentificazione, peraltro assai plausibile: e cio, in ordine probabile di nascita, Pietro, Iacopo e Antonia. Va detto che la presenza di un figlio di Dante a Lucca nel 1308 sarebbe congruente con la biografia del padre;  strano, tuttavia, che di lui non sia rimasta traccia alcuna. Pietro e Iacopo, stando alle vicende giudiziarie nelle quali saranno coinvolti a causa del padre, devono essere nati non molto prima del 1300. Tra il 1311 e il 1315, in ottemperanza alla legge fiorentina che imponeva ai figli maschi degli sbanditi di uscire dalla citt al compimento del quattordicesimo anno di vita, essi avevano lasciato Firenze e, verosimilmente, raggiunto il padre in esilio. Risulta che erano insieme a lui a Ravenna verso la fine del 1318; ma la data del ricongiungimento familiare pu essere forse anticipata di qualche anno. A Ravenna sar anche la figlia Antonia, ma siccome il bando non si applicava alle figlie, ignoriamo se avesse seguito il padre gi da prima o fosse rimasta a Firenze con la madre. Del resto, non sappiamo nemmeno se Gemma abbia lasciato la citt al momento della cacciata del marito. Le opinioni variano: sembra quasi certo, per, che essa, a una certa data, sia stata costretta a emigrare. Rimane aperto, invece, il problema se e dove si sia ricongiunta con il marito. Se Antonia, negli ultimi anni della vita di Dante, si trovava con lui a Ravenna,  pi che probabile che l si fosse trasferita anche Gemma. Ci non impedisce di ipotizzare che Dante e la moglie abbiano vissuto insieme anche in altri periodi precedenti.
Al momento della morte del padre i figli erano con lui a Ravenna. In seguito Pietro, dopo aver studiato giurisprudenza a Bologna, dove avrebbe potuto conoscere lo studente Petrarca, intraprende unonorifica carriera di giudice a Verona (altra citt dove, in alternativa a Bologna, avrebbe potuto stringere rapporti di conoscenza, se non proprio damicizia, con Petrarca, che gli invia una breve epistola in versi latini); Iacopo, rientrato a Firenze nel 1325 e presi gli ordini minori, ottiene lui pure un canonicato a Verona e vari benefici in Valpolicella. Il primo muore nel 1364, del secondo sappiamo che  ancora vivo nel novembre 1347. Quanto ad Antonia, sembra quasi certo che, non si sa se prima o dopo la morte del padre, sia diventata monaca, con il nome di suor Beatrice, nel monastero di Santo Stefano a Ravenna.
I figli nutrono per Dante una grandissima ammirazione, si pu dire un vero culto. Entrambi studiano e diffondono le sue opere: Iacopo, gi negli anni a ridosso della morte del padre, scrive un commento in volgare allInferno; Pietro, allincirca tra il 1338 e il 1341, un ampio commento in latino a tutto il poema. Lammirazione intellettuale si sar nutrita anche di un po di vanit, forse neppure del tutto esente da risvolti strumentali, eppure, al di l del comprensibile compiacimento di potersi fregiare del nome di tanto padre, niente impedisce di attribuire loro anche sinceri moventi affettivi. E non solo ai figli studiosi: in effetti, nella decisione di Antonia di assumere il nome Beatrice non  forse implicito un omaggio al padre? Privi come siamo di ogni minima notizia sulla vita della famiglia Alighieri prima e dopo lesilio, non possiamo certo presumere di coglierne le dinamiche affettive. Solo un indizio suggerisce, per quel che pu valere, che fratelli e genitori fossero tra loro coesi. Come interpretare diversamente il fatto che Pietro e Iacopo, quando devono decidere i nomi dei propri figli, attingono dal bacino familiare pi prossimo, genitori compresi? E cos Pietro, padre di sette figli, ne battezza due con i nomi Gemma e Dante, unaltra con quello della sorella (Antonia) e una quarta adattando il nome della famiglia (Alighiera). Iacopo  meno vario, e a due dei suoi tre figli (illegittimi) impone il nome Alighiero e Alighiera.  poco per costruirvi sopra il ritratto di una famiglia unita e affiatata, ma basta, forse, per tracciare, contro lidea vulgata di un Dante distaccato dalla quotidianit, immerso in pensieri sublimi e in fantasie poetiche, il contorno di un padre che  riuscito a farsi amare e, pur fra innumerevoli traversie, a far s che tra i suoi cari si conservasse il senso della famiglia. Del resto, che la famiglia, la sua propria e quella di origine, fosse per lui una realt molto pi importante di quanto sospettiamo sembra confermato anche dalla circostanza che, infrangendo i divieti di parlare nei testi letterari dei propri congiunti ai quali ubbidivano gli scrittori di allora  e con ci smentendo anche limmagine corrente che si ha della sua poesia , Dante alcune volte allude a membri della famiglia ristretta: a una sorella che si prende cura di lui ammalato nella Vita Nova, perfino alla moglie Gemma in una importante canzone lirica. Sono gesti di un anticonformismo notevole anche per uno scrittore come lui, insofferente di ogni regola prestabilita e proiettato costantemente verso il nuovo.
Lontano dalla politica. 
Nel quindicennio che separa la pace del cardinale Latino (1280) dalle riforme di Giano della Bella (1293 1295) Dante, raggiunta la maggiore et, si  costruito una famiglia,  diventato il capo di ci che restava di quella dorigine, si  affacciato alla ribalta cittadina facendosi conoscere come poeta e intellettuale, ma si  tenuto lontano dalla politica. Proprio lui, che dai trentanni in poi sar letteralmente posseduto dal demone della politica, per molti anni se ne mostra del tutto distaccato. Evidentemente ha scelto di giocare le sue carte a un altro tavolo, quello dello studio e della scrittura. Della vita pubblica di Firenze, dunque, egli  a lungo soltanto spettatore. Ma, a giudicare dalle tracce che avvenimenti accaduti in quel periodo e personaggi allora incontrati o anche solo intravisti lasceranno nella Commedia, uno spettatore attento e curioso.
Firenze sguita a essere, come negli anni Settanta, uno dei grandi crocevia della storia italiana. Vi soggiornano o vi transitano quasi tutti i protagonisti che contano. In maggioranza sono Angioini, e la loro presenza dipende spesso dagli sviluppi della lunga guerra siciliana.
Nellaprile 1281 transita per Firenze Clemenza dAsburgo, la figlia tredicenne di Rodolfo re dei Romani:  in viaggio verso Napoli dove lattende Carlo Martello (primogenito del principe Carlo dAngi, futuro re di Sicilia), suo promesso sposo allora appena decenne. Lanno dopo, nellottobre, scoppiata la rivolta in Sicilia,  proprio il principe Carlo a passare per Firenze durante il viaggio di ritorno a Napoli dalla corte di Filippo terzo di Francia, al quale si era rivolto per ottenere rinforzi militari. La guerra in Sicilia si trascina ormai da un paio danni, quando Carlo primo e Pietro dAragona, i due contendenti, si accordano di affidarne le sorti a un giudizio di Dio nella forma di un duello tra loro due. Una soluzione che sarebbe ben strana, se non fosse che nessuno dei due sovrani pensava seriamente di ricorrervi: per entrambi era solo un modo per prendere tempo. Il re di Napoli, comunque, alla fine dellinverno del 1284 si dirige verso Bordeaux, sede convenuta per il duello, e il 14 marzo entra a Firenze. Sar lultima volta che vedr la citt sulla quale ha dominato per quasi un quindicennio: morir, infatti, nel gennaio 1285. Il duello, naturalmente, si risolse in una sceneggiata. Nel 1284, durante unazione navale, lerede al trono Carlo era stato catturato e portato in Catalogna, dove sarebbe rimasto prigioniero per cinque anni, anche dopo, dunque, la morte del padre. Quando comincia a diffondersi la voce di una sua imminente liberazione, Maria dUngheria, la moglie, si mette in viaggio verso la Provenza e cos nel novembre 1287 soggiorna lei pure a Firenze. Carlo, per, sar liberato solamente lanno dopo: rientrer in Italia nel 1289, nel maggio transiter per Firenze e si recher a Rieti, dove il papa lo incoroner re di Sicilia e Gerusalemme (anche se lisola era in mano aragonese e Gerusalemme in mano musulmana). Da quel momento il principe sciancato e disprezzato dal padre diventer Carlo secondo di Napoli, ma per Dante sar il Ciotto di Ierusalemme.27
Nella primavera del 1294 a Firenze va in scena una sorta di trionfo angioino. In citt, infatti, si riunisce la corte al gran completo. Nel marzo arriva Carlo Martello in compagnia della moglie Clemenza e dei suoi tre fratelli: per venti giorni attende larrivo del padre Carlo secondo, che veniva dalla Provenza e portava con s i figli che erano rimasti ostaggio degli Aragonesi. Levento rest memorabile per i prolungati, solenni e sontuosi festeggiamenti che lo contornarono. Se diamo credito a quello che Dante racconta nel Paradiso, in quel mese tra lui e Carlo Martello (che sarebbe morto lanno dopo) sarebbe nato un rapporto affettuoso, dal quale Dante molto si aspettava. Difficile credere che tra un principe angioino, per di pi incoronato (pi formalmente che di fatto) re dUngheria, e un semplice cittadino di Firenze potesse instaurarsi un legame damicizia. Resta probabile, per, che, nellambito dei festeggiamenti organizzati dal Comune, Dante abbia avuto occasione di avvicinarlo e, forse, di recitargli alcuni suoi componimenti lirici. A quella data egli era gi un poeta noto, e quindi  possibile che sia stato invitato a qualche incontro conviviale o festivo come uno degli intellettuali di spicco della citt.
Stando ancora alla Commedia, in quegli stessi anni Dante avrebbe avuto rapporti amichevoli anche con Nino Visconti, uno dei protagonisti delle vicende pisane legate al nome del conte Ugolino e, soprattutto, della guerra tra Firenze e Pisa che ne era conseguita. Ne incontra lanima in Purgatorio e per la gioia di saperlo salvo esclama, usando un tu amichevole: giudice Nin gentil, quanto mi piacque / quando ti vidi non esser tra  rei!.28 Se ci sono stati, i rapporti possono essere nati dopo il rivolgimento politico a Pisa, quando il Visconti frequenta Firenze per caldeggiare la lega guelfa contro quella citt. Un altro protagonista delle vicende pisane, Guido da Montefeltro, dopo la stipula della pace nel 1293 attraversa il territorio del Comune di Firenze dove  fatto oggetto di grandi onori. Lui pure sar uno dei personaggi di spicco della Commedia, ma Dante non deve averlo mai incontrato, tanto  vero che quando nella finzione del poema si imbatte nella sua anima non lo riconosce.
Un rapido cenno, infine, merita almeno un altro personaggio che Dante non pu avere dimenticato.  Guido il Vecchio da Polenta, il padre di Francesca, che a Firenze ricopre la carica di podest dal luglio al novembre 1290, solo qualche anno dopo luccisione della figlia, databile al 1285 circa. Paolo Malatesta, laltra vittima, era stato capitano del Comune tra il 1282 e il 1283: il decennio sembra incorniciato da questo fatto di sangue.
La violenta morte invendicata.
In questi anni anche la famiglia Alighieri  vittima di un delitto. Il 15 aprile 1287 i religiosi del convento di Santa Maria di Cafaggio accompagnarono alla sepoltura il corpo di Geri del Bello, ricevendone unelemosina di 14 soldi. Era stato ucciso, il giorno stesso o quello precedente, da un membro della famiglia Sacchetti di nome Brodario. Geri, cugino primo del padre di Dante e, forse, lunico membro della famiglia a essere stato esiliato dai Ghibellini dopo Montaperti, insieme al fratello Cione era sicuramente uno degli Alighieri pi in vista. Doveva essere un uomo violento e facile alla rissa se ai primi di novembre 1280 era stato condannato in contumacia, insieme a Cione, in un processo per atti di violenza compiuti a Prato. NellInferno Dante lo vedr, senza parlargli, tra i fomentatori di discordie. 
Giunto quasi al confine della nona bolgia infernale, rimproverato da Virgilio per aver rallentato il passo, Dante si giustifica dicendo che stava cercando di individuare un suo congiunto che avrebbe dovuto trovarsi fra quei dannati. Al che Virgilio risponde di averlo visto: chio vidi lui a pi del ponticello / mostrarti e minacciar forte col dito, / e udi l nominar Geri del Bello.29 Dante conosce i motivi che hanno spinto Geri a tenere nei suoi confronti un atteggiamento cos sdegnoso e, perfino, minaccioso:
 O duca mio, la volenta morte
 che non li  vendicata ancor, dissio,
 per alcun che de lonta sia consorte,
 fece lui disdegnoso; ond el sen gio
 sanza parlarmi, s com o estimo:
 e in ci mha el fatto a s pi pio.30
Nel 1300 la morte di Geri non era ancora stata vendicata dai parenti. Consapevole di quale pena aggiuntiva il non essere vendicato rechi allanima del defunto, Dante ne prova piet. Sembrerebbe quasi auspicare che qualcuno finalmente si decida a lavare lonta che grava sulla famiglia. In realt, pi che la mancata vendetta, a lui interessa mettere in rilievo che gli Alighieri sono tenuti a esercitarla.
Che Dante si presenti come fautore della vendetta non deve meravigliare. La vendetta privata, infatti, era uno degli usi che la societ feudale aveva trasmesso a quella dei Comuni. Pare, tuttavia, che le citt toscane, e Firenze pi di altre, fossero particolarmente proclivi a tale pratica: molti fiorentini lamentano la diffusione del fenomeno; altri, non fiorentini, lo additano come peculiare di quella citt. Siccome per la mentalit medievale la vendetta era un atto di giustizia, la legislazione comunale non era arrivata a sopprimerla, ma solo ad arginarla con una serie di provvedimenti che stabilivano che latto vendicatore fosse proporzionato alloffesa subita. Per i nobili vendicare le offese era necessario per salvaguardare lonore, e pertanto, prima ancora che un diritto, era un dovere. Gli statuti, per, prevedevano che si potesse arrivare a una composizione tra le parti e quindi alla stipula di una carta di pace. La pacificazione, tuttavia, non doveva avere il senso di una resa o, ancor peggio, presentarsi come un modo per sottrarsi al dovere di difendere lonore:  sintomatico che nella tenzone infamante Forese ingiurii Dante accusandolo di essere corso a far pace quando invece avrebbe dovuto vendicare unoffesa subita dal padre. Non  chiaro quale offesa il padre avesse ricevuto,  chiara per lingiuria di Forese: Dante avrebbe mostrato di essere della stessa tempra del genitore, cio un vile.
Ignoriamo quali motivi avessero spinto Brodario a uccidere Geri; il fatto che Dante lo collochi tra i fomentatori di discordie potrebbe avere una qualche attinenza con la sua morte violenta. Lipotesi pi ragionevole  che sia stato ucciso non per avere egli stesso gi morto uno di quella famiglia, ma per la discordia che aveva seminato in essa, o tra essa ed altra famiglia; in effetti, se Geri avesse egli ucciso per primo uno degli avversari, la morte sua sarebbe stata giusta vendetta, e non avrebbe lasciato agli Alighieri lobbligo che Dante riconosce. I Sacchetti erano unantica e nobile famiglia guelfa del sesto di San Pier Scheraggio: nel Paradiso Dante li nominer tra le famiglie gi grandi nel dodicesimo secolo (Grand era gi la colonna del Vaio, / Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci31). Sebbene negli anni Ottanta del Duecento avessero conosciuto un certo declino politico, nel 1293, a seguito degli Ordinamenti di giustizia, furono dichiarati magnatizi. Che i Sacchetti fossero nobili  molto importante per valutare il senso del richiamo dantesco alla necessit della vendetta. Allesercizio del diritto-dovere della vendetta le famiglie nobili non potevano sottrarsi. Gli Alighieri  commercianti, cambiavalute, dediti ad affari di piccolo cabotaggio  nobili non sono, eppure Dante ritiene che con la loro inazione siano venuti meno a un dovere. Con linvendicato Geri, aggiunge un nuovo tassello al mito, che sta costruendo nella Commedia, e non solo, della nobilt delle sue origini. 
Geri sar effettivamente vendicato. Lo faranno a molta distanza di tempo i figli di suo fratello Cione, di nome Bambo e Lapo, i quali, allincirca intorno al 1317, uccideranno un non identificato Sacchetti sulla porta della sua casa. Che la vendetta potesse essere procrastinata per anni e anni era senso comune, tanto da diventare proverbiale: secondo lOttimo commento, presso i fiorentini correva il motto: vendetta di cento anni tiene lattaiuoli, cio si mantiene giovane come un fanciullo che  ancora lattante. E infatti non mancavano esempi di uccisioni vendicate a grande distanza di tempo: il guelfo Ghino Velluti, ucciso da un Tommasino dei Mannelli nellautunno del 1267, sar vendicato su un giovane Mannelli da un gruppo di congiunti il giorno di san Giovanni del 1295, cio ventotto anni dopo. Unattesa di una trentina danni, comunque, resta abbastanza eccezionale. Ma la cosa veramente strana  che la pace tra Alighieri e Sacchetti venga stipulata dopo tantissimo tempo dallultimo omicidio. Sar solo il 10 ottobre 1342 che, in ducali palatio (cio nella residenza di Gualtieri di Brienne, duca dAtene, acclamato signore a vita della citt il mese precedente), Pietro del fu Daddoccio dei Sacchetti e suo figlio Uguccione, da una parte, Francesco Alighieri, anche a nome dei nipoti Pietro e Iacopo, assenti, dallaltra, dichiarano solennemente e mettono per iscritto, anche per conto di tutti i loro consanguinei presenti e futuri, che tra loro sarebbe regnata in perpetuo una vera e sincera pace. Il sospetto  che a chiedere la stipula solenne di una pace che li mettesse al sicuro possano essere stati proprio il fratello e i figli di Dante. In teoria, lassassinio compiuto dai nipoti di Geri avrebbe dovuto pareggiare i conti; i Sacchetti, cio, non sarebbero stati tenuti per senso dellonore a colpire a loro volta qualcuno degli Alighieri. A meno che non avessero ritenuto che luccisione del loro parente non potesse essere considerata una vendetta, per cos dire, legalmente riconosciuta. Vale a dire, che lomicidio compiuto da Bambo o da Lapo o da entrambi a tanta distanza di tempo fosse sostanzialmente immotivato. O peggio ancora, per gli Alighieri, che fosse stato provocato da una sorta di istigazione o da qualcosa che essi avevano interpretato come unistigazione: insomma, i Sacchetti avrebbero potuto ravvisarne la causa scatenante nella rappresentazione di Geri invendicato. Potrebbero averlo lamentato pubblicamente e, forse, pronunciato anche qualche minaccia. La Commedia era famosa, e a Firenze chiss quante chiacchiere si facevano sulluccisione di quel povero Sacchetti. E magari si ventilava pure che il grande poeta ne fosse stato moralmente responsabile. Una pace solenne, dunque, avrebbe consentito al fratello e ai figli di Dante di dormire notti pi tranquille.
Combattente a cavallo
Fino ai trentanni, come si  detto, Dante si tiene lontano dalla politica, ma non si sottrae ai doveri di cittadino. Fra questi c quello di prestare servizio in guerra. Alcuni ritengono che la sua esperienza militare sia durata per tutto il corso delle guerre aretino-pisane, vale a dire dallassedio di Poggio Santa Cecilia (1286) fino a Campaldino e Caprona (1289). In effetti, nei suoi scritti Dante dissemina riferimenti a luoghi, fatti e persone riportabili a quelle campagne di guerra. Nella Commedia ricorda con irrisione a un certo Lano senese, caduto nellagguato di Pieve al Toppo, che le sue gambe non furo accorte, cio abili a scamparlo, a le giostre dal Toppo;32 al territorio aretino rimandano le manovre di cavalleria descritte (sembrerebbe per averle viste di persona) in apertura del canto 22 dellInferno: Io vidi gi cavalier muover campo, / e cominciare stormo e far lor mostra, / e talvolta partir per loro scampo; / corridor vidi per la terra vostra, / o Aretini, e vidi gir gualdane.33 Niente, per, ci assicura che Dante fosse in armi a Santa Cecilia o avesse fatto scorrerie nellAretino. 
 certo, invece, che l11 giugno 1289 Dante era a Campaldino. Nel Purgatorio racconter, forse riferendo unipotesi allora circolata, che il corpo mai ritrovato del ghibellino Buonconte di Guido da Montefeltro, morto nella battaglia, era stato trascinato fino allArno dalle acque del torrente Archiano ingrossate da un temporale notturno; subito prima, nello stesso canto, comparir Iacopo del Cassero  ucciso dai sicari degli Este a Oriago, sulla strada tra Padova e Venezia , un altro che aveva partecipato alla battaglia al comando di un contingente di Fano schierato con i fiorentini. Leonardo Bruni cita, in traduzione, alcune righe di unepistola perduta nelle quali Dante scrive di essersi trovato tra i combattenti a cavallo nella battaglia di Campaldino, ove ebbe temenza molta et nella fine grandissima allegrezza per li varii casi di quella battaglia. Della battaglia disegna la forma, cio i varii casi: dalla rotta subita dalla prima schiera in cui lui si trovava fino alla vittoria ottenuta proprio grazie a quella precipitosa ritirata, che aveva avuto leffetto di compattare le forze equestri e pedestri fiorentine e, per contro, di allontanare dalla propria fanteria la cavalleria aretina inseguitrice. Dante, dunque, apparteneva al reparto dei feditori, ai quali toccava lonere del primo assalto. I feditori, ossia i cavalieri armati alla leggera, erano un corpo ambito, tanto  vero che ne facevano parte molti nobili e magnati. In quelloccasione il compito di selezionare i feditori del sestiere di San Pier Maggiore era stato affidato a Vieri dei Cerchi, il capo della famiglia a cui gli Alighieri erano politicamente vicini. Sembrerebbe che nellepistola perduta Dante avesse sottolineato il proprio comportamento valoroso, tuttavia il suo nome non figura tra quelli che furono indennizzati per essersi particolarmente esposti durante il combattimento.
 altrettanto sicuro che, meno di due mesi dopo Campaldino, il 6 agosto, Dante  sotto le mura di Caprona, a poca distanza da Pisa. Vede con i suoi occhi i fanti pisani uscire impauriti dal castello dopo avere patteggiato la resa (cos vid o gi temer li fanti / chuscivan patteggiati di Caprona, / veggendo s tra nemici cotanti34). A quei fanti le truppe fiorentine non fecero alcun male, ma Guido da Montefeltro, comandante dei pisani, li accus di tradimento per essersi arresi senza combattere dopo soli tre giorni di assedio. Alcuni giorni dopo, Dante avr seguito lesercito che si spingeva fino a Cisanello, a meno di tre chilometri dalle mura di Pisa. I fiorentini, per, come si  detto, non assalirono la citt: dopo poco se ne tornarono in patria senza aver ottenuto alcun successo significativo.
Quellesperienza bellica diede a Dante loccasione di compiere i suoi primi viaggi significativi in Toscana. Fu allora che, per la prima volta, visit luoghi come il Casentino e la valle dellArno che gli sarebbero diventati familiari molti anni pi tardi, quando vi soggiorner da esule.
Lideale aristocratico e la mancanza di mezzi
Il servizio prestato in cavalleria era molto onorevole. I combattenti a cavallo, che costituivano il reparto pi importante di un esercito medievale, appartenevano per la maggior parte alle classi sociali pi elevate. Nel secolo precedente, quando i milites (nobili e no) formavano uno dei ceti pi significativi, per numero, censo e potere, della struttura sociale e della vita politica dei Comuni, per i cavalieri la guerra rappresentava la loro ragion dessere. Non solo traevano diretti vantaggi economici dalle spedizioni militari, ma godevano di una sorta di assicurazione contro i danni che avrebbero potuto subire nellesercizio della professione. Gli ingaggi trattati con lamministrazione (nella quale, peraltro, avevano un ruolo spesso decisivo) prevedevano indennizzi per la perdita dei cavalli, delle armi, per eventuali riscatti da pagare se caduti prigionieri e cos via. Insomma, ancora fino ai primi decenni del Duecento, per i cavalieri andare in guerra era tutto guadagno. Ai tempi di Dante le cose erano molto cambiate. Bench fossero ancora previsti premi e compensi per i valorosi in caso di vittoria, i notevoli oneri rappresentati dallacquisto e dal mantenimento di un destriero e di almeno un ronzino (cio di un cavallo da battaglia e di uno di servizio) per la cavalleria pesante, e di almeno un buon cavallo per quella leggera, per lacquisto delle armi e della complessa attrezzatura difensiva (tunica, imbottito, usbergo, corazza, sopravveste, elmo, ecc.) e per gli eventuali assistenti erano tutti a carico dei privati. Andare in guerra, dal punto di vista economico, era pura perdita. Ecco perch il nerbo della cavalleria era costituito da persone abbienti, molte delle quali registrate tra i magnati. I quali miravano non al beneficio economico ma al prestigio sociale che ancora circondava il combattente a cavallo, senza peraltro trascurare i vantaggi politici che ne derivavano: non a caso nella loro lotta contro i ceti medi uscivano rafforzati ogni volta che un evento bellico richiedeva il loro intervento. 
Il giovane Dante si sar sentito onorato di militare a fianco dei pi ragguardevoli cittadini di Firenze. Essere equitator, combattente a cavallo, era altra cosa dallessere eques, cavaliere, ma segnalava comunque lappartenenza allaristocrazia cittadina. Tanto pi che lo si diventava per cooptazione, e non richiedeva pertanto quei gesti autopromozionali propri della carriera politica.
Dante deve essersi chiesto pi volte quale fosse il suo posto nella societ fiorentina. Aveva sposato una Donati, figlia e nipote di un cavaliere; mentre il nonno materno, se, come appare assai probabile, era Durante degli Abati, apparteneva a una famiglia pi che ragguardevole, lui portava il nome di una famiglia mediocre, nel presente ancor pi che nel passato. Il suo servizio amoroso era rivolto  o, meglio, egli pretendeva che fosse rivolto  a una donna maritata con un cavaliere dellaristocrazia finanziaria di Firenze. Anche le sue frequentazioni erano di alto livello. Il primo dei suoi amici era nientemeno che Guido Cavalcanti. Colto e raffinato, s, ma anche erede di una delle pi cospicue fortune della citt (i Cavalcanti erano de le pi possenti case di genti, e di possessioni, e davere di Firenze), magnate politicamente influente, figlio di uno dei capi principali del partito guelfo. Sul piano sociale li divideva un abisso: Guido poteva permettersi di sfidare, armi in pugno, lo stesso Corso Donati. Manetto Portinari, fratello di Beatrice, che era amico di Dante immediatamente dopo lo primo,35 non era di famiglia cos elevata come Guido, ma apparteneva pur sempre al ceto mercantile e finanziario di pi alto livello. Un altro suo grande amico, Cino, era un Sigibuldi, antica famiglia pistoiese provvista di sostanze, che Cino avrebbe incrementato ulteriormente una volta diventato uno dei pi autorevoli giuristi del tempo, come si evince dallammontare dei suoi depositi presso il banco dei Bardi.
Dante non apparteneva n allaristocrazia di sangue n a quella del denaro. Se non fosse stato Dante, delle famiglie che frequentava come amico sarebbe stato un cliente a cui esse avrebbero elargito qualche favore e un po di sostegno economico. Se trattava alla pari Guido, Manetto, Cino e gli altri, era solo in virt della sua personalit e del suo ingegno. Lo stato di oggettiva subordinazione in cui versava avr forse alimentato in lui un senso di insicurezza; certamente, ambizioso comera, un forte desiderio di rivalsa. Il tratto pi tipico della sua personalit, il sentirsi e presentarsi diverso, unico, eccezionale, sembra affondare le radici proprio nel terreno della sua mediocre posizione sociale, oltre che in quello di una stima di s. Nellintreccio fra volont di emergere e senso dinadeguatezza sociale andranno cercate anche le motivazioni profonde del suo ininterrotto interrogarsi sul tema della nobilt: della nobilt in generale, ma anche di quella sua propria e della sua famiglia.
Dante sceglie subito uno stile di vita coerente con limmagine di persona diversa e non integrata che egli sente di essere o che vuole essere. Il tenersi lontano dalla politica comunale  uno dei tratti che lo caratterizzano, ma ci che meglio rappresenta lidea di vita aristocratica a cui ambisce  il suo atteggiamento nei confronti del lavoro, delle attivit economiche e del valore da attribuire al denaro.
Colpisce noi, e forse ancor pi doveva colpire i suoi concittadini, constatare che Dante non esercita alcun mestiere. Che egli non avesse capitali sufficienti per entrare nel mondo della finanza o della mercanzia  un fatto; ma niente gli avrebbe impedito di seguire la strada dei piccoli affari, delle compravendite, delle speculazioni finanziarie che era stata percorsa da suo padre e da quasi tutti i membri della sua famiglia. E nemmeno di imboccare la via delle professioni intellettuali, molto richieste in Firenze (Brunetto Latini, per esempio, era un notaio, e notaio era pure lamico Lapo Gianni). Dante  il primo e lunico degli Alighieri a vivere di rendita. Sia chiaro, non desidera una vita scioperata da giovin signore; vuole vivere da nobile o, per lo meno, vuole una vita confacente al suo concetto di nobilt: distaccata dalle vili preoccupazioni economiche e dedita a tempo pieno alle attivit liberali, cio allo studio e alla poesia. Ma una cosa  vivere di rendita avendo alle spalle i grandi possedimenti terrieri dei veri nobili o le propriet immobiliari dalle quali i non nobili Cavalcanti ricavavano, come scrive Compagni, gran pigioni, altra cosa  farlo potendo contare solo sui proventi di un paio di poderi. Come minimo, Dante doveva trovarsi in perenne crisi di liquidit. Che quel tipo di vita non fosse sostenibile lo sperimenter abbastanza presto. Saranno le spese a cui dovr far fronte a partire dalla met degli anni Ottanta, quelle per la famiglia che intanto aveva formato, per le campagne militari a cavallo, per i soggiorni a Bologna, a portare i fratelli Alighieri al dissesto finanziario, ben prima del tracollo causato dallesilio.
Dolci e leggiadre rime damore 
Nella primavera del 1283, nove anni esatti dopo il primo incontro, Dante, mentre cammina per una via di Firenze, si imbatte in Beatrice, accompagnata, come si conviene a una maritata, da due donne pi anziane, e Beatrice lo saluta. Con questo atto essa mostra di ricambiare lamore che Dante nutriva per lei fin da ragazzetto. Che Beatrice in quelloccasione abbia salutato Dante non  inverosimile;  inverosimile, invece, che allo scadere dei loro diciotto anni tra i due si fosse instaurato un rapporto sentimentale. La stessa Vita Nova che lo afferma, lo smentisce. In essa, infatti, si legge che dopo quella data, per alquanti anni e mesi,36 Dante aveva scritto poesie damore per almeno altre due destinatarie. Nel romanzo egli sostiene che queste donne erano da lui usate come schermo per celare il suo vero amore e dirottare lattenzione dei curiosi di Firenze in altra direzione; nella realt, quelle rime damore dimostrano che ancora per parecchi anni dopo il 1283 Beatrice non era apparsa nei suoi orizzonti sentimentali e poetici. Se nella Vita Nova ricorre a quelli e ad altri espedienti,  perch vuole collocare la sua intera produzione lirico-amorosa sotto il segno di Beatrice, alterando, s, la realt dei fatti, ma in un modo che risulti credibile. 
Il 1283 come data davvio della storia del suo amore adulto gli consente per lappunto di mantenere un forte grado di approssimazione alla verit biografica e, contemporaneamente, di stringere in un unico nodo tre inizi: quello della sua vicenda amorosa, quello dellamicizia con Guido Cavalcanti e quello della storia pubblica della sua poesia. Nel 1283 egli aveva diciottanni, e ci gli permette anche di rispettare la legge enunciata da Andrea Cappellano nel De amore  un trattato, scritto verso la fine del dodicesimo secolo da un certo Andrea, cappellano presso la corte di Francia, che era considerato una sorta di bibbia dellamore cortese  secondo la quale un maschio non pu essere un vero amante prima di quellet. Per noi  quasi incomprensibile che si possa parlare di amore corrisposto in presenza unicamente di uno scambio di saluti. Teniamo presente, per, che nella societ di allora il saluto femminile era sentito come un atto delicato sotto molti aspetti. Nel Reggimento e costumi di donna Francesco da Barberino si interroga pi volte sulla liceit o meno del rispondere al saluto da parte delle donne e sulle forme della risposta.  drastico nel proibire alla giovane che venuta  gi nel tempo del maritaggio di salutare qualcuno incontrato in luogo pubblico (E segli avien che colla madre sua per alcun luogo passi, non si inframmetta dalcun salutare), ma anche nei confronti della maritata  pieno di cautele e di distinguo.
Ricevuto il saluto, Dante ritorna a casa inebriato e, a seguito di un sogno, compone un sonetto (A ciascunalma presa e gentil core) che ne descrive il contenuto enigmatico e lo invia a molti famosi trovatori [poeti] in quel tempo37 affinch gli rispondano spiegandogli il significato del sogno. Fra i molti che gli inviano un sonetto di risposta c anche Guido Cavalcanti: e questo fu quasi lo principio dellamist tra lui e me, quando elli seppe che io era quelli che li avea ci mandato.38 Dante, dunque, seguendo una prassi attestata, aveva inviato anonimamente il suo sonetto e Guido aveva risposto ignorando chi ne fosse lautore, della cui identit era venuto a conoscenza solo in un secondo tempo. Ancora una volta Dante mistifica: di sicuro egli ha scritto e fatto circolare quel sonetto nel 1283 e Cavalcanti gli ha risposto allora, ma la loro collaborazione poetica deve risalire ad alcuni anni dopo e farsi veramente stretta negli ultimi anni Ottanta (del resto Dante stesso si cautela e scrive che quello fu quasi lo principio dellamist: mica pu falsificare questo dato mentre sta di fatto dedicando a Guido il suo romanzo).
Subito dopo aver scritto di avere inviato il sonetto a molti famosi poeti, Dante fornisce unimportante informazione. Dice che prima di quel sonetto lui si era gi esercitato privatamente nellarte della versificazione (e con ci fosse cosa che io avesse gi veduto per me medesimo larte del dire parole per rima39), ma che si era rivelato in pubblico solamente in quelloccasione. Insomma, afferma di essere diventato membro effettivo della societ letteraria fiorentina nel 1283. Forse anche in questo caso non va preso alla lettera, ma come indicazione di massima quel termine temporale pare pi che attendibile.
Incrociando i dati che si ricavano dalle Rime con le informazioni di cui  disseminata la Vita Nova si ricava un diagramma della carriera di Dante come lirico in volgare dagli inizi degli anni Ottanta alla met dei Novanta.
In una prima fase lo troviamo in relazione con rimatori di formazione cortese che, a quanto  dato supporre, praticano la poesia da dilettanti, come una sorta di gioco intellettuale. Di questo tipo  il primo sonetto della Vita Nova con la richiesta di interpretazione del sogno. Il genere dei componimenti a enigma, inviati a pi poeti quasi per provocare e sollecitare le loro acutezze esegetiche, godeva di molto favore: lo stesso Dante risponde a una richiesta di interpretare un sogno fatta circolare dal rimatore Dante da Maiano, un attardato sicilianeggiante del quale sappiamo ben poco e con il quale Dante scambia altre due tenzoni. Lelenco dei rimatori che, oltre a Dante, risposero a quella richiesta ci d unidea di quale fosse lambiente poetico che gravitava intorno al Dante giovane: accanto a pochi lirici affermati e tuttoggi conosciuti, come i fiorentini Chiaro Davanzati e Guido Orlandi (con il primo dei quali Dante sembra avere avuto uno scambio di testi poetici), figurano i nomi degli sconosciuti Salvino Doni e Ricco di Varlungo e del notaio ghibellino Cione Baglioni. Del resto, al sonetto di Dante avevano, s, risposto poeti di prestigio, come Davanzati e Cavalcanti, ma anche il semisconosciuto Terino da Castelfiorentino, che sappiamo essere stato in corrispondenza con Monte Andrea e Onesto degli Onesti da Bologna. Altri nomi di rimatori a cui Dante si rivolge (Lippo, Meuccio, un messer Brunetto) sono troppo generici e troppo diffusi perch si possa risalire allidentit dei loro possessori; allo stesso ambiente prestilnovista dei rimatori visti sopra riporterebbe il Puccio Bellondi con il quale un Dante tenzona in sonetti, se non fosse pi probabile che quel Dante sia il Maianese. Insomma, la sensazione  che il Dante lirico degli esordi si muova sulla stessa lunghezza donda dei rimatori della vecchia scuola, in un cerchio di relazioni che sa molto di provincia.
Le cose cambiano nella seconda met degli anni Ottanta, dopo che Dante ha effettivamente stretto un solido rapporto, anche di discepolato, con Guido Cavalcanti e dopo che, intorno alla met del decennio, ha soggiornato a Bologna, un grande centro universitario e perci anche un luogo dove la poesia in volgare era molto coltivata.  in quegli anni che si forma il piccolo ma coeso gruppo di poeti innovativi  Dante, Cavalcanti, Cino, Lapo Gianni e, forse, Gianni Alfani  pensando ai quali lo stesso Dante, molti anni dopo, conier la definizione, rimasta nella storia, di dolce stil novo.40
La Vita Nova non traccia solo il diagramma di come si  evoluta nel tempo la concezione dantesca dellamore (dallidea di amore come ricerca del contraccambio a quella, inusitata, di amore fine a s stesso, caritas) e, in parallelo, di come si sono succedute le diverse maniere della sua poesia amorosa (dalla fase antica di impostazione cortese-trobadorica a quella dellamore doloroso dimpronta cavalcantiana fino alla scoperta della poesia estatica della lode), ma tratteggia anche i mutamenti della sua immagine pubblica di poeta, gradualmente salito dallanonimato degli esordi alla rinomanza conquistata nei primi anni Novanta. Dopo essersi rivelato nel 1283, per un periodo di tempo non specificato, ma per lo meno di alcuni anni, Dante appare un lirico caratterizzato, da una parte, dal fatto di comporre poesie damore per diverse destinatarie femminili (certe cosette per rime41 scritte per le donne-schermo), dallaltra, da un uso sociale della poesia, intesa come svago colto e raffinato per un pubblico di amici e, soprattutto, di complici o come esercizio retorico e prova di bravura per intellettuali un po esibizionisti. Appartengono a questo secondo tipo, per lappunto, i sonetti  come quello che apre la Vita Nova  che invitano a sciogliere enigmi volutamente oscuri o che tentano di sciogliere enigmi proposti da altri. A un pubblico diverso, costituito da brigate di giovani, sicuramente delle classi pi elevate e non necessariamente poeti, si rivolge invece un componimento tipico dei giochi di societ come quella pstola [lettera] sotto forma di serventese nella quale egli dice di avere elencato per nome le sessanta pi belle donne di Firenze. Salta agli occhi che si tratta di un poeta che non ha ancora maturato una sua ferma vocazione. Per la maturazione, Cavalcanti deve essere stato decisivo. Dante lo riconosce, tanto  vero che scriver che Guido era stato il suo Giovanni Battista, colui che gli aveva preparato la strada. 
La Vita Nova mente nel sostenere che Beatrice  stato lunico amore (e perci lunica vera ispiratrice) di Dante, ma  attendibile quando suggerisce che  stata la nuova poesia legata al nome di quella donna, dunque la cifra stilistica della lode, ad avere dato a Dante la notoriet. Questa arriv allinizio degli anni Novanta. Sembra proprio che a decretarla sia stata la canzone Donne chavete intelletto damore, il testo con il quale  dir il rimatore Bonagiunta da Lucca nel Purgatorio  Dante aveva inaugurato le nove rime,42 segnando il discrimine che separa i poeti delle vecchie generazioni  lui stesso, Giacomo da Lentini, Guittone dArezzo  dai nuovi che usano rime damor  dolci e leggiadre.43 Quella canzone, dice Dante con implicito compiacimento, fu alquanto divulgata tra le genti,44 e in effetti essa, che, per quanto presenti Beatrice come ancora vivente,  stata scritta poco dopo la sua morte (giugno 1290),  gi nota a Bologna nel 1292, anno in cui un notaio di quella citt (ma di origini fiorentine) di nome Pietro Alegranze lha parzialmente trascritta, sembra tra il 28 settembre e il 2 ottobre, su un registro dei Memoriali (raccolte di atti di diritto privato, allestite da un apposito ufficio comunale, che servivano come riferimento pubblico).  dopo la pubblicazione di Donne chavete che amici e conoscenti chiedono a Dante di comporre rime per loro. Un amico non identificato, scrive nella Vita Nova, letta o ascoltata la canzone, avendo forse per ludite parole speranza di me oltre che degna, lo prega di spiegargli in rima che  Amore.45 Ancora: dopo che ebbe diffuso la canzone in morte di Beatrice Gli occhi dolenti per piet del core, Manetto Portinari gli chiede alcuna cosa per una donna che sera morta:46 se il capo di casa Portinari gli commissiona un lamento o planctus per una donna defunta, ci significa, anche mettendo in conto lamicizia che li univa, che Dante godeva ormai di una solida rinomanza pubblica. Rinomanza confermata altres dalla preghiera che due anonime donne gentili gli rivolgono di mandare loro sue parole rimate.47 Da tutto ci deduciamo che il Dante che nel 1295 porta a compimento la Vita Nova  un lirico affermato, sia fuori Firenze sia presso il pubblico dei non addetti ai lavori. E lui ne  consapevole, al punto da presentarsi come colui che ha superato Guido Cavalcanti: se questi  il Battista, allora lui  il Messia.
Un sommo maestro in rettorica: Brunetto Latini.
Avesse o no frequentato una scuola pubblica di grammatica, intorno ai quindici anni Dante aveva il problema di come proseguire gli studi. Le scuole che portavano a una professione non erano per lui, e non facevano al caso suo nemmeno gli studi universitari in legge o medicina. Altra cosa sarebbe stata se a Bologna si fossero impartiti insegnamenti filosofici, ma perch in quella universit gli studi di filosofia si rendano autonomi da quelli teologici, medici e giuridici bisogner aspettare fino agli anni Novanta del Duecento, quando da Parigi vi arriver Gentile da Cingoli. Alluniversit, per, avrebbe potuto trovare ci di cui probabilmente andava in cerca, cio gli insegnamenti di retorica, a quellepoca considerati indispensabili per lo studio delle leggi, e perci impartiti in via propedeutica. Di scuole di retorica, invece, per quanto ne sappiamo, a Firenze non cera traccia. Qui a uno che avesse la passione per la letteratura non restava che studiare privatamente. Ma anche lo studio da privato incontrava grandi difficolt: a Firenze scarseggiavano i libri dei classici latini e pochissimi erano gli intellettuali laici che conoscevano la lingua e la letteratura antiche.
Proprio nel sestiere di San Pier Maggiore viveva il giudice Bono Giamboni, pi anziano di Dante di almeno una trentina danni e defunto poco dopo il 1292. Giamboni  noto soprattutto come autore del trattato morale e allegorico in volgare Il libro de viz e delle virtudi, ma a lui si devono anche numerosi volgarizzamenti, cio liberi adattamenti, a volte veri e propri rifacimenti, di opere di scrittori latini di et medievale e della tarda latinit. Sue potrebbero essere anche due delle quattro redazioni conosciute del volgarizzamento, noto come Fiore di rettorica, della pseudociceroniana Rhetorica ad Herennium, un testo capitale per gli studi retorici nel Medioevo. Non abbiamo notizia che tra il giovane Dante e lanziano giudice siano intercorsi rapporti, ma sappiamo che Giamboni era in relazione abbastanza stretta con un membro della famiglia degli Abati, tale Lamberto, che il titolo di messere designa come persona altolocata. Un Abati era anche Durante, presumibile nonno di Dante, e lui pure giudice: che conoscesse Giamboni, dunque, sembra certo; che avesse con lui rapporti non solo formali probabile.  plausibile, allora, che anche il nipote di Durante abbia avuto modo di incontrare Giamboni e di restare colpito dalla sua cultura. Una cultura che non attingeva alle fonti della latinit classica, ma che mostrava almeno una approfondita conoscenza del De consolatione Philosophiae di Boezio, un libro che per Dante sar fondamentale.
Possiamo affermare con sicurezza che il maestro del giovane Dante fu Brunetto Latini. Brunetto, coetaneo di Giamboni (nasce tra il 1220 e il 1230, muore alla fine del 1293),  lintellettuale pi rappresentativo della Firenze comunale. Notaio di alto livello, guelfo di salda fede, vive in esilio in Francia nel periodo del predominio ghibellino tra Montaperti e Benevento (1260-1266); rientrato a Firenze, per lintera sua vita occupa cariche prestigiose (tra laltro,  il capo effettivo della cancelleria del Comune), ma, soprattutto,  un indiscusso punto di riferimento della vita politica e amministrativa della citt: alla fama di uomo di studi, infatti, associa quella di prudente uomo di governo. Giovanni Villani scrive di lui che fu sommo maestro in rettorica e cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini, e fargli scorti in bene parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica. Laspetto saliente dellazione culturale del Latini fu proprio la concezione nobilmente pedagogica della cultura, da lui intesa come strumento essenziale per la convivenza civile e perci da mettere al servizio dei concittadini. Brunetto  autore di parecchie opere, la pi importante delle quali  una grande enciclopedia in francese intitolata Tresor (Sieti raccomandato il mio Tesoro,48 dir la sua anima accomiatandosi da Dante incontrato allInferno). Vanno ricordati anche la versione ridotta dellenciclopedia, in versi toscani, detta Tesoretto, e un poemetto sullamicizia, il Favolello. Dal punto di vista della formazione di Dante occupano un posto speciale i volgarizzamenti del De inventione e di alcune orazioni di Cicerone e un trattato in volgare dedicato alla Rettorica. La retorica, nel duplice aspetto di oratoria politico-civile (larte dei rettori comunali) e di arte dello scrivere, soprattutto testi epistolari,  uno dei pilastri della sua didattica civile.
Dante porr Brunetto allInferno tra i sodomiti. Un peccato, questo, di cui il Latini  mondano uomo, secondo Villani, che ricalca ci che di s dice lo stesso Brunetto: sn tenuti / un poco mondanetti [dissoluti]  forse non faceva mistero se una sua canzone per il rimatore fiorentino Bondie Dietaiuti va intesa, ma la cosa non  sicura, come un testo amoroso: sarebbe lunico esempio in tutta la lirica del Duecento di un componimento omoerotico. Dante si addolorer nel vederlo correre nudo e abbrustolito su un sabbione ardente. Nella commozione che aleggia sullincontro con Brunetto vibra una forte pietas filiale: se in Dante  vivo il ricordo della buona imagine paterna49 di Brunetto, questi, per due volte, gli si rivolge chiamandolo figliuolo.50 Con nessun altro dei morti fiorentini che incontrer nella Commedia Dante mostrer di aver avuto un rapporto cos intimo come con lui. Intimit che sembra proprio risalire alla sua prima giovinezza. Brunetto gli  stato padre e maestro, un maestro che insegnava come luom setterna,51 come vince la morte mediante la scrittura.
Brunetto avr esercitato il suo tutorato culturale e spirituale con lesempio, con gli scritti, ma anche, possiamo presumere, con vere e proprie lezioni di lingua e stile latini e con consigli di lettura. Letture di autori latini, con Cicerone in prima fila: grazie a lui Dante pu aver conosciuto il De amicitia, un altro dei libri fondamentali per la sua formazione. La retorica della prosa latina  stata linsegnamento di Brunetto che, con il tempo, si  rivelato il pi fruttuoso. In et adulta Dante molto spesso metter al servizio dei signori che lo ospiteranno e dei compagni desilio la sua conoscenza del latino e delle regole retoriche alle quali larte epistolare allora soggiaceva. Svolgere uffici di cancelleria o di segreteria, scrivendo lettere e documenti, diventer per lui una sorta di mestiere, e anche un modo per sostentarsi nelle ristrettezze economiche dellesilio. Brunetto, che in quanto notaio esercitava professionalmente lars dictandi, cio la pratica di comporre epistole in latino, era stato il pi grande dittatore attivo in Firenze. Viene spontaneo pensare che al suo giovane protetto egli abbia trasmesso, pi di ogni altra cosa, le tecniche di quella scrittura professionale. 
Allombra della Garisenda.
Dalle lezioni private di Brunetto e dai libri da lui avuti in lettura Dante ha appreso molte cose. Peccato, per, che nellorizzonte culturale del suo maestro (e nella sua biblioteca) mancassero proprio quei libri che a lui stavano pi a cuore: mancava cio la poesia classica, diciamo pure che mancava la letteratura. Se voleva progredire in una ricerca retorica che non fosse finalizzata solamente alletica e al bene pubblico, Dante doveva uscire da Firenze.
Nel secondo semestre del 1287 il notaio bolognese Enrichetto delle Querce trascrive in un Memoriale un sonetto di Dante (Non mi poriano gi mai fare ammenda) con una veste linguistica molto bolognesizzante. Il sonetto, che potrebbe essere stato scritto in bolognese, ma la cui patina vernacolare potrebbe risalire al notaio che lo ha copiato, racconta un aneddoto di non facile interpretazione: lunica certezza  che in esso Dante si descrive mentre osserva con intensa concentrazione la torre della Garisenda: Non mi poriano gi mai fare ammenda / del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli / non saccecasser, poi la Garisenda / torre miraro co risguardi belli.52 Di tutti i monumenti di Bologna Dante cita solo questa torre, qui e nellInferno, dove il gigante Anteo a Dante che lo vede chinarsi sembra Qual pare a riguardar la Carisenda / sotto l chinato [dalla parte dellinclinazione], quando un nuvol vada / sovr essa s, ched ella incontro penda.53 In entrambi i casi si tratta di esperienze personali, potremmo dire di pi, di esperienze tipiche di un fiorentino a Bologna. Quella torre (assai pi alta, allora, di quanto sia adesso) era ledificio di Bologna pi familiare ai fiorentini, per loro quasi un simbolo della citt. Ci perch i luoghi di ricovero per eccellenza dei fiorentini che soggiornavano a Bologna erano le locande e gli ospizi di propriet dei Garisendi che si trovavano proprio nei pressi della torre, nel trivio di Porta Ravignana.  probabile che anche Dante avesse alloggiato in una delle case sotto la torre. 
Il sonetto della Garisenda attesta che Dante a Bologna  andato effettivamente; la trascrizione del notaio documenta che il suo soggiorno fu anteriore alla seconda met del 1287. Quando precisamente avvenne e quanto dur non sappiamo:  presumibile che sia stato un soggiorno solo di alcuni mesi, forse tra il 1286 e il 1287.
Ora, cosaltro avrebbe attirato a Bologna un fiorentino che non vi avesse avuto interessi economici se non la possibilit di frequentarne lo Studio o gli ambienti a esso vicini? Dante aveva pi di ventanni, quasi certamente era capofamiglia, e a quei tempi alluniversit si andava intorno ai quindici anni e anche meno (Petrarca inizier gli studi di diritto a Montpellier a dodici e a sedici si trasferir a Bologna). Dunque, non si sar immatricolato e non avr frequentato corsi regolari. Tuttal pi, potr aver seguito alcune lezioni da uditore esterno. Pi che quelle di diritto e di medicina, a interessarlo saranno state le esercitazioni di artes dictaminis, di scrittura latina in prosa, che costituivano il primo obbligatorio livello per accedere agli studi di logica e, poi, di filosofia naturale. Sarebbe, nella sostanza, il percorso delineato da Boccaccio, secondo il quale Dante li primi inizii  prese nella propria patria, e di quella, s come a luogo pi fertile di cibo, nand a Bologna, dove, aggiunge, non picciol tempo vi spese. Abbia o no frequentato le aule dello Studio, in ogni caso il periodo trascorso a Bologna deve essere stato fruttuoso da molti punti di vista. Il lirico in volgare vi avr trovato un ambiente congeniale (forse l  nata lamicizia con lo studente universitario Cino da Pistoia) e nuovi stimoli, grazie ai rimatori locali cresciuti sotto legida di Guido Guinizelli, un poeta che Dante non cesser di indicare come uno dei suoi maestri; il cultore della letteratura latina finalmente avr avuto modo di leggere i grandi classici, e quindi di aggiungere a quella di Cicerone e Boezio la conoscenza dei poemi dei quattro autori canonici: Ovidio, Stazio, Lucano e Virgilio.
1290: una insolita figura intellettuale.
Alla fine degli anni Ottanta, Dante presenta un profilo intellettuale del tutto inusitato per un fiorentino. Non  n un divulgatore alla Bono Giamboni e nemmeno alla Brunetto Latini n un rimatore municipale, oscillante fra tradizione cortese e moralismo, alla Chiaro Davanzati; non  un lirico coinvolto nelle guerre di parte e negli scontri di fazione alla Monte Andrea e tanto meno un eclettico enciclopedista-allegorista come sar di l a poco Francesco da Barberino; Dante coniuga una selezionata scrittura lirica di stretta osservanza amorosa con una competenza linguistica e letteraria della latinit quale nessuno allora nella mercantile Firenze poteva vantare. Non gli restava che venire allo scoperto, per accreditarsi sulluno e laltro fronte. 
L8 giugno 1290 muore Beatrice. Forse per luomo Dante quellevento fu doloroso; di certo per il Dante poeta e letterato fu una grande occasione. Nasce proprio dalla morte di Beatrice il progetto di scrivere quel libro innovativo che sar la Vita Nova; e in relazione a quel progetto, poco tempo dopo la perdita dellamata, nascono alcuni dei componimenti lirici che, come la canzone Donne chavete intelletto damore, procurano a Dante la notoriet. Levento luttuoso gli d anche la possibilit di manifestarsi in pubblico, per cos dire ufficialmente, come prosatore latino. 
Nel paragrafo della Vita Nova che annuncia limprovvisa scomparsa di Beatrice, Dante, amplificando e con ci manipolando un episodio che possiamo ritenere reale, scrive che la morte di quella donna aveva precipitato nel lutto e nella desolazione lintera citt di Firenze:
 Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova dispogliata da ogni dignitade. Onde io, ancora lacrimando in questa desolata cittade, scrissi alli principi della terra alquanto della sua condizione, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta Quomodo sedet sola civitas.54
Prosegue affermando che, siccome si trattava di un testo in latino, non lo trascrive in un libro nel quale si  ripromesso, in pieno accordo con lamico Guido Cavalcanti, di usare solamente il volgare.
Di che testo sta parlando Dante? Inviato a chi? Il fatto che cominciasse con il primo versetto delle Lamentazioni indica che quasi sicuramente si trattava di un testo di condoglianze. Una lettera, o meglio, unepistola inviata, nellimmediatezza o quasi dellevento (ancora lacrimando), ai principi della terra, da intendere come i maggiorenti della citt. I pi importanti cittadini di Firenze, dal punto di vista istituzionale, erano i priori, che venivano anche detti signori. Ma perch la morte di una concittadina, per quanto di ragguardevole famiglia, avrebbe dovuto essere oggetto di condoglianze ai priori di Firenze? Soprattutto, poi, da parte di una persona che non aveva titolo per compiere un gesto cos impegnativo. La cosa assumerebbe un altro aspetto se potessimo ipotizzare che Dante nella realt avesse inviato una lettera di condoglianze non ai priori, ma a uno specifico priore legato da parentela a Beatrice. In questo caso egli avrebbe compiuto un atto di cortesia, come usava e usa tuttora, e nello stesso tempo, rivolgendosi a persona di tanto riguardo, avrebbe confezionato le sue condoglianze come se fossero un testo da rendere pubblico. Ebbene, tra i sei priori che cominciano il loro bimestre il 15 giugno 1290 (meno di una settimana dalla morte di Beatrice) figura un Cinus quondam domini Iacobi de Bardis (Ultrarni). Questo Cino, uno dei quattro figli di Iacopo di Ricco, e dunque cugino di Simone, il vedovo di Beatrice,  persona molto autorevole: nel 1278 era alla guida dellArte di Calimala. Che Dante abbia inviato unepistola di condoglianze a un parente stretto della defunta appare del tutto credibile, cos come non susciterebbe nessuna meraviglia se con un testo che, come prova lincipit biblico, dobbiamo immaginare di tono alto e di stile ricercato, e dunque pensato in vista di una sua diffusione pubblica, egli avesse voluto fornire un saggio della sua abilit nel maneggiare la lingua latina e larte della scrittura epistolare. Il fatto poi che nella Vita Nova egli ricordi, pur mascherandolo, quellepisodio attesta che nella buona societ fiorentina quella sua epistola dovette avere notevole risonanza.
Intorno alla met degli anni Novanta Firenze si  accorta che nel suo seno  cresciuta una figura intellettuale fino ad allora quasi sconosciuta: un letterato che domina il volgare e il latino, che non si occupa della cosa pubblica, ma che  preso unicamente da questioni di poetica e di retorica. Un saggio assai diverso da quel Brunetto Latini di cui si professa allievo. Firenze se ne  accorta, e sembra pure rendergli onore. Nel marzo 1294 il Comune predispone una delegazione daccoglienza, capitanata da Giano, figlio di Vieri dei Cerchi, che si sarebbe recata a Siena per ricevere il principe Carlo Martello e la sua consorte e scortarli sino a Firenze. Si congettura che fra quegli ambasciatori sia anche Dante. Se la congettura non  del tutto infondata, questo onore non pu essergli stato tributato che per i suoi meriti intellettuali. Insomma, il voler essere diverso e laver perseguito un itinerario insolito e solitario cominciavano a dare i primi frutti.
Disegnare figure dangeli.
Leonardo Bruni scrive che Dante dilettossi di musica e di suoni e, unico tra i biografi antichi, aggiunge: et di sua mano egregiamente disegnava. Che Dante fosse competente di musica non desta sorpresa: anche se i lirici italiani del Duecento diffondono i loro testi quasi sempre attraverso la lettura o la recitazione, e non, come facevano i trovatori provenzali, attraverso lesecuzione cantata con accompagnamento musicale, nella penisola  ancora viva la prassi di fare rivestire di note le poesie. Dante accenna pi volte a suoi componimenti lirici da rivestire musicalmente, e nel Purgatorio mette in scena il musico Casella (di cui nulla sappiamo, se non che fu suo amico) che intona la sua canzone Amor che ne la mente mi ragiona. 
Diverso  il discorso per quanto attiene larte del disegnare. Bruni, infatti, non afferma che Dante era un intenditore o un cultore di arti figurative, afferma che le praticava in prima persona. Pu avere attinto la notizia che Dante dipingeva, o meglio disegnava, dal paragrafo della Vita Nova in cui questi racconta che il giorno del primo anniversario della morte di Beatrice, cio l8 giugno 1291, pensando alla donna beata, sedeva in un luogo imprecisato a disegnare uno angelo sopra certe tavolette. Era talmente concentrato in questa occupazione da non accorgersi che alcuni uomini onorevoli gli si erano avvicinati e lo stavano osservando. Quando si rende conto della loro presenza, si alza, li saluta ma poi, dopo che si sono allontanati, riprende a disegnare figure dangeli. A prima vista potrebbe sembrare nientaltro che uninvenzione, comunque, anche se non fosse cos, non  affatto detto che le cose si siano svolte nel tempo e nei modi che Dante riferisce. 
Colpisce molto, per, il tecnicismo delle tavolette. Verso la fine del Trecento il pittore Cennino Cennini, allievo di Agnolo Gaddi, scrive un trattato di carattere pratico sulle diverse tecniche del disegno e della pittura nel quale, stabilito che el fondamento dellarte   il disegno e l colorire, esorta un presunto allievo a cominciare dal disegno, e dice che questa pratica inizia con il disegno in tavoletta. Si tratta di disegnare usando uno stile dargento o dottone su tavole di legno adeguatamente ingessate con uno strato di osso ben tritato. Sembra proprio che Dante qui si rappresenti mentre  intento a questo esercizio propedeutico. Esercizio che non possiamo immaginare, modernamente, en plein air;  pi ragionevole supporre che egli sedesse in un luogo chiuso o, meglio, semichiuso, come poteva essere una bottega (di pittore o di speziale). Siccome le botteghe medievali erano aperte sulla strada, gli onorevoli uomini potevano agevolmente osservarlo. Del resto, se a questa sua attivit possono assistere, senza trovarla insolita, anche ragguardevoli personaggi della citt, ci significa che Dante non la considera un semplice svago estemporaneo: si sarebbe ritratto in veste di disegnatore se tale sua pratica o consuetudine non fosse stata nota?
Non si trascuri linsistenza di Dante sul suo stato di concentrazione. Gi lo abbiamo visto guardare assorto la Garisenda senza accorgersi di ci che gli capitava intorno; nella Commedia si pu leggere una terzina di questo tenore: E per, quando sode cosa o vede / che tegna forte a s lanima volta, / vassene l tempo e luom non se navvede.55 La capacit di astrarsi da ci che lo circonda sembra proprio un carattere tipico della sua personalit. Cade a proposito, allora, un raccontino di Boccaccio: Dante si trova a Siena nella bottega di uno speziale quando gli viene portato un libretto famoso, ma che lui non aveva mai letto (gli speziali erano anche venditori di libri). Preso il libro, si siede su una panca davanti alla bottega e si immerge nella lettura:  talmente assorbito da ci che legge da non accorgersi che intorno a lui, dallora nona al vespro, impazza una festa, con balli, giochi e, addirittura, una grande armeggiata. Forse Boccaccio inventa, ma quellaccenno allarmeggiata, cio a giochi darme, soprattutto di cavalieri, si ambienterebbe bene nelle manifestazioni festose con le quali Siena accolse Carlo Martello. Il particolare pi interessante del racconto di Boccaccio  laccenno alla bottega di uno speziale. Gli speziali non preparavano solo i farmaci, ma anche le tinte per i pittori, e tinte, colori e loro preparazione non sono affatto estranei alla cultura pratica di Dante. Numerosi passi dei suoi scritti mostrano che dei colori e dei modi con i quali mischiarli egli aveva una competenza che andava al di l di quella di un semplice conoscitore di arti figurative; una competenza che pu nascere solo dallesperienza pratica.
Bench alcuni versi della Commedia lo mostrino assai addentro allarte del dipingere ( fornito di una sicura conoscenza delle tecniche del chiaroscuro e di altre, specialistiche, come quella dei graffiti riempiti di smalto nero), Dante,  ovvio, non la esercit mai a livello professionale; diciamo che fu un dilettante che di quellarte conosceva molti aspetti pratici. Non sar dunque andato a bottega da un pittore, ma un suo Cennino Cennini, qualcuno cio che lo erudisse almeno nelle tecniche di base, dovr pur averlo avuto. La competenza (almeno teorica) su come macinare o macerare i materiali naturali con i quali formare i colori e su come mescolarli tra loro non si apprende solo con lautodidassi: pu formarsi solo con la frequentazione di ambienti specializzati, per esempio quello degli speziali. Che Boccaccio lo raffiguri nella bottega di uno speziale e che nella Vita Nova si accenni implicitamente a una bottega aperta, che potrebbe essere proprio quella di uno speziale, saranno coincidenze puramente casuali? E ammesso che egli abbia effettivamente frequentato botteghe di quel tipo, chi pu avercelo introdotto? Il sospetto  che il tramite possa essere stato maestro Brunetto. Il famoso notaio, infatti, bazzicava quegli ambienti: nel 1270 un documento lo mostra interessato a un commercio di spezie a Bologna; alla fine del 1293 un altro documento, proprio quello da cui apprendiamo che in tale data egli era gi defunto, attesta che suo figlio Cresta, lui pure notaio, praticava il commercio delle spezie. Deve essersi trattato di unattivit coltivata da Brunetto, diciamo, come secondo lavoro, ma in modo continuativo, e passata in eredit, sempre come lavoro collaterale, ad almeno uno dei suoi figli. Ma cosa commerciavano gli speziali? Droghe, spezie e rimedi medicinali, materie coloranti per pittori e per lindustria dei tintori. E allora, seguitando a congetturare, non potremmo pensare che Dante, quando entrer nellagone politico, si iscriver allArte dei medici e degli speziali (allinterno della quale, almeno a partire dal 1295  manca la documentazione per gli anni precedenti , i pittori fiorentini formavano una loro sezione), non solo perch era la corporazione alla quale, dati i legami universitari tra medici e filosofi, si iscrivevano quelli che oggi chiameremmo gli intellettuali, ma anche per via dei suoi rapporti con il mondo degli speziali e dei pittori?
La nobilissima e bellissima Filosofia.
Allinizio degli anni Novanta Dante intraprende studi filosofici. Vi si dedicher a lungo e con intensit, al punto che nel Convivio, poco pi di dieci anni dopo, dominer il linguaggio filosofico come pu fare solamente chi si sia addentrato in profondit nella disciplina. Verso la fine del Duecento la scelta di studiare filosofia era assai meno ovvia di quanto a noi oggi possa apparire. Era un settore di studi ancora giovane e, per di pi, chiuso nelle aule delle universit e dei pi importanti Studia conventuali. Sviluppatosi nelluniversit di Parigi con la riscoperta, grazie alle traduzioni, di Aristotele, era approdato a Bologna proprio nei primi anni Novanta con larrivo in quelluniversit di magistri formatisi a Parigi, come Gentile da Cingoli. La nuova disciplina perseguiva una via umana e razionale alla ricerca, distinta nei metodi e negli scopi dalla via teologica. Pertanto, sia a Parigi sia a Bologna i filosofi cercavano di ritagliarsi un loro spazio allinterno di una istituzione fino ad allora egemonizzata dai teologi, dai medici e dai giuristi.
Se darsi a questo genere di studi era un gesto quanto meno anticonformista, farlo abitando a Firenze era quasi inaudito. In questa citt, gi chi si applicava alla retorica in chiave letteraria poteva essere considerato un intellettuale fuori dal coro; chi studiasse etica e metafisica invece delle (o anche solo accanto alle) scienze naturali, nucleo della facolt di Medicina, sarebbe stato considerato una mosca bianca. Dante, poi, che coltivava sia la retorica letteraria sia la filosofia, era una eccezione nelleccezione.
Chi mai, a Firenze, lo avr stimolato a compiere quella scelta? Certo non Brunetto, per il quale il termine filosofia aveva il valore tradizionale di amore della conoscenza e la conoscenza consisteva nellaccumulo enciclopedico di nozioni. Decisivo, anche per questa svolta culturale, deve essere stato Guido Cavalcanti.
Su Cavalcanti aleggia, almeno nel Trecento, la nomea di ateo e di epicureo, intento nelle sue speculazioni in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse; ma lo circonda pure la fama di loico e di filosofo. A ingenerare la cattiva reputazione di miscredente ha collaborato lo stesso Dante: nel canto infernale dedicato agli eretici, anzi, agli epicurei che lanima col corpo morta fanno,56 nomina Guido per bocca del padre Cavalcante, sicch,  stato detto, limpressione del lettore ingenuo  che lepicureismo di Cavalcante stinga sul figlio. Nulla sappiamo delle tendenze filosofiche del vecchio Cavalcante, e ben poco doveva saperne Dante. Se lo colloca in quelle arche infuocate insieme al ghibellino Farinata e in compagnia di grandi Ghibellini come Federico secondo e il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, non  certo perch egli in vita avesse negato, averroisticamente, la sopravvivenza dellanima individuale; la sua condanna, esattamente come quella di Farinata, dipende dalle strategie politiche che Dante sta perseguendo intorno al 1307, probabile data di composizione del canto. Dante, per, conosceva le tendenze filosofiche di Guido, e quindi  con piena consapevolezza che lo nomina, ben sapendo che su di lui sarebbe ricaduta la taccia di incredulit. 
La fama di filosofo di Cavalcanti  vasta, ma per la verit si basa su un unico testo, la canzone dottrinale Donna me prega, per cheo voglio dire. Ad alimentarla dovevano essere soprattutto i rapporti che egli intratteneva con esponenti del nuovo corso filosofico bolognese. Negli anni Novanta Iacopo da Pistoia gli dedica, definendolo pre aliis amico carissimo (lamico pi caro fra tutti), la Questio de felicitate, unico suo testo pervenutoci. 
Insomma, nessun altro a Firenze avrebbe potuto avviare Dante sulla strada della speculazione filosofica pi e meglio di Guido. Il quale, per, coltivava interessi di filosofia naturale strettamente connessa a problemi di tipo medico, al punto che il famoso fisico (medico) Dino del Garbo ritenne che Donna me prega fosse degna di essere commentata distesamente. Dante, invece, che non sembra molto interessato allinterpretazione in chiave fisica e patologica dei sintomi della passione amorosa, batter altre vie. Potremmo dire che, se anche in ambito filosofico, come gi in quello poetico, Guido  stato il Battista, Dante  stato il Messia da lui annunciato.
Il Convivio racconta per due volte le tappe dellavvicinamento di Dante alla filosofia. La prima volta in chiave allegorica. Nella Vita Nova Dante aveva narrato che, dopo la morte di Beatrice, una donna innominata si era mostrata tanto pietosa nei suoi confronti che, un po alla volta, in lui era nata una vera passione amorosa, una passione irrazionale, un malvagio desiderio che lo aveva spinto a tradire la memoria della donna beata. Ma di quel sentimento si era poi vergognosamente pentito ed era ritornato al vero e puro amore per Beatrice. Nel secondo libro del Convivio riprende il racconto della Vita Nova e rivela che quella Donna pietosa non era una donna reale, ma era niente meno che la nobilissima e bellissima Filosofia, figlia di Dio.57 Se nella Vita Nova non ne aveva svelato la vera identit, era perch i lettori, convinti che lui fosse innamorato di una donna reale, non avrebbero compreso che si trattava di una raffigurazione allegorica. Dice anche, mediante una complessa perifrasi astrologica, che quella Donna pietosa (nel Convivio chiamata sempre Donna gentile) gli era apparsa per la prima volta esattamente 1168 giorni dopo la morte di Beatrice. Siccome questa era morta l8 giugno 1290, la Donna gentile - Filosofia era apparsa ai suoi occhi il 21 agosto 1293. Ma aggiunge pure che ci volle un po di tempo perch lamore per questa nuova donna si perfezionasse, e quindi possiamo ritenere che ci sia accaduto tra il 1293 e il 1294.
Nel secondo racconto Dante d per acquisita lidentificazione allegorica della Donna gentile con la Filosofia e perci punta con pi decisione sugli aspetti autobiografici. Scrive che dopo la morte di Beatrice aveva cercato conforto nella lettura del De consolatione Philosophiae di Boezio e del De amicitia di Cicerone, e che in quei libri non aveva trovato solo rimedio alle sue lacrime, ma, come capita a chi va cercando argento e fuori della ntenzione truova oro, anche vocabuli dautori e di scienze e di libri, dai quali aveva capito come la filosofia, che era donna di questi autori, fosse somma cosa. Poi aveva cominciato a fantasticare su quella donna, che lui si immaginava essere una donna gentile e misericordiosa. Per vederla nella realt, per, era dovuto andare l dovella si dimostrava veracemente, cio nelle scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti; s che in picciolo tempo, forse di trenta mesi, cominci tanto a sentire della sua dolcezza, che lo suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. Insomma, in circa due anni e mezzo egli aveva sviluppato un rapporto felice e appagato con la filosofia.
Dire che in un primo tempo aveva solo immaginato le fattezze di quella donna  un modo per eludere la data perentoria, 1168 giorni dopo la morte di Beatrice, che in precedenza aveva fissato per la sua apparizione. Dante deve aggirare quella data perch una donna reale pu mostrarsi inaspettatamente in un giorno preciso, ma la filosofia, intesa come disciplina di studio, non  unentit che pu apparire in un giorno determinato. Pu manifestarsi solo a seguito di prolungata frequentazione. Perci nel secondo racconto i due anni e mezzo (forse  trenta mesi) che separano linizio degli studi dalla padronanza della disciplina filosofica non hanno un punto di partenza preciso. Se per prendiamo come punto darrivo la data sopra ipotizzata (fine del 1293 - inizio del 1294) e vi sottraiamo due anni e mezzo, possiamo collocare lavvicinamento di Dante agli studi filosofici grosso modo intorno alla met del 1291.
Le scuole delli religiosi e le disputazioni delli filosofanti
Quando afferma di avere frequentato le scuole delli religiosi e le disputazioni delli filosofanti Dante si riferisce a due distinte istituzioni o a due attivit di studio svoltesi nello stesso luogo o in luoghi simili tra loro come potrebbero essere gli Studi conventuali fiorentini?
A Firenze, allinizio degli anni Novanta, esistevano tre Studia religiosi: uno presso gli agostiniani di Santo Spirito (ma su questo non abbiamo alcuna documentazione), un altro presso i francescani di Santa Croce e un altro ancora presso i domenicani di Santa Maria Novella. Erano, ovviamente, Studia in theologia, mirati alla formazione dei quadri superiori degli Ordini. 
Quello di Santa Maria Novella, anche se assurger al ruolo di Studium generale solamente allinizio del Trecento, era importante gi negli anni in cui Dante pu averlo frequentato: come Studio provinciale si collocava a un livello intermedio fra i grandi Studia generalia e quelli conventuali, nei quali avveniva la prima selezione degli studenti. Essendo uno Studio teologico, non vi si tenevano corsi di filosofia in senso stretto, ma ci non significa che il linguaggio e le categorie di Aristotele, nonch i contenuti di alcune sue opere (Fisica e Metafisica), non vi circolassero, anche se per vie indirette. Vi circolavano a sufficienza, per, perch lordine domenicano non consentisse ai laici, ammessi alle lezioni di teologia, di assistere a quelle di filosofia, disciplina evidentemente ritenuta pericolosa. Anima dello Studio fu Remigio dei Girolami, gi allievo di Tommaso dAquino a Parigi, che per oltre quarantanni (mor nel 1320), con qualche interruzione, vi esercit il ruolo di lettore. Remigio, esponente del guelfismo bianco,  stato uno dei personaggi pi influenti della citt, sia come mediatore culturale sia come moderatore nelle vicende politiche: di lui  stato detto che fu lautentico campione religioso della cultura comunale, come Brunetto nella generazione precedente ne era stato il campione laico. Non sono documentati suoi rapporti con Dante, ma  pi che probabile che ci siano stati: Dante pu aver seguito qualche sua lettura e ascoltato alcuni dei suoi molti sermoni (per esempio, quello De filio regis pronunciato nel marzo 1294 in onore di Carlo Martello). 
Era Studium generale quello francescano di Santa Croce, e quindi nella gerarchia secondo solamente ai tre Studia principalia di Parigi, Oxford e Cambridge. Anche qui si insegnava teologia, e anche qui, come in Santa Maria Novella, linsegnamento verteva sullesegesi delle Scritture e sulla lettura commentata delle Sentenze di Pietro Lombardo, cio di quel corpo di sentenze dei padri della Chiesa, raccolto e commentato intorno alla met del dodicesimo secolo, che era uno dei testi obbligatori per ogni studioso di teologia. In Santa Croce, tra il 1287 e il 1289, erano stati lettori due grandi intellettuali che ebbero un ruolo significativo nella storia del movimento francescano e, pi in generale, in quella della Chiesa: il provenzale Pietro di Giovanni Olivi e il pi giovane Ubertino da Casale. Dante non ne pu avere seguito le letture, dal momento che entrambi avevano lasciato Firenze prima del 1290, ma non  da escludere che abbia potuto ascoltare qualche sermone di Ubertino. Dante non nomina mai lOlivi, ma in parecchi punti la sua visione della storia della Chiesa sembra coincidere con quella, in chiave francescano-spirituale, del teologo provenzale; quanto a Ubertino, esponente di punta del movimento degli spirituali francescani, cio di coloro che propugnavano un ritorno al rigore della Regola di Francesco contro linterpretazione lassista dei cosiddetti conventuali, guidati dal ministro generale Matteo dAcquasparta, nel Paradiso Dante far dire a Bonaventura da Bagnoregio che entrambi tradiscono la Regola: Matteo perch la fugge per lassismo, Ubertino perch la coarta per eccesso di rigore.
Quando afferma di essersi recato presso le scuole delli religiosi Dante non pu che riferirsi alla frequentazione di uno di questi due Studia o di entrambi. Frequentazione da esterno, ovviamente, da uditore laico.  probabile che anche il successivo accenno alle disputazioni delli filosofanti riporti a questo stesso ambiente. 
Le disputationes erano una delle forme canoniche di insegnamento in tutte le facolt. Affrontavano, in un dibattito pubblico nel quale i partecipanti agivano secondo regole codificate, questioni attinenti al corso svolto. Mentre non ci risulta che a Bologna, negli anni Novanta, accanto alle dispute di argomento medico e giuridico, fossero gi praticate quelle filosofiche, sappiamo che negli Studi degli ordini mendicanti le dispute teologiche erano molto diffuse. Sia nei corsi di teologia sia nelle dispute pubbliche, e perci aperte ai laici, capitava che facessero irruzione argomenti propriamente filosofici, ma  certo che negli Studia fiorentini Dante non ha mai potuto seguire lezioni sistematiche e organiche su Aristotele. Per questo, avrebbe dovuto trasferirsi a Bologna.
Un secondo viaggio a Bologna non  attestato. Sappiamo che il 6 settembre 1291 Dante  presente come testimone presso un notaio fiorentino incaricato di redigere una procura; presumiamo che nel marzo 1294 sia a Firenze in occasione della visita di Carlo Martello; dalla fine del 1295 si susseguono i suoi interventi nelle assemblee e nei consigli cittadini di cui  entrato a far parte: nella sua vita, dunque, c un vuoto di documentazione di circa due, tre anni. Dal Convivio deduciamo che lamore per la Filosofia divenne perfetto allincirca tra la fine del 1293 e linizio del 1294, cio proprio nel centro di quel vuoto documentale. Allora non sarebbe provata, ma neppure contraddetta lipotesi che Dante abbia conseguito la conoscenza piena della disciplina (lamore perfetto) proprio a Bologna, a contatto con insegnamenti specificamente filosofici e con la lettura di libri che difficilmente avrebbe trovato nelle biblioteche conventuali fiorentine. A San Giovanni in Persiceto, ma con interessi anche a Bologna, in quegli anni viveva, esercitando il mestiere di cambiatore, un suo congiunto discendente dal ramo di Bello, Bellino di Lapo, morto nel 1299. Dante, che gi allora navigava in cattive acque economiche, avrebbe potuto appoggiarsi a questi suoi parenti. Ma quella di un secondo soggiorno bolognese  solo una ipotesi, la quale, fra laltro, non implica che egli, una volta rientrato a Firenze, abbia smesso di assistere alle lezioni teologiche dei conventi. Anzi,  ragionevole ritenere che abbia continuato ad affacciarsi a Santa Croce e a Santa Maria Novella per tutti gli anni Novanta, fino allesilio. 
La Vita Nova tra passato e futuro.
Nel 1295 Dante porta a compimento la Vita Nova. Ci ha lavorato a lungo se, come molti indizi lasciano credere, il progetto del libro ha preso forma subito dopo la morte di Beatrice. 
Lopera  nuova da parecchi punti di vista. Per esempio,  impossibile stabilire a quale genere letterario essa appartenga.  impossibile, cio, denominare sinteticamente un libro che , insieme, romanzo damore, canzoniere, autobiografia letteraria, dichiarazione di poetica e storia della poesia altrui, proprio come  impossibile rispondere con una sola parola alla domanda che cosa sia la Commedia. Del tutto originale, poi,  la figura dautore che essa implicitamente disegna. In essa, infatti, convergono e si fondono le tre direttrici lungo le quali, per un quindicennio, si  snodata la formazione di Dante: quelle di lirico in volgare, di cultore della tradizione latina e di studioso di filosofia. 
La Vita Nova delinea, esemplificandola con unantologia di componimenti, levoluzione del lirico in volgare, dalla primitiva fase cortese allinvenzione della nuova materia della lode, per poi prospettare una poesia che superi le posizioni ideologiche comuni agli amici del dolce stile, una poesia che parli a tutti e non soltanto al pubblico selezionato dei cuori gentili, degli intenditori dotati di una cultura e di una sensibilit particolari (intenditori che finivano per coincidere con gli amici stessi del sodalizio).
Il cultore di retorica appare in primo piano quando, cosa mai vista nel panorama letterario del suo secolo, dedica un intero paragrafo a una lunga digressione sulla storia della moderna lirica in volgare. Le motivazioni dellexcursus a prima vista sembrerebbero alquanto pretestuose: Dante, infatti, dichiara di voler giustificare perch nel sonetto Io mi senti svegliar dentro allo core, tramite la figura retorica della prosopopea, egli abbia personificato Amore come se fosse una cosa per s, e perci avesse un corpo, mentre lamore  uno accidente in sustanzia,58 cio una qualit. Ben presto, per, risulta chiaro che il suo obiettivo non  di giustificare luso di una determinata figura retorica, ma, molto pi ambiziosamente, di dimostrare che i rimatori in volgare possono essere equiparati ai poeti litterati, vale a dire ai poeti latini e greci, i soli, si badi bene, ai quali prima di questa pagina dantesca veniva attribuito il nome di poeta. Sulla base della constatazione che i rimatori in volgare usano le stesse figure dei poeti latini (se alcuna figura o colore rettorico  conceduto alli poete, conceduto  alli rimatori59), Dante conia la rivoluzionaria definizione di poete volgari e afferma che dire per rima in volgare tanto  quanto dire per versi in latino.60 Per la prima volta in Occidente, alla poesia in volgare  riconosciuta una dignit pari a quella della poesia in latino. In questo stesso paragrafo, Dante mostra non solo una piena padronanza della terminologia retorica, ma cita versi dellEneide di Virgilio, della Farsaglia di Lucano, dellArs poetica di Orazio, dei Remedia amoris di Ovidio.
In questo paragrafo fa sfoggio delle sue competenze anche lo studioso di filosofia, ricorrendo sia a termini tecnici della disciplina (per esempio, accidente in sustanzia) sia a citazioni da Aristotele. Citazioni e lessico specialistico compaiono anche in altre pagine di questo libro, non filosofico, certo, come sar il Convivio, ma nel quale lautore molte cose di filosofia, quasi come sognando, gi vedea.61
Nessun altro scrittore, e non solo in Firenze, avrebbe potuto vantare simili credenziali. Ma a Dante non bastano. Sebbene la Vita Nova abbia avuto una lunga gestazione, alcuni indizi suggeriscono che la sua ultima scrittura sia stata rapida e frettolosa. Perch Dante avesse urgenza di finire il libro lo si scopre solo nelle ultime righe, dalle quali appare chiaro che esso ne preparava un altro.
Dopo aver trascritto un sonetto (Oltre la spera che pi larga gira) nel quale dice di stare pensando a Beatrice in Paradiso, ma, a causa della limitatezza dei nostri strumenti intellettivi, di non riuscire a focalizzare qualcosa di pi di una indicibile intuizione, Dante aggiunge alcune righe che vale la pena di leggere (si tenga presente che sono le ultime del libro):
 Apresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire pi di questa benedetta infino a tanto che io potesse pi degnamente trattare di lei. E di venire acci io studio quanto posso, s comella sae, veracemente. S che, se piacere sar di Colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei quello che mai non fue detto dalcuna.62
Non sapremo mai che cosa avesse in mente quando, a seguito della mirabile visione, esprime con una certa solennit il proposito di non scrivere di Beatrice fino a quando non potr pi degnamente trattare di lei. La difficolt, per,  solo nostra: Dante, infatti  come qualunque altro autore , non si sarebbe azzardato a chiudere il suo primo libro con la promessa di un altro a venire se di questo secondo non avesse gi deciso il genere e abbozzato le linee di fondo. Da quelle poche righe noi possiamo arguire che si sarebbe trattato di unopera incentrata su Beatrice, unopera stilisticamente pi elevata (pi degnamente trattare) delle rime amorose  e, quindi, della stessa Vita Nova , innovativa e originale: quello che mai non fue detto dalcuna. Sicuramente non  la Commedia, come da pi parti si  sostenuto e ancora si sostiene. Non pu esserlo perch Dante comunica che adesso, nel momento in cui sta scrivendo, si adopera con tutte le sue forze per conseguire quel risultato (E di venire acci io studio quanto posso), ed  impensabile che egli possa aver elaborato il progetto di quella che sar la Commedia nel 1295. Possiamo ipotizzare che quellopera pi degna sarebbe potuta essere un poema, forse in latino e forse, essendo incentrato su Beatrice beata, in forma di visione paradisiaca. Insomma, un poema nel quale egli avrebbe dato pubblica prova delle sue qualit di poeta, di retore, di teologo e di filosofo.

3. UOMO DI MUNICIPIO.

1295 1301
 li cittadin de la citt partita.63
Una promessa mancata
Del libro promesso alla fine della Vita Nova non  rimasta traccia. A causa degli accidenti della storia o perch Dante non  mai passato dal progetto alla scrittura? La domanda  destinata a restare senza risposta, a meno di non dare credito a quelle testimonianze che parlano di un poema latino da lui cominciato e poi lasciato interrotto. Le testimonianze, per la verit, riferiscono esplicitamente di una prima redazione in latino della Commedia:  evidente che per i lettori antichi associare la notizia, per di pi trasmessa da una incerta tradizione orale, di un poema presunto al poema effettivamente scritto doveva essere quasi automatico. Se per sgombriamo il campo da quel facile equivoco, potremmo interpretarle come indizi del fatto che Dante si fosse effettivamente dedicato allopera preannunciata alla fine della Vita Nova.
Nei primi anni Quaranta del Trecento il giovane Boccaccio trascrive in un suo zibaldone parte di una epistola latina che, in data imprecisata, ma fissabile fra la tarda estate del 1314 e linizio della primavera del 1315, un monaco benedettino della congregazione dei pulsanesi di nome Ilaro avrebbe inviato dal monastero di Santa Croce al Corvo, sovrastante la foce del fiume Magra in Lunigiana, a Uguccione della Faggiola, signore di Pisa e di Lucca. La lettera avrebbe accompagnato il dono di un esemplare dellInferno, corredato di glosse, a lui dedicato. Nellepistola Ilaro racconta che un giorno al monastero si era presentato un personaggio innominato (che si capisce da chiari segni essere Dante), il quale, transitando attraverso la diocesi di Luni diretto ad partes ultramontanas (al di l degli Appennini o delle Alpi?), dopo un colloquio riservato, colpito dalla devozione che il frate gli manifestava, aveva estratto da una tasca un libretto e glielo aveva regalato per ricordo. E poi gli avrebbe espresso il desiderio che quel libretto (prima sezione di unopera in volgare tripartita, e perci identificabile con lInferno), una volta corredato di chiose dallo stesso Ilaro, fosse inviato a Uguccione; cosa che il frate, per lappunto, sta facendo. Ilaro, infine, informa Uguccione che, se un giorno volesse ricercare le altre due parti di questopera (Si vero de aliis duabus partibus huius operis aliquando Magnificentia vestra perquireret), potrebbe richiedere quella che segue a questa (que ad istam sequitur) al marchese Moroello Malaspina, e la terza a Federico dAragona, re di Sicilia. A questo punto Boccaccio (o lestensore dellantigrafo da cui copia), evidentemente interessato solo alla sezione dantesca, smette di trascrivere. 
Il problema  stabilire se la lettera sia autentica. La discussione  tuttora aperta. I dubbi pi consistenti concernono proprio i passi che per noi sarebbero i pi interessanti. Stando a Ilaro, Dante avrebbe confessato di avere cominciato a scrivere la Commedia in latino, ma di essere presto passato al volgare perch aveva preso atto che le poesie degli illustri poeti erano disprezzate come fossero di nessun conto; e perci gli uomini, per i quali in tempi migliori tali cose si scrivevano, abbandonarono  o dolore!  le arti liberali ai plebei. Dante, cio, avrebbe interrotto la composizione del poema latino perch le condizioni culturali del suo tempo quasi lo imponevano, dal momento che gli homines generosi, cio i nobili, i potentes, erano inesperti di latino. Ancor pi sospetti sono i due esametri e mezzo che Dante avrebbe recitato a Ilaro e che di quel poema interrotto sarebbero stati lincipit: Ultima regna canam, fluvido contermina mundo, / spiritibus que lata patent, que premia solvunt / pro meritis cuicunque suis. Comunque li si interpreti  canter i regni i pi lontani, posti al di l delluniverso ruotante, che si aprono immensi alle anime, e dispensano i premi a ciascuna secondo i suoi meriti (Padoan); canter gli ultimi regni, posti al di l del mondo corruttibile, che ampi si offrono alle anime, e ripagano ciascuna come merita (Bellomo) , questi versi alludono a un regno oltremondano: non  chiaro se a un aldil generico o, pi specificamente, paradisiaco. Della loro autenticit, come peraltro del resto dellepistola, Boccaccio era convinto, tuttavia che possano essere danteschi risulta difficilmente credibile. E poco credibile  anche la notizia di una Commedia inizialmente concepita in latino. Che essa risalga allo stesso Dante  improbabile, per non dire impossibile. O si tratta di una interpolazione, come dire che tutto il discorso relativo alla Commedia, e non solo gli esametri,  stato aggiunto alla lettera originale, o si tratta di un equivoco. Dante, cio, avrebbe accennato a un poema in latino iniziato e poi interrotto e Ilaro potrebbe aver pensato che si riferisse alla Commedia. Una conclusione equilibrata potrebbe essere che, dopo la morte di Dante, a una lettera autentica che accompagnava il dono a Uguccione di una copia dellInferno siano state aggiunte le parti relative al presunto poema latino. Lepistola, quindi, non sarebbe integralmente falsa, ma interpolata e manipolata in pi punti.
Se frate Ilaro  un testimone cos poco attendibile che la sua stessa esistenza pu essere messa in dubbio, ben diversa  lautorevolezza di Filippo Villani. Nella prefazione al suo commento alla Commedia (scritto verso la fine del Trecento e interrotto dopo il primo canto) Villani riprende da Boccaccio il contenuto dellepistola di Ilaro (compresi i due esametri e mezzo del presunto incipit) arricchendolo, per, di una notizia inedita. Per confermarne la veridicit riferisce che allo zio paterno, lo storico Giovanni Villani, Dante aveva confidato, evidentemente prima di essere bandito da Firenze, di aver tralasciato il latino per il volgare perch, paragonati i suoi versi a quelli di Virgilio, Stazio, Orazio, Ovidio e Lucano, gli era sembrato di avere accostato uno straccio alla porpora. Anche Filippo, come Boccaccio, identifica il poema latino interrotto con la Commedia, ma la sua testimonianza resta ugualmente preziosa perch attesta che a Firenze era viva la memoria di un Dante poeta in latino. Non  molto, certo, ma forse  sufficiente per non far ritenere del tutto fantasiosa lipotesi che quel tentativo di poema latino si collegasse al proposito espresso alla fine della Vita Nova.
Fu io a lui men cara e men gradita
Avesse o no cominciato a scrivere lopera promessa,  un fatto che subito dopo il 1295 la produzione letteraria di Dante cambia radicalmente di segno. Ci saremmo aspettati che egli imboccasse la strada della poesia mistica ed escatologica, e invece ecco un Dante mondano come mai prima e dimentico di quel mito di Beatrice alla cui costruzione si era dedicato per molti anni. Il lirico damore, come se non avesse pi volte proclamato di essere stato sempre fedele (con la sola eccezione della Donna pietosa o gentile) a ununica donna, si concede a una pluralit di ispiratrici. Non solo, arriva a scrivere poesie pervase di un eros e di una sensualit che sono lesatta negazione dellatmosfera estatica dei testi in lode di Beatrice: Sio avesse le belle trecce prese / che son fatte per me scudiscio e ferza, / pigliandole anzi terza / con esse passerei vespero e squille; / e non sarei pietoso n cortese, / anzi farei comorso quando scherza.64
Eppure, il progetto annunciato alla fine della Vita Nova, comunque siano andate le cose, sembra essersi mantenuto vivo nella mente di Dante, se non altro come atto mancato. Se si sentisse in colpa per non aver adempiuto quella promessa non sappiamo, e nemmeno  importante sapere; sappiamo, per, che nella Commedia attribuisce al s stesso personaggio un fortissimo senso di colpa nei confronti di Beatrice. Nel Paradiso Terrestre la incontra finalmente, esattamente dieci anni dopo la sua morte.  la stessa donna da lui amata in giovent e celebrata nella Vita Nova, eppure qui appare profondamente cambiata. Non pi fonte di ogni dolcezza, ma altera, proterva;65 parla, e la sua lingua  come una spada che colpisce sia per taglio sia per punta.66 Essa accusa un Dante confuso e smarrito di averla tradita: subito dopo la sua morte si tolse a me, e diessi altrui.67 A ci lo avevano spinto lallentarsi dei sentimenti amorosi che prima nutriva per lei (fu io a lui men cara e men gradita68) e lattrazione non vinta per altre donne (qual cosa mortale / dovea poi trarre te nel suo disio?  Non ti dovea gravar le penne in giuso, / ad aspettar pi colpo, o pargoletta / o altra novit con s breve uso69). Laccusa di infedelt, dunque, non  generica: Dante ha dimenticato la nuova prospettiva poetica, letteraria e umana che gli si era dischiusa al momento della morte dellamata ed era ricaduto in una concezione e in una pratica della poesia (le pargolette e le altre novit) che negavano la nuova visione amorosa che il libro giovanile lasciava intravedere. Quando Beatrice afferma che Dante si sarebbe dovuto levar suso / di retro a lei70 e che invece ha gravato le sue penne in giuso, forse ricorre a usuali metafore di carattere etico, ma forse allude a qualcosa di pi concreto, a quel mancato salire al cielo, sulle sue orme, che una visione paradisiaca avrebbe realizzato alla lettera.
La svolta non coinvolge solo la lirica damore e il ruolo protagonistico di Beatrice, ma sconvolge a fondo lintera poetica dantesca. Lo stesso poeta che nella Vita Nova aveva appena teorizzato, in accordo con lamico Cavalcanti e in polemica con Guittone e i suoi seguaci, che la lirica in volgare poteva essere solamente dargomento amoroso, adesso compone canzoni su temi etici e civili. Cosa pu aver determinato una svolta cos netta?
Verso la fine del 1293 muore Brunetto Latini; poco prima era morto anche Bono Giamboni. Con la scomparsa di questi due intellettuali, e in modo particolare del primo, nella vita culturale e civile di Firenze si apre un grande vuoto. Per decenni Brunetto aveva impersonato il ruolo del saggio che mette a disposizione della citt il suo sapere. In lui si fondevano una notevole (unica in citt, prima di Dante) cultura libresca e una spiccata propensione pratica agli affari di governo e a quelli privati. Banchieri e mercanti di Firenze potevano guardare a Brunetto come a un modello perch era uno di loro, ma dotato di ci che a loro pi difettava: una vasta e raffinata cultura. La sua morte, se lascia un vuoto, apre anche un problema di eredit. Dante  lunico intellettuale laico che, obiettivamente, possa rivendicarla; in ogni caso, lui si sente il vero erede del maestro defunto. Tuttavia, al ruolo di grande consigliere o, diremmo oggi, di intellettuale organico al potere non possono aspirare n un elitario lirico amoroso n un ancor pi distante poeta in latino; quella funzione richiede un intellettuale impegnato che affronti temi etici attinenti alla vita sociale. Lindividualista che coltiva il giardino esclusivo della lirica e della letteratura antica deve trasformarsi in uno scrittore che, in volgare, tratti problemi sentiti dalla collettivit. Ma ci risponde solo a una parte di quanto  richiesto a chi aspiri a succedere a Brunetto; altra parte non secondaria  la partecipazione alla cosa pubblica. E ci  esattamente quanto Dante fino a ora si  guardato dal fare. Per conseguire quel posto di prestigio che egli sente alla sua portata, deve necessariamente immergersi nella politica cittadina.
Uno scioperato in politica
Proprio in quel giro di anni nella politica fiorentina accadono fatti che sembrano quasi costruiti su misura perch Dante possa realizzare il mutamento richiesto. 
Le restrizioni allaccesso alle cariche pubbliche che a partire dal 1293 erano state decretate per gli appartenenti al ceto dei magnati avevano, come  comprensibile, suscitato forti tensioni nella classe dirigente. A seguito di tumulti popolari (23 gennaio 1294) alla cui origine erano i Donati  in particolare Corso, accusato dal popolo minuto di essere stato sottratto illegalmente alla giusta pena capitale per un paio di omicidi compiuti poco prima , i magnati poterono mettere sotto accusa Giano della Bella, che del governo antimagnatizio era lanima. Nel febbraio 1295 lalleanza oggettiva tra i Grandi e i ceti popolari lo costrinse a fuggire da Firenze. Ma il tentativo dei magnati di rovesciare la situazione non riusc completamente.  vero che, come conseguenza della caduta di Giano, gli Ordinamenti di giustizia furono riformati in senso meno restrittivo (i cosiddetti Temperamenti), ma la sostanza delle disposizioni rest in vigore. I provvedimenti del 1293 stabilivano che, oltre ai magnati (registrati nominativamente in un apposto elenco), erano esclusi dal priorato coloro che erano insigniti della dignit cavalleresca e coloro che non esercitavano realmente unarte. I provvedimenti deliberati il 6 luglio 1295 mantengono il divieto per i cavalieri, ma stabiliscono che per esser considerato come artefice e quindi per essere ammesso al priorato e al godimento di tutti gli altri diritti inerenti alla qualit di artefice, non  necessario lesercizio reale e personale dellarte. Questa disposizione tocca Dante direttamente.
Fino al 1293 nessuna legge gli avrebbe impedito di far parte delle magistrature cittadine; limpedimento era sorto solo nel biennio 1293-1295 in quanto non iscritto a unArte (Dante non ha mai avuto il problema di essere considerato magnate). Ma almeno dagli inizi degli anni Ottanta, molto prima che lappartenenza a una corporazione diventasse fattore dirimente per accedere alla vita pubblica, il potere effettivo era in mano alle Arti, e pertanto chi non ne faceva parte incontrava notevoli difficolt a inserirsi nella vita politica. Perci Dante, che, non esercitando nessuna professione o attivit, non poteva essere iscritto a una corporazione, era escluso di fatto dalla partecipazione alla politica. Insomma, il suo disimpegno potr anche essere dipeso da un sentimento di disinteresse, ma pi che altro deve essere stato la conseguenza della scelta di vivere da rentier. Dallestate del 1295 gli si apre la possibilit di iscriversi a unArte seguitando a vivere di rendita, e lui lafferra al volo. Entra a far parte di quella categoria di persone che saranno dette scioperati, cio inattivi. 
La sua iscrizione allArte dei medici e speziali  documentata solo per il marzo 1297, ma deve risalire a poco dopo il luglio 1295. Pare assodato, infatti, che gi nel semestre novembre 1295 - aprile 1296 egli rappresentasse il suo sestiere nel Consiglio ristretto o speciale del capitano del popolo (composto di 36 membri e perci detto anche Consiglio dei trentasei). Pare anche, per, che non vi avesse mai preso la parola e ne avesse pi volte disertato le riunioni: il che sarebbe un comportamento abbastanza strano per una matricola.  certo, invece, che il 14 dicembre 1295 interviene durante un Consiglio delle capitudini. Composto dai magistrati (consoli, o capitudini) delle dodici Arti maggiori, esso aveva il compito di preparare proposte e deliberazioni da sottoporre poi allapprovazione dei Consigli del Comune. Nella seduta in cui Dante prese la parola si discuteva, per lappunto, la proposta di un nuovo sistema di elezione dei priori. A volte questo e altri organi si avvalevano della consulenza di esperti o savi (sapientes), ed  proprio in qualit di savio che Dante partecipa a quel consiglio. Altrettanto sicuro  che, sei mesi dopo, faceva parte del Consiglio dei cento. Eletto ogni sei mesi, era, insieme al Collegio dei priori, lorgano pi importante del governo di Firenze (alle sedute partecipavano anche i priori e il gonfaloniere di giustizia): durante il primo semestre sono documentati interventi di Dante in data 5 giugno 1296. Ora, se Dante fosse stato membro del Consiglio ristretto del capitano del popolo, che scadeva il 30 aprile, per un problema di incompatibilit non avrebbe potuto essere eletto in questo secondo, che iniziava a operare il primo di quel mese. Si  dunque pensato che egli sia stato cooptato dal gonfaloniere (Lapo Saltarelli, che vedremo essere uno dei suoi referenti politici) e dai priori al posto di un consigliere per qualche motivo decaduto. 
Designato come savio o cooptato, sembra proprio che Dante abbia mosso i primi passi nella vita politica senza sottoporsi a nessun vaglio elettivo. In un caso e nellaltro qualcuno lo ha scelto. Qualcuno che non avr certo guardato alle sostanze economiche e al prestigio professionale, ma che lo avr giudicato adatto a ricoprire incarichi pubblici per le sue doti, ormai riconosciute, di filosofo e di poeta. Tuttavia sarebbe un po ingenuo ritenere che nella vita politica fiorentina, gi turbolenta in quegli anni a causa delle lacerazioni del partito guelfo di governo, si potesse rappresentare il proprio sestiere unicamente per meriti culturali. Il sesto dappartenenza era la base necessaria sulla quale costruire una ascesa politica, ma a contare erano le relazioni che uno aveva al suo interno. San Pier Maggiore era diviso in due schieramenti dalla rivalit, che stava ormai per degenerare in scontro aperto, tra Cerchi e Donati. Questi ultimi erano parenti acquisiti di Dante, ma i suoi amici pi stretti, per esempio Guido Cavalcanti e Manetto Portinari, erano collegati ai Cerchi. Saranno stati i Cerchi, dunque, e in particolare Vieri, la persona pi potente del sestiere e, forse, di Firenze, a giudicare che quel non pi giovane uomo, di famiglia modesta e dal misero patrimonio, ma ricco di doti intellettuali, potesse giovare alla loro causa. 
Sappiamo che ancora nel 1297 Dante prende la parola in un consiglio, su un argomento non conosciuto, dopo di che non resta pi traccia alcuna della sua attivit politica. Perci ignoriamo quale sia stato il percorso, tra alleanze e inimicizie, che nel fatidico 1300 lo porter a occupare, primo e unico nella storia degli Alighieri, il seggio pi alto nella gerarchia comunale. 
Pedagogia della gentilezza
Nelle prime sedute consiliari a cui partecipa, Dante si pronuncia, da esperto, su questioni di carattere procedurale; si esprime a favore di provvedimenti contro coloro, soprattutto magnati, che commettono atti di violenza ai danni di detentori di cariche pubbliche; appoggia delibere a vantaggio dei vicini di Pistoia. Non gli si presenta loccasione di occuparsi di grandi problemi di politica estera e interna. Un ruolo modesto, dunque, che non pu dare la misura di quale apporto reale un filosofo e retore come lui possa arrecare alla vita cittadina. Leredit di Brunetto gli pu essere riconosciuta solo se allimpegno pratico egli affianca una produzione intellettuale capace di incidere sui grandi temi che agitano il dibattito e lo scontro politico tra i ceti cittadini. 
Il problema della nobilt, cosa essa sia, quali siano gli individui e i ceti sociali che possono fregiarsi del titolo di nobile e, soprattutto, quale comportamento a essa si addica,  centrale nellaspra dialettica politica degli anni Novanta, anni che, non a caso, si aprono con gli Ordinamenti antimagnatizi. Il concetto di nobilt, per un gruppo oligarchico privo di ascendenze nobiliari ereditarie, trova la sua espressione simbolica nel cavalierato. La corsa a questo riconoscimento misura lansia di promozione sociale delle grandi dinastie delle banche e del commercio. Daltra parte, sono proprio i comportamenti arroganti e indisponenti che gli aristocratici per censo mutuano dai nobili di sangue a provocare la reazione del popolo, cio del ceto produttivo della citt. Il tema della nobilt si intreccia pertanto con problemi di etica pubblica. Per Dante esso assume anche valenze pi personali, se  vero che il vivere da nobile  un ideale che molto incide sulle sue scelte.
In un primo tempo, alla domanda su che cosa sia la nobilt Dante aveva dato una risposta imperniata sullaristocraticismo intellettuale. Nella stagione stilnovista aveva condiviso con un ristretto numero damici lidea che solo i cuori gentili, cio nobili, potessero provare amore e, di converso, che esso non potesse albergare in uomini vili e noiosi. In altre parole  come recita lattacco di un sonetto della Vita Nova, appoggiandosi allautorit del Guinizelli di Al cor gentil rempaira sempre amore  lidea che Amore e l cor gentil sono una cosa, / s come il saggio in suo dittare pone.71 Di per s non era una concezione originale; nuovo, invece, era il corollario che Dante, Cavalcanti e, in parte, Cino ne facevano discendere, vale a dire che la poesia damore dovesse rivolgersi solo a un pubblico ristretto e selezionato, i gentili e gli intendenti. Cos il principio che la nobilt danimo sia prerogativa necessaria e sufficiente per provare amore  principio che nella sua storia era stato unistanza di apertura, un modo per rompere steccati ideologici e sociali  nelle mani di questi poeti fiorentini si era trasformato in una espressione di separatezza e di chiusura. Quel gruppetto egemonizzato dal magnate Cavalcanti intendeva proporsi come lite intellettuale, come nuova aristocrazia fondata sul merito culturale e sui comportamenti che ne conseguono.
Adesso  nella seconda met degli anni Novanta  Dante si rivolge allintero ceto dirigente cittadino con due canzoni, per cos dire, etico-pedagogiche: nella prima (Le dolci rime damor chi solia) definisce in cosa consista la nobilt, specchio di ogni virt; nella seconda (Poscia chAmor del tutto mha lasciato) descrive quali comportamenti, compresi sotto letichetta di leggiadria, si addicono al nobile. Il suo intendimento  di mostrare che la gentilezza pu essere acquisita (e che la cortesia, sua traduzione nellambito dei rapporti sociali, pu essere praticata) anche nel contesto cittadino, purch si comprenda che essa non dipende n dal lignaggio n dalla ricchezza. La sua, dunque,  una proposta di mediazione, nello spirito di Brunetto.
Ne Le dolci rime, confutando una sentenza da lui attribuita allimperatore Federico secondo (ma in realt di Aristotele),
 Tale imper che gentilezza volse,
 secondo l suo parere,
 che fosse antica possession davere
 con reggimenti belli,72
sostiene con vigore che ricchezza non  di gentilezza  principio e che non si pu essere gentili solamente per nascita (per ischiatta). Ricchezza e nobilt ereditaria devono accompagnarsi alla virt individuale, consistente nella capacit di scegliere il giusto mezzo tra gli estremi. Se proiettata sullo sfondo dello scontro sociale e ideologico fiorentino, questa tesi, di per s poco originale, pu essere considerata di impronta spiccatamente comunale. Essa, infatti, sancisce il diritto del ceto che oggi chiameremmo borghese ad arrogarsi un rango nobiliare, seppure di nuovo tipo, e riconosce il valore delle aristocrazie ereditarie, a patto che si integrino nella comunit: una posizione, dunque, nella quale la composita classe dirigente cittadina poteva riconoscersi nella sua interezza. 
Nella seconda canzone la parte dedicata a descrivere quali siano i giusti comportamenti dei veri leggiadri  preceduta da unaspra requisitoria contro i falsi leggiadri, contro coloro, cio, che in societ si comportano in modo sconveniente e urtante, nella convinzione che i loro atteggiamenti siano propri dei nobili, quali essi si ritengono. Dante li elenca per categorie: gli scialacquatori, per gittar via loro avere (perch sperperano i loro soldi) credono di essere annoverati tra le persone onorevoli (credon potere / capere l dove li boni stanno), e cos spendono per allestire banchetti e soddisfare i loro appetiti sessuali (Qual non dir fallenza / divorar cibo ed a lussuria intendere), per ostentare ornamenti e vestiti costosi, come se fossero una merce esposta per essere acquistata da compratori stupidi (ornarsi come vendere / si dovesse al mercato di non saggi? / ch l saggio non pregia om per vestimenta). Non hanno capito in cosa consiste un nobile comportamento n coloro che ridono continuamente e a sproposito, pensando che ci sia indice di prontezza di spirito, n coloro che si esprimono in modo difficile e ricercato (parlan con vocaboli eccellenti) e trattano gli altri con fare altezzoso, soddisfatti che la plebe resti colpita dalle loro parole e dalla loro arroganza (contenti che dal vulgo sian mirati). Nemici della leggiadria sono anche quelli che ignorano la fedelt in amore e larte del corteggiamento, ma si abbandonano a buffonerie nei discorsi e dalle donne prendono, di nascosto come ladri, villan diletto, piaceri bestiali (non sono innamorati / mai di donna amorosa; / ne parlamenti lor tengono scede; / non moveriano il piede / per donneare a guisa di leggiadro, / ma, come al furto il ladro, / cos vanno a pigliar villan diletto  che paiono animal sanza intelletto). Il leggiadro, allopposto, d e prende liberalmente,  piacevole nella conversazione, ama ed  amato dai saggi, mentre  indifferente al giudizio di chi saggio non ; non  arrogante ma sa mostrare il suo valore quando occorre. 
Nessuno degli argomenti, n a favore n contro, pu essere considerato nuovo. Ma nuova nel suo complesso  una canzone nella quale hanno ampio spazio argomentazioni filosofiche che potevano essere svolte solo da chi avesse acquisito una grande familiarit con testi come lEtica Nicomachea di Aristotele. E nuovo, soprattutto,  il fatto che un impianto argomentativo filosofico sia al servizio di una polemica che ha obiettivi concreti e facilmente individuabili dai lettori.  Dante stesso a identificare i nemici della leggiadria nei falsi cavalieri: Oh falsi cavalier, malvagi e rei, / nemici di costei.73 Ma i fiorentini contemporanei non avevano bisogno di quella indicazione per capire: i nemici sono i ricchi senza passato nobilitati dal titolo cavalleresco, parvenu che scimmiottano stili di vita della classe pi elevata, e perci tengono tavola imbandita, si circondano di buffoni e di clienti (come il Ciacco protagonista del canto 6 dellInferno), ostentano la ricchezza, trattano con arroganza il popolo e molto spesso pretendono (e a volte ottengono con la forza) una sorta di immunit dalla legge. Formano quel ceto magnatizio contro il quale allinizio degli anni Novanta si era rivoltata la societ fiorentina emarginandolo dalla vita politica. La polemica di Dante, proprio perch non indirizzata contro la nobilt e la cavalleria, ma contro la loro degenerazione, sarebbe piaciuta a Brunetto Latini. Sicuramente piaceva a un politico-intellettuale come il gi ricordato Lapo Saltarelli, coinvolto nella stesura degli Ordinamenti antimagnatizi di Giano della Bella ed esponente della parte cerchiesca (era legato a Vieri dei Cerchi anche da parentela, essendo suo consuocero). Insomma, con le canzoni morali Dante si schierava. E il suo schierarsi, ovviamente, non poteva piacere a tutti.
La rottura con Guido Cavalcanti
Non doveva essere piaciuto a Guido Cavalcanti. Abituato fin da giovane a recitare una parte di primo piano nella vita pubblica (si ricorder che nel 1280 era uno dei garanti della pace del cardinale Latino), ne era stato messo ai margini dagli Ordinamenti, e nemmeno i successivi Temperamenti gli avevano concesso di accedere alle cariche pi importanti. Volendo, per, avrebbe potuto iscriversi a unArte, e cos partecipare alla vita politica attiva allinterno di uno dei veri gangli del potere del popolo. Inviti in tal senso deve averne avuti pi duno. Il cronista Dino Compagni, per esempio, gli invia un sonetto rinterzato (Se mia laude scusasse te sovente) nel quale, in sostanza, lamenta che egli non metta al servizio della collettivit le sue grandi virt facendosi ovrere, cio iscrivendosi a unArte: tu, gli dice Dino, non hai bisogno di essere nobile di sangue e di avere un grande seguito, perch nobile lo sei di tuo, e con le tue qualit avresti potuto essere anche un grande mercante (Se uomo di gran corte: / ahi, con saresti stato om mercadiere!). Se Dio  prosegue  conducesse ciascuno al suo giusto fine, allora, colmando le differenze, darebbe il dono della cortesia, di cui tu abbondi, agli artigiani e te farebbe operaio, membro di una corporazione, senza perci che tu smetta di guadagnare, un po come faccio io, che, pur guadagnandomi la vita lavorando, sono anche generoso (cortese) nel donare. Ma laltezzoso Cavalcanti da questo orecchio non ci sentiva. Non che si tenesse in disparte, e neppure che parteggiasse, lui magnate, per i suoi pari  anzi, era politicamente schierato con i Cerchi, che venivano considerati pi sensibili alle richieste del popolo , ma aveva una visione della lotta politica decisamente di stampo magnatizio. Era incline allo scontro, anche fisico, alla provocazione e al bel gesto individuale, nel quale si mescolavano ardimento e arroganza. Nella sua avversione per la fazione nemica, lodio personale nei confronti di Corso Donati contava forse pi delle motivazioni squisitamente politiche. Insomma, un individualista come lui non avrebbe potuto essere parte integrante di unorganizzazione. 
Ebbene, Guido, proprio perch fautore di una nobilt danimo elitaria e quasi da coltivare in solitudine, avrebbe potuto sottoscrivere tutte le accuse che Dante rivolgeva al ceto cavalleresco fiorentino, ma difficilmente avrebbe accettato che il suo amico e complice mettesse la sua cultura e la sua valentia di poeta al servizio del popolo, che egli probabilmente considerava vulgo, un alleato indegno di un intellettuale. E poi, un po di rancore non poteva non provarlo.  famoso un suo sonetto (I vegno l giorno a te nfinite volte) nel quale rimprovera Dante di pensar troppo vilmente e di frequentare lannoiosa gente, lui che un tempo si teneva lontano dalle folle (Solevanti spiacer persone molte). Non conosciamo n la data n loccasione del sonetto, ragion per cui ne sono fiorite tantissime e discordanti interpretazioni. Una di queste, e forse tra le pi fondate, suggerisce che Guido rimproveri a Dante, che alcuni anni prima condivideva la sua visione aristocratica della cultura, il suo aderire alle novit democratiche della politica di quegli anni. 
Va detto, tuttavia, che Dante, se delle due strade che gli si aprivano davanti al termine della Vita Nova avesse imboccato quella della visione escatologica e non quella della produzione morale, non per questo avrebbe evitato la rottura con Guido. Era scritto in cielo che questa coppia cos determinante per la giovane letteratura in volgare dovesse dividersi. Il razionalista e scettico Cavalcanti non avrebbe approvato un poema teologico-filosofico, a maggior ragione, poi, se scritto in latino. Ma gi nella Vita Nova le proteste di identit di vedute e le richieste di complicit che la costellano non nascondono lesistenza di divergenze. Gi allora un solco profondo separava la concezione amorosa di Guido, pessimistica, irrazionale e patologica, da quella del Dante della lode, incentrata sulla fiducia che lamore sia strumento di elevazione etica. La canzone dottrinale Donna me prega ne  una testimonianza sicura:  difficile immaginare  stato detto proposte pi antitetiche di quel trattato damore che  la Vita Nuova di Dante e della canzone damore di Cavalcanti.  addirittura possibile che Donna me prega sia stata ideata proprio per confutare la concezione amorosa che Dante esprime nelle nove rime, e che essa, pertanto, rappresenti il punto di pi evidente disaccordo tra i due amici. Daltra parte, anche se la Vita Nova a Guido  quasi dedicata, laffermazione di Dante che lui era stato il suo Battista, fatta per di pi forzando pretestuosamente la lettera di un innocuo sonetto doccasione, pu essere letta (e pu essere stata letta dallinteressato) come un omaggio solo apparente. In effetti, un omaggio in cui si dice sostanzialmente che il pi giovane allievo ha superato il maestro pi anziano e, particolare non secondario, che lo ha fatto mettendo a frutto la sua lezione in una direzione che lui sicuramente non approvava,  un omaggio ben strano. 
Sullorlo del dissesto economico
Le rendite di due poderi e di un paio di casupole non consentono un alto tenore di vita. Dante, poi, non sembra particolarmente attento al denaro (che, peraltro, avr sempre posseduto in modiche quantit, essendo ipotizzabile che i campi gli fornissero pi che altro beni di natura): non si  sottratto alle spese per combattere a cavallo, e neppure a quelle per almeno un soggiorno a Bologna. Forse non ha mai comprato libri, oggetti dal costo proibitivo, ma la carta, genere anchesso piuttosto costoso, e loccorrente per scrivere se li deve essere procurati. Avr pure acquistato abiti decorosi per frequentare sia la buona societ dei Cavalcanti e dei suoi pari sia le assemblee e i Consigli pubblici. E si aggiunga lonere crescente di una famiglia che si era fatta numerosa. 
Nella seconda met degli anni Novanta i fratelli Alighieri (che mantengono in comune i beni ereditati) si trovano a dover fronteggiare una crisi economica di dimensioni preoccupanti.  evidente che dallattivit politica, che allora come oggi presentava molte opportunit di guadagno, Dante non ha ricavato sensibili benefici. Del resto, allora come oggi, i vantaggi della politica andavano soprattutto a chi poteva godere di un consistente patrimonio di partenza.
La situazione precipita nel 1297. L11 aprile Dante e Francesco ricevono in prestito la somma di 227,50 fiorini doro; nel 1300 sono ancora insolventi, e la causa  portata davanti a un giudice civile del sesto di Porta del Duomo. Nel frattempo, verso la fine del 1297, il 23 dicembre, i fratelli contraggono un altro prestito, con Iacopo di Litto dei Corbizzi, per la ragguardevole cifra di 480 fiorini doro. In meno di un anno, dunque, sono costretti a indebitarsi per 707,50 fiorini doro. Nella seconda met dellanno precedente Dante era entrato nel Consiglio dei cento. Per far parte di questa assemblea era necessario pagare almeno 100 libbre o lire di imposta, che equivalevano a un imponibile di circa 1200 lire. Ebbene, 1200 lire in quegli anni avevano il valore effettivo di 600 fiorini doro. Il patrimonio di Dante, anche ammesso che non si situasse al livello minimo richiesto, non doveva superarlo di molto. Quella cifra, infatti, risulta congruente con il valore delle propriet di Pagnolle calcolato su fiorini svalutati degli anni Trenta del secolo successivo.  quasi certo, dunque, che i 707,50 fiorini di debito (ma forse erano anche di pi) corrispondevano al valore dellintero patrimonio degli Alighieri. 
Dietro queste cifre si coglie la drammaticit di una crisi che rischia di travolgere la famiglia. A salvare Dante e Francesco intervengono il nonno materno, Durante degli Abati, e il padre di Gemma, Manetto dei Donati. Insomma, i due rami facoltosi con i quali gli Alighieri si erano imparentati adesso si alleano per aiutare figli e nipoti. Sono loro a garantire quel mutuo cos cospicuo, loro insieme ad altre due persone: Noddo degli Arnoldi e Alamanno degli Adimari, un magnate, questultimo, e fiero avversario dei Cerchi. E poi si aggiungono altri parenti acquisiti, dato che il prestatore Iacopo Corbizzi agisce per s ma anche per conto di Pannocchia Riccomanni, il quale era fratello del Lapo Riccomanni maritato a Tana, sorella di Dante. Del resto, anche i Corbizzi erano vicini alla famiglia Alighieri: Litto, padre defunto del prestatore Iacopo, aveva lasciato possedimenti fondiari che confinavano con le terre di Dante e Francesco a Pagnolle. Si ha la netta sensazione che si sia attivata una rete familiare e che questa, tra i ghibellini Abati, i Donati e gli Adimari, facesse riferimento a un giro sociale e politico non solo estraneo ma addirittura avverso alla parte politica per la quale Dante simpatizzava. E forse abbiamo motivo di credere che Forese Donati, quando in uno dei suoi sonetti ingiuriosi gli augurava sarcasticamente che Dio gli conservasse Tana e Francesco (se Dio ti salvi la Tana e l Francesco74), facesse riferimento a una condizione di dipendenza di Dante dai fratelli che agli occhi dei fiorentini appariva evidente gi da tempo.
La vicenda del prestito di 480 fiorini si protrarr nei decenni: nel 1315, dal testamento di Maria, vedova di Manetto Donati e madre di Gemma, apprendiamo non solo che la fideiussione data a suo tempo dal marito era ancora in vigore, ma che egli aveva garantito per un altro prestito di 46 fiorini e che altri 90 erano stati garantiti da un Perso Ubaldini. Solo nel 1332 Francesco restituir a Iacopo Corbizzi la met della cifra ricevuta trentacinque anni prima.
La litania di prestiti, per, non  finita: il 23 ottobre 1299  Francesco a ricevere 53 fiorini, non si sa se per s o anche per il fratello. Nel frattempo, infatti, Francesco si  reso autonomo e ha cominciato a esercitare la professione, tradizionale nella famiglia, di piccolo commerciante e prestatore: e cos  lui a prestare a Dante 125 fiorini il 14 marzo 1300 (ma pochi giorni dopo, il 31, contrae a propria volta un mutuo di 20 fiorini) e altri 90 l11 giugno (Dante sarebbe entrato in carica come priore quattro giorni dopo). Tra i due fratelli  il pi noto a soffrire di maggiori difficolt economiche. Quanto fossero stretti i rapporti con Durante degli Abati  confermato dal fatto che nel marzo 1301 sono Dante e Francesco a garantire, presso Cerbino di Tencino di San Pier Maggiore, un mutuo di importo imprecisato a lui concesso (nel luglio dello stesso anno Francesco riceve in prestito dallo stesso Cerbino di Tencino 13 fiorini doro).
Una lotta di potere
Gi prima di Campaldino (1289) in Firenze non esisteva pi un partito ghibellino organizzato. Lunico partito rimasto era la cosiddetta Parte guelfa, dotata di propri uffici, di strutture di autogoverno e di una sede di rappresentanza. Nei fatti, al di l delle distinzioni formali, si era creata una piena identificazione tra partito e Comune. Dopo Campaldino la vita politica fiorentina, che fino ad allora ruotava intorno al difficile e squilibrato rapporto tra loligarchia dei banchieri e dei grandi rentier (che insieme monopolizzavano il potere allinterno della Parte) e i ceti economici produttivi, rappresentati dalle corporazioni,  sconvolta dalle rivendicazioni del cosiddetto popolo grasso (commercianti e industriali) alleato con il popolo minuto (artigiani e piccoli professionisti). Alla dialettica tra partiti subentra, dunque, uno scontro tra ceti. Loligarchia ne esce sconfitta, tanto che con gli Ordinamenti del 1293 viene di fatto esclusa dalle cariche di governo. Il che non significa che essa sia estromessa dalla gestione effettiva del potere. I magnati, infatti, seguitano a essere il gruppo dirigente del partito, e il partito, che con i suoi adepti ha un grande peso nelle Arti, in particolare in quelle maggiori, esercita una notevole influenza sulla scelta del personale politico. I provvedimenti antimagnatizi che si succedono a partire dal 1293 hanno per leffetto di spaccare il gruppo dirigente della Parte: come rispondere alle discriminazioni e quali rapporti intrattenere con il popolo segnano la linea divisoria tra due schieramenti. Lala pi intransigente fa capo ai Donati, quella pi morbida, ma sarebbe meglio dire pi ambigua e incerta, ai Cerchi. Sembrerebbero semplici divergenze di valutazione, sennonch, come spesso succede nella storia fiorentina di quel periodo, anche queste finiranno per degenerare in una vera e propria guerra civile. A inasprire i contrasti fino al punto da renderli non pi componibili concorrono numerosi fattori. Primo fra tutti, la rivalit ormai antica che divide le due famiglie principali, per di pi entrambe residenti nello stesso sestiere di San Pier Maggiore; poi il fatto che i due schieramenti, allinterno dei quali si distribuiscono gli esponenti delle maggiori compagnie bancarie di Firenze, rappresentano interessi economici distinti e cospicui; infine, le interferenze esterne. Firenze  una delle capitali finanziarie dEuropa,  dunque inevitabile che gli avvenimenti di politica interna si intreccino con ambizioni e appetiti esterni. Come a suo tempo la lotta tra Guelfi e Ghibellini era stata acuita e condizionata dallingerenza degli Angioini di Napoli, cos adesso sar il reiterato intervento del papa Bonifacio ottavo a determinare la vittoria di una delle due fazioni della Parte guelfa. 
I Cerchi erano a capo della pi grande compagnia bancaria di Firenze, ma non potevano vantare illustri natali: erano proprio il prototipo di quella gente nuova che Dante accuser di aver fatto degenerare Firenze con i propri sbiti guadagni.75 Inurbatisi dalla Val di Sieve (il piovier dAcone76) agli inizi del secolo, avevano avuto unascesa economica e sociale travolgente, tanto che nel 1280 potevano comprare le case dei Guidi: Dante, che vi abitava vicino, era costretto a vedere ogni giorno sulla porta che era stata di tanto nobile famiglia uninsegna carica di fellonia, di vilt, come quella dei nuovi padroni. Non  solo lui, comunque, ad accusare i Cerchi di vilt: anche Dino Compagni, che negli anni tempestosi della lotta intestina era legato al loro carro, nella Cronica scriver che essi evitavano di assumere il titolo di signori della citt, ma ci pi per vilt che per piat, cio per amor di patria, perch temevano i loro avversari. Laccusa era rivolta al capo della famiglia, Vieri, il quale, bench a Campaldino avesse mostrato un grande coraggio fisico, nelle complicate vicende di fine secolo, che effettivamente lo avrebbero potuto far diventare padrone della citt, si era mosso, fidando sul suo enorme potere economico, in modo titubante, prudente e soprattutto contraddittorio.
Opposta  la storia dei loro vicini di casa, i Donati, come del tutto opposto, rispetto a Vieri,  il profilo del loro capo, Corso. Privi di grandi mezzi economici, i Donati appartenevano alla pi antica aristocrazia cittadina, e degli aristocratici avevano il comportamento altezzoso e sprezzante. Corso era un vero modello di cavaliere, ardito e coraggioso, ma anche violento e compreso della sua superiorit di classe. Abituato a ricoprire la carica di podest in molte citt italiane, e quindi abituato al comando, poco incline a rispettare le leggi, di cui si ritiene al di sopra, e dotato di grande intraprendenza (si deve a una sua autonoma iniziativa gran parte del merito della vittoria di Campaldino),  un fiero oppositore degli Ordinamenti e di tutti i provvedimenti antimagnatizi. Dal popolo  lontano come Vieri ma, a differenza di Vieri, non nasconde la sua avversione. Viene a trovarsi a capo della fazione dei duri quasi naturalmente, pi per i suoi comportamenti che per meditata scelta politica.
La prima, ma decisiva rottura dello schieramento guelfo si verifica nel luglio 1295, quando, proprio sfruttando il malcontento popolare suscitato dalle intemperanze di Corso, i magnati tentano di abolire la legislazione che li colpiva. Ci riescono solo parzialmente, tanto che si pu parlare di tentativo fallito. In quelloccasione Vieri dei Cerchi si tiene in disparte, e questo basta perch nellopinione pubblica egli si faccia la fama di amico del popolo. La rivalit personale e familiare tra i due comincia cos ad assumere una marcata coloritura politica, di conseguenza nascono due distinte formazioni organizzate. 
Nei primi tempi dopo la cacciata di Giano della Bella la prudenza mostrata da Vieri accrebbe il suo potere nella Parte guelfa e in citt. Ben presto, per, furono i magnati al seguito di Corso a prendere il sopravvento, anche perch molti banchieri di quella Parte (in particolare gli Spini e i Mozzi, che detenevano il monopolio della finanza pontificia) e lo stesso Corso godevano dellappoggio del papa. In effetti, lasse tra i Donateschi e Bonifacio ottavo, che si sarebbe manifestato apertamente allinizio del secolo, si era consolidato fin dai primi giorni del nuovo pontificato, anzi, aveva radice negli accordi finanziari stipulati dallallora cardinale Benedetto Caetani ancor prima di salire sulla cattedra di Pietro. Dalla fine del 1296 alla primavera del 1299, in un clima di tensione che vede susseguirsi scontri armati e uccisioni da entrambe le parti (per esempio, nel dicembre 1296, durante la veglia funebre di una donna di casa Frescobaldi scoppiarono tafferugli che poi degenerarono in tumulto, fino allassalto delle case dei Donati; nel dicembre 1298 morirono in carcere, dove erano stati rinchiusi a seguito di violenze per le strade, alcuni giovani di parte cerchiesca: le circostanze non furono chiarite, ma la voce popolare ne addebitava la responsabilit ai Donateschi), Corso detiene di fatto il controllo della citt. 
Sono uomini suoi, in particolare, i podest Cante dei Gabrielli (che avr un ruolo decisivo nella condanna di Dante e nella repressione cruenta dei Bianchi ribelli), in carica nel secondo semestre del 1298, e il trevigiano Monfiorito da Coderta, in carica nel primo semestre del 1299. Entrambi si segnalano per un uso di parte della legge. Il primo, nel novembre 1298, condanna a morte, su accuse che si sarebbero poi rivelate infondate, Neri Diodati, figlio di Gherardino, noto esponente di parte cerchiesca, abitante nel sestiere di Dante: Neri riesce a fuggire, e toccher proprio a Dante, tre anni dopo, perorarne linnocenza. Il secondo si rende particolarmente odioso per avidit e mancanza di scrupoli. Nel marzo 1299 condanna Giovanna degli Ubertini di Gaville, suocera di Corso, da questi accusata di furto e sottrazione di documenti. Non  detto che sia stato abuso di potere (Giovanna, infatti, sembra manovrata dai Cerchi), resta il fatto, comunque, che la sentenza provoca una sollevazione popolare. Monfiorito viene incarcerato. Lepisodio  allorigine della (provvisoria) disgrazia di Corso: questi, chiamato in giudizio, ammette sfrontatamente di avere corrotto il podest. Condannato, si rifiuta di pagare la multa, e allora, nel maggio di quellanno,  bandito dalla citt (ma prontamente nominato da Bonifacio ottavo podest di Orvieto, prima, e poi rettore della Massa Trabaria). Una cos forte reazione di fronte a un caso di mala giustizia, in unepoca nella quale abusi di potere, concussione e uso partigiano della legge erano allordine del giorno, si spiega solo con lavversione che Corso era riuscito a suscitare negli strati popolari, oltre che nei magnati di parte avversa.
Vale la pena di raccontare una vicenda che in quegli stessi mesi aveva coinvolto ancora Monfiorito, perch vi compare il giurista Baldo dAguglione, quello stesso di cui, nella Commedia, Dante dir che con il suo puzzo ammorba Firenze. Durante linchiesta a suo carico Monfiorito confessa a certo Pietro Manzuolo, che linquisiva, di aver fatto mettere a verbale dal giudice Nicola Acciaioli in un processo penale una testimonianza che sia lui sia il giudice sapevano falsa. La confessione dellex podest  imbarazzante perch Acciaioli  genero di Manzuolo. La cosa, comunque, viene messa a tacere, tanto che pochi mesi dopo, il 15 agosto 1299, Acciaioli  eletto priore. Durante il priorato, per, egli cerca di eliminare dal verbale di quel processo gli atti che lo compromettono, e allora si affida a Baldo dAguglione. Questi, pi volte priore, era stato uno degli estensori degli Ordinamenti di Giano della Bella, ma poi aveva svolto un ruolo di primo piano per disinnescarne le punte pi acute e per far cadere lo stesso Giano, avvicinandosi ai magnati. Baldo riesce ad avere da Acciaioli gli atti processuali, ne elimina le parti compromettenti e li restituisce mutilati al deposito della cancelleria. La manomissione sar scoperta ed entrambi saranno condannati. Ma la condanna non impedir ad Acciaioli, una volta ritornati al potere i Donati, di occupare cariche importanti, segnalandosi nella persecuzione giudiziaria dei Cerchieschi, e a Baldo, legatosi lui pure ai Donati, di percorrere una brillante carriera politica (gi lanno seguente  coinvolto nel processo di revisione della causa tra Corso Donati e Giovanna degli Ubertini). Dante segner anche questo episodio nella Commedia, quando dir che la scalinata per salire a San Miniato al Monte era stata costruita in unepoca nella quale a Firenze era sicuro il quaderno e la doga,77 nella quale cio ci si poteva ancora fidare dei registri e delle misure pubbliche (con allusione a un altro scandalo relativo a ruberie legate al monopolio del sale).
Il priorato, cagione e principio di tutti i mali
Uscito di scena Corso, i Cerchi restano detentori del potere. La partita, per, non  chiusa, anzi, nel 1300 si fa ancora pi aspra. 
Per Dante questo  un anno fatidico; se guardiamo alle conseguenze che avr sulla sua vita, potremmo dire fatale. Ha da poco compiuto trentacinque anni quando, il 15 giugno, comincia il suo mandato di priore. Cooptato nelllite dirigente fiorentina, gli si prospetta un avvenire di successo. E invece in esilio dichiarer sconsolato: Tutti e mali et tutti glinconvenienti miei dalli infausti comitii del mio priorato ebbono cagione et principio. 
Il 1300  lanno della riscossa dei Cerchi. Dopo una prima fase di attiva presenza negli anni 1295-1296, avevano sofferto la politica aggressiva di Corso e si erano tenuti defilati. Adesso, con Corso lontano, riprendono liniziativa.  interessante notare che il diagramma dellattivit politica di Dante  cominciata tra il 1295 e il 1297 e, dopo un periodo di latenza, dispiegatasi a partire dal maggio 1300  corrisponde a quello della prima ascesa dei Cerchi e del loro predominio in citt dopo la crisi della parte donatesca. Certo, i quasi tre anni di silenzio che seguono il suo ultimo intervento pubblico del 1297 possono dipendere in gran parte dalla perdita della documentazione archivistica, ma resta limpressione che la coincidenza tra lemergere del suo ruolo pubblico e i momenti di maggior peso politico dei Cerchi non sia casuale. Come dire che Dante, nella realt, non  stato un intellettuale super partes alla Brunetto Latini animato da puro senso civico, ma  stato uomo dei Cerchi.
La loro politica segue due distinti binari. Verso lesterno proseguono sulla linea, adottata dalla citt negli anni precedenti, di sostegno finanziario e armato alle guerre private scatenate da Bonifacio ottavo nellItalia centrale. Come fra il 1297 e il 1298 il Comune aveva appoggiato la sua guerra senza quartiere (elevata al rango di crociata) contro i Colonna, conclusasi con la totale e impietosa distruzione di Palestrina ( nellambito di questi eventi bellici che si situa il consiglio fraudolento di Guido da Montefeltro: lunga promessa con lattender corto78), cos la gestione dei Cerchi appogger la guerra di rapina ai danni degli Aldobrandeschi, grandi feudatari e conti palatini di Maremma. Tanta accondiscendenza dipendeva sia dalla necessit di tutelare i cospicui interessi che le banche fiorentine di entrambi gli schieramenti avevano in curia, sia dalla paura che si rivelasse fondata (come in effetti poi si rivel) la voce, circolante gi dai primi tempi del pontificato di Bonifacio, che egli cercasse di accordarsi con il re di Francia Filippo quarto il Bello per conquistare Firenze con un intervento armato di suo fratello Carlo di Valois. Allinterno, invece, i Cerchi sono fermi nel difendere le istituzioni fiorentine dalle ingerenze papali, e neppure sembrano curarsi eccessivamente della palese protezione che il pontefice accorda ai loro nemici. La contraddizione tra questi due comportamenti sar una delle cause principali della loro rovina.
Verso la met di marzo 1300  inviata a Roma unambasceria incaricata di una missione segreta: scoprire se in curia ci siano fiorentini che tramano contro i Cerchi. Ne facevano parte Lapo Saltarelli e Lippo di Rinuccio Becca. A quanto pare, gli inviati assolsero bene il compito affidatogli e, ritornati a Firenze, denunciarono di tradimento quattro persone legate al banco degli Spini (una delle compagnie pi implicate negli affari finanziari del papa). Laccusa (sostenuta in particolare dal giurista Saltarelli) port alla condanna a pene pecuniarie e al taglio della lingua di tre dei quattro inquisiti. La condanna fu emessa (il 18 aprile) senza tenere conto delle pesanti minacce che nel frattempo il papa, il quale riteneva, non a torto, che quel processo fosse rivolto contro di lui, formulava contro i priori e contro Saltarelli in particolare, accusato perfino di eresia; anzi, Saltarelli fu eletto priore per il bimestre 15 aprile - 14 giugno (il bimestre precedente a quello di Dante). E come segno ulteriore di indipendenza, nel Collegio di Saltarelli fu eletto pure Gherardino Diodati, luomo politico che Cante dei Gabrielli aveva cercato di colpire un paio danni prima condannando a morte il figlio Neri. La sentenza era inapplicabile perch i condannati risiedevano a Roma, ma era pur sempre una sfida palese al papa e alla fazione donatesca. Nel frattempo Vieri era stato convocato a Roma da Bonifacio ottavo. Al papa, che lo aveva accolto con molti onori e che gli aveva chiesto di sottoscrivere un patto di pace con Corso, Vieri aveva negato che tra lui e il Donati ci fosse guerra alcuna: in quelloccasione  commenta il cronista Villani  Vieri fu poco savio, e troppo duro e bizzarro, cosicch il papa rimase molto isdegnato contro lui e contro sua parte.
Intanto a Firenze la tensione si  fatta altissima. Verso il tramonto del 1 maggio, durante i balli con i quali si celebrava la festa di Calendimaggio, sulla piazza antistante la chiesa e il convento vallombrosano di Santa Trinita un gruppo di giovani di casa Donati e di loro amici assalta un gruppo dei Cerchi, ferendo un maturo membro della famiglia di nome Ricoverino. Circa una settimana dopo, la parte dei Donati si riunisce a convegno proprio nel convento davanti al quale era scoppiata la rissa e del quale era abate Ruggero dei Buondelmonti, uno dei pi arrabbiati partigiani dei Donateschi. Il loro piano  ordire una congiura che rovesci con le armi il governo dei Cerchi e prevede che forze armate esterne, capitanate da Guido di Battifolle, uno dei rami casentinesi della grande famiglia comitale dei Guidi, penetrino in citt a dar man forte agli insorti interni. Tra i pi attivi congiurati figura quel Simone dei Bardi che ben conosciamo per essere stato il marito di Bice Portinari. La congiura, per, viene scoperta: molti dei congiurati sono subito processati e condannati. Simone dei Bardi e il Guidi a pene pecuniarie; Corso Donati, che si trova a Roma presso il papa ed  ritenuto il vero ispiratore della sedizione, a morte. Siccome  impossibile procedere contro di lui, si radono al suolo le sue case in San Pier Maggiore e gli si confiscano i terreni. 
La risposta di Bonifacio ottavo non si fa attendere: il 23 maggio nomina legato per la Toscana e la Romagna il cardinale Matteo dAcquasparta, ministro generale dei francescani, e subito lo invia a Firenze con la missione di paciere. In realt a Firenze, dove il cardinale arriva ai primi di giugno, tutti sanno qual  la sua vera missione. Il legato viene subito allo scoperto proponendo che per limminente nomina dei nuovi priori (13 giugno) si proceda non con il metodo elettivo, che avrebbe assicurato unampia maggioranza ai Cerchieschi, ma attraverso un sorteggio, dal quale sarebbe potuta uscire una composizione imprevedibile. Il momento  estremamente delicato per i Cerchi, che per trovano la forza di opporsi, soprattutto grazie a Lapo Saltarelli, priore in carica e loro vera guida politica in questi mesi. Per sventare la minaccia papale  necessario avere il completo controllo del Collegio, facendo eleggere persone decise e di fiducia. Dalla votazione esce anche il nome di Dante. Che tutti gli eletti fossero di comprovata fedelt c comunque da dubitarne, se poi due di essi tradiranno passando alla parte avversa. Quanto a Dante, se viene designato in quel frangente significa che i Cerchi lo considerano uno dei pi fidati. Circa un mese prima, il 7 maggio, era stato inviato come ambasciatore a San Gimignano, con il compito di perorare ladesione di quella citt a un convegno della Taglia (cio lalleanza) dei Guelfi toscani nellambito delle guerre messe in atto da Bonifacio ottavo. Si trattava di un incarico istituzionale, per conto del Comune. Istituzionale  anche il ruolo di priore, ma poche volte come in quella circostanza si era caricato di valenze cos squisitamente politiche. Ci furono baratterie, come si diceva nel linguaggio dellepoca, accordi in cambio di favori? Che Saltarelli e i suoi si siano dati da fare  sicuro. Ma la sentenza di condanna di Dante, che nomina sue pratiche barattiere in occasione di elezioni di priori o gonfalonieri,  di un fariseismo spudorato. Come se allora lelezione nei Consigli cittadini passasse per il libero gioco democratico! Un grande dantista ha detto parole definitive sulla vicenda:  certo che tutto fu predisposto perch riuscissero quelle persone che il bisogno richiedeva.
Che ci volesse decisione i neopriori lo sperimentarono subito. Il giorno stesso dellinsediamento un notaio della Camera del Comune, lufficio collocato nel Palazzo del podest che gestiva le finanze pubbliche, e quindi aveva anche il compito di riscuotere le multe, consegna loro il testo della sentenza di aprile contro i soci degli Spini che tanto fa infuriare il papa. Si tratta di renderla esecutiva, almeno per la parte finanziaria. In ogni caso,  una questione assai spinosa. E poi continuano i disordini di piazza. Dopo solo una settimana dallinizio del mandato, la vigilia della festa solenne di san Giovanni (23 giugno), i consoli delle Arti, che sfilavano verso il Battistero nella tradizionale processione con la quale le corporazioni recavano offerte alla chiesa del santo, furono assaliti, prima a parole e poi con i fatti, da un gruppo di magnati. Questi urlavano: Noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino; e voi ci avete rimossi degli ufic e onori della nostra citt. Cera del vero. Erano stati loro, nerbo dellesercito fiorentino, i principali artefici della vittoria su aretini e Ghibellini, quegli stessi magnati che pochi anni dopo erano stati estromessi dalle cariche pubbliche. A organizzare la clamorosa protesta erano stati, quasi certamente, i Donateschi, ma non  escluso che a essa, diretta contro il governo popolare, avessero aderito anche magnati dellaltra parte. I priori, di fronte a un gesto inaudito come quello, dopo aver indetto unassemblea straordinaria di savi (tra i quali sedeva Dino Compagni), decisero di colpire entrambi gli schieramenti. Inflissero il confino a Castel della Pieve (oggi Citt della Pieve), in Umbria, a otto esponenti donateschi e ai loro consorti, familiari e accoliti pi stretti; e a Sarzana, ai confini della Lunigiana, a sette cerchieschi e ai loro consorti. Se voleva essere un provvedimento per allentare la tensione, non si pu dire che abbia raggiunto lo scopo. I Donateschi opposero resistenza: dintesa con il cardinale legato, chiesero a Lucca di intervenire in loro favore, e solo latteggiamento deciso dei priori, che diffidarono i lucchesi dal muoversi e, a ogni buon conto, armarono i confini, alla fine li convinse a piegarsi. Pochi mesi dopo, a causa di un grave errore di valutazione del successivo Collegio dei priori, quel provvedimento sar allorigine di tensioni ancora pi aspre.
Tra i confinati di parte cerchiesca c Guido Cavalcanti. La storia del sodalizio tra Dante e Guido finisce in tragedia: a Sarzana, zona paludosa, Guido si ammaler di malaria e molto probabilmente vi morir, e se non l, morir pochissimo tempo dopo essere rientrato a Firenze.  probabile, dunque, che i due non si siano pi rivisti. Gli eventi della vita hanno voluto che la metafora dellallievo che uccide il maestro si realizzasse alla lettera.
Il primo effetto dei gravi avvenimenti di san Giovanni fu di ammorbidire latteggiamento dei governanti nei confronti dellAcquasparta. Da tempo questi reclamava i pieni poteri, e cos, verso la fine di giugno, alcune sue richieste furono finalmente accolte, ma con molte limitazioni. Alla met di luglio, per, capita uno strano incidente. Uno di non molto senno, rimasto senza nome, un giorno tir un colpo di balestra in direzione di una finestra del vescovado dove il legato abitava; la freccia si conficc nellimposta. Il cardinale, impaurito, lasci in gran fretta quella dimora per trasferirsi Oltrarno nel palazzo dei Mozzi, soci del banco degli Spini. Il gesto dellignoto ha tutta laria di essere una provocazione, in ogni caso costrinse i priori a compiere un atto riparatore portando in dono al cardinale 2000 fiorini. La linea della fermezza nei confronti del papa e del legato rest per inalterata. Bonifacio ottavo lo esortava a mostrarsi pi duro ed energico, e per tutta risposta i priori (e fu una delle ultime deliberazioni del priorato di Dante) inviarono ambasciatori a Bologna per stringere unalleanza diplomatica e militare che suonava quasi a scherno, se si pensa che lAcquasparta era legato di Toscana e di Romagna. Lalleanza sar stipulata formalmente il 25 agosto, dieci giorni dopo la fine del mandato di Dante. 
Un biografo ha scritto che, uscendo di palazzo, Dante doveva avere limpressione daver vinto, anzi stravinto. Se era cos, saranno bastati pochi giorni a disilluderlo. Ben presto, infatti, la situazione politica si aggrav ulteriormente, ma noi non possediamo documento alcuno che getti un po di luce su quali furono le mosse di Dante nei mesi successivi. Dopo un prolungato silenzio, riapparir sulla scena politica solo nellaprile 1301.
Lultimo papa medievale.
I lettori della Commedia si fanno una pessima idea di Bonifacio ottavo. Dante  feroce con i suoi nemici, e siccome egli considera Bonifacio il suo nemico peggiore, la diffamazione nei suoi confronti  sistematica. 
Il cardinale Benedetto Caetani fu eletto papa a Napoli, il 24 dicembre 1294, con il nome di Bonifacio ottavo, e incoronato a Roma un mese dopo, il 23 gennaio. Succedeva a Celestino V, leremita Pietro del Morrone  uomo di vita santa, appoggiato dagli spirituali francescani e dalle correnti riformiste della Chiesa, ma inesperto di problemi ecclesiastici e internazionali e sostanzialmente manovrato dal re di Napoli Carlo secondo dAngi  che si era dimesso dopo pochi mesi di pontificato (5 luglio - 13 dicembre 1294). Il cardinale Caetani, consultato come esperto di diritto canonico, aveva giudicato ammissibili e valide le sue dimissioni. Un parere, questo, che peser sul suo intero pontificato. I suoi molti nemici, in particolare gli spirituali francescani, i Colonna e il re di Francia, sosterranno che egli aveva indotto Celestino alle dimissioni per potergli succedere, e pertanto che la sua elezione doveva essere considerata illegittima. La questione della legittimit lo perseguiter fino alla morte (e anche dopo).  vero, per, che Bonifacio, dopo la sua elezione a papa, fece arrestare e poi tenne segregato Celestino (e a procedere alla sua cattura, nel febbraio 1295, fu quel Carlo Martello che Dante aveva conosciuto alcuni mesi prima a Firenze), ma a ci fu indotto, oltre che dal timore di un ripensamento da parte di Celestino, anche dalla considerazione che, in ogni caso, la presenza di due papi tra i fedeli poteva creare molto sconcerto. 
La figura di Bonifacio ottavo  controversa. In lui la profonda persuasione che alla Chiesa e al papato sia affidato il compito di guida universale dellumanit convive con pi mondani progetti di espansione territoriale, sia del papato sia della sua famiglia. La lotta senza quartiere ai Colonna e la guerra contro gli Aldobrandeschi sono motivate soprattutto da ragioni di politica familiare; lingerenza nella vita interna di Firenze si colloca, forse, in un disegno di acquisizione della Toscana al dominio della Chiesa. Pi di ogni altra cosa, a caratterizzare il suo pontificato  una concezione teocratica, proclamata e messa in atto con grande energia, secondo la quale il papa  al di sopra dei re e dei regni, e perci deve avere la preminenza e il dominio su tutta la terra e su ogni anima. Da questo punto di vista Bonifacio pu essere considerato lultimo grande pontefice medievale, sulla linea dei papi che avevano combattuto contro gli imperatori germanici per affermare la superiorit della sfera spirituale su quella temporale. Adesso, per, il potere temporale da sottomettere non  quello dellimperatore, ma quello delle nuove monarchie.
Lo scontro divampa con il re di Francia. Filippo il Bello, con il quale Bonifacio ha intrattenuto rapporti altalenanti, finisce per reagire duramente alle sue pretese teocratiche. Si sviluppa cos un attacco violento e continuo, che durer anche dopo la sua morte (un interminabile processo postumo  si concluder nel 1311 senza, per, arrivare a una condanna  sar messo in atto da Filippo il Bello e Clemente quinto), mirato a provare lillegittimit della sua elezione e a infamarlo personalmente con accuse di eresia, sodomia e, perfino, di pratiche demoniache. Lo scontro culmina con lassalto al palazzo papale di Anagni e la temporanea cattura del papa da parte dellinviato francese Guglielmo di Nogaret e di Sciarra Colonna, che vendica cos la persecuzione della sua famiglia (7 settembre 1303). Che in quelloccasione il papa sia stato schiaffeggiato dal Colonna  probabilmente una leggenda. Bonifacio, comunque, non resse alloltraggio e mor poco pi di un mese dopo (11 ottobre). Mentre i suoi predecessori avevano vinto la lunga contesa con gli Hohenstaufen, Bonifacio ottavo perse quella con la monarchia francese. Fu una sconfitta gravida di conseguenze per la storia della Chiesa e dellEuropa. Dopo la breve parentesi del pontificato del trevigiano Niccol di Boccasio (Benedetto undicesimo, ottobre 1303 - aprile 1304), con lelezione di Bertrand de Got (Clemente quinto) comincia una lunga serie di papi francesi pesantemente condizionati dal re di Francia, tanto che la sede papale finir per essere trasferita ad Avignone, dove rester fino al 1377.
Dante, dicevo, considera Bonifacio ottavo il peggiore dei suoi nemici. Lodio che nutre nei suoi confronti  tale da spingerlo a preconizzargli linferno quando (stando alla finzione della Commedia)  ancora in vita:  papa Niccol terzo (il papa Orsini con il quale il cardinale Caetani era stato in stretta relazione), immerso a testa in gi in uno dei fori nei quali sono conficcati i simoniaci, a scambiare la voce di Dante pellegrino che gli chiede di parlare per quella di colui che dovr prendere il suo posto: S tu gi cost ritto, / s tu gi cost ritto, Bonifazio?.79 Dante non perdona al papa di avere agito copertamente, in modo farisaico (Lo principe di novi Farisei),80 a favore della parte donatesca: questa, profetizza Ciacco, prevarr grazie allappoggio di tal che test piaggia,81 di uno che adesso, nel 1300, finge di essere imparziale. A volte sembra interpretare la vicenda fiorentina come uno scontro personale tra lui e il papa, tanto da spingersi ad affermare, per bocca di Cacciaguida, che la sua cacciata dalla patria gi si sta preparando nel 1300, e ben presto sar messa in atto, in quella curia romana dove ogni giorno si fa mercato di Cristo: Questo si vuole e questo gi si cerca, / e tosto verr fatto a chi ci pensa [Bonifacio] / l dove Cristo tutto d si merca.82 Bonifacio, che non si fa scrupolo di indire una crociata nel cuore della Chiesa (presso a Laterano83), ha trasformato la tomba di Pietro in una cloaca, una fogna di sangue e miasmi (cloaca / del sangue e de la puzza84). Quella che Dante fa pronunciare a san Pietro  forse la pi violenta invettiva che mai sia stata scagliata contro un papa: indegno della cattedra di Pietro al punto che questa, al cospetto di Cristo, pu essere considerata vacante: Quelli chusurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio.85 Bench sembri dare credito alle accuse di avere ingannato Celestino con i suoi consigli giuridici (non temesti trre a nganno / la bella donna [la Chiesa], e poi di farne strazio86), Dante mai pone in dubbio la sua legittimit di pontefice. Loltraggio di Anagni rinnovella nella persona del suo vicario la passione di Cristo: veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser catto. / Veggiolo unaltra volta esser deriso; / veggio rinovellar laceto e l fiele, / e tra vivi ladroni esser anciso.87 Rancore personale, odio politico e disprezzo morale non bastano perch un cristiano dalla fede cos salda come Dante deroghi dalla pi rigorosa ortodossia. In ci non  solo: anche Iacopone da Todi  il pi famoso laudista del Duecento, dopo Dante il poeta pi letto nei due secoli successivi , che per essersi schierato con i Colonna fu fatto prigioniero durante la presa di Palestrina (estate 1299) e detenuto in condizioni penose fin dopo la morte di Bonifacio, nei suoi versi lo attacca con rara virulenza (Lucifero novello a sedere en papato), senza mai metterne in dubbio, per, la legittimit di successore di Pietro. E anche uno dei grandi ispiratori del movimento spirituale, Pietro di Giovanni Olivi, prese pi volte posizione, in contrasto con i fratelli francescani, a favore della validit delle dimissioni di Celestino.
1300, lanno del giubileo
Lindizione del primo giubileo della Chiesa  latto a cui resta pi legata la memoria del pontificato di Bonifacio ottavo. 
Con lapprossimarsi dellanno centenario, un anno carico di molte valenze simboliche, si era formato un movimento spontaneo di pellegrini che si recavano sempre pi numerosi al sepolcro del primo papa nella convinzione che in quellanno la visita avrebbe consentito di lucrare un giubileo (una indulgenza) del tutto particolare. Non si sa da dove nascesse e che fondamenti avesse questa credenza (certamente favorita dai canonici di San Pietro);  un fatto che lafflusso dei penitenti, in particolare in prossimit del Natale, si faceva di giorno in giorno pi consistente. Bonifacio ottavo, di formazione giuridica, fece ricercare negli archivi se un qualche documento potesse avvalorare la credenza popolare; pur non avendo trovato alcunch, decise ugualmente di sfruttare quellondata di religiosit e cos, il 22 febbraio 1300, eman una bolla con la quale stabiliva che ogni cento anni la Chiesa concedeva la piena indulgenza di tutti i peccati a coloro che, nellarco di tempo di trenta giorni (se residenti a Roma), di quindici (se esterni), si fossero recati quotidianamente in pellegrinaggio alle basiliche di San Pietro e di San Paolo, si fossero pentiti e confessati dei loro peccati. La bolla, prendendo atto che lanno giubilare di fatto era gi stato avviato dai fedeli, stabiliva che lindulgenza poteva essere lucrata a partire dal Natale precedente (25 dicembre 1299) fino alla vigilia di Natale dellanno in corso. Come in molte delle sue decisioni, anche in questa, a motivazioni squisitamente religiose si affiancavano calcoli di carattere politico: il giubileo, infatti, era il modo per riaffermare la centralit di Roma e per ribadire solennemente la pienezza dei poteri del papa. Il vicario di Cristo si collocava al di sopra degli Stati e delle istituzioni umane e, nello stesso tempo, esercitava una piena giurisdizione spirituale sulle anime, delle quali, addirittura, poteva modificare il destino oltre la morte del corpo. 
Un giubileo non era una novit; ne erano gi stati concessi molti in passato. La novit era lestensione dellindulgenza. Fino ad allora la remissione delle pene temporali  cio di quelle pene che restano da scontare o attraverso le opere in questa vita o attraverso le sofferenze del Purgatorio dopo che lassoluzione ottenuta con il sacramento della confessione ha cancellato quella eterna  era stata concessa solo per periodi di tempo limitati e, per di pi, brevi (cancellava poco pi di tre anni di pena lindulgenza pi ampia accordata fino a quellanno). Lindulgenza dellanno centenario, invece, rimetteva le pene totalmente. I sovrani e gli uomini di governo percepirono soprattutto laspetto politico della decisione papale, e quindi disertarono il giubileo, ma la massa dei fedeli rispose in modo straordinario e imprevisto. In una societ profondamente pervasa di religiosit, lannuncio che non solo sarebbero stati perdonati tutti i peccati, ma che sarebbe stata cancellata ogni pena a essi collegata suscit un effetto enorme. Migliaia di persone si recarono a Roma da ogni parte dEuropa. La quantit di penitenti accorsa in quellanno rimase impressa nella memoria collettiva come un evento eccezionale: non si era mai vista una folla cos enorme. Testimoni e cronisti raccontano che il numero di uomini e donne (anche la forte presenza femminile fu una novit) che si assiepavano per le strade di Roma era tale che, nonostante fossero stati presi provvedimenti per snellire i flussi (come lapertura di una porta straordinaria nelle mura), molti finirono calpestati. Bench i pi arrivassero a piedi, non bastava il foraggio per nutrire la gran quantit di cavalcature che si era radunata in citt. Le cronache forniscono anche delle cifre: nel corso dellanno la popolazione di Roma sarebbe aumentata stabilmente di duecentomila unit, e ci senza contare quelli che erano per li cammini andando e tornando; ogni giorno vi sarebbero entrati trentamila pellegrini e altrettanti ne sarebbero usciti; la vigilia di Natale del 1300 a Roma sarebbero stati presenti pi di due milioni di uomini e donne. Sono cifre iperboliche e fantasiose, ma rendono bene lo stupore che, in un periodo storico nel quale i numeri a cui noi siamo abituati erano del tutto impensabili, quelle masse umane suscitavano negli spettatori.
Fra le migliaia di pellegrini ci fu anche Dante. La descrizione del ponte di Castel SantAngelo transennato per governare il grande flusso di pellegrini che vi transitava diretto a San Pietro ha il sapore di una testimonianza oculare:
 come i Roman per lessercito molto,
 lanno del giubileo, su per lo ponte 
hanno a passar la gente modo colto,
 che da lun lato tutti hanno la fronte
 verso l castello e vanno a Santo Pietro,
 da laltra sponda vanno verso l monte.88
Il viaggio a Roma, pi che una ipotesi, sembra una certezza. Non sappiamo, per, in quale periodo dellanno sia avvenuto. Stando alla (poca) documentazione in nostro possesso, in marzo-aprile o tra settembre e Natale niente avrebbe impedito a Dante di ritagliarsi un mese di tempo (quindici giorni di viaggio e quindici per visitare le basiliche) da dedicare a quel viaggio penitenziale. Il 14 marzo  a Firenze, dove riceve un prestito dal fratello Francesco:  suggestiva lipotesi che quei soldi gli servissero proprio per il pellegrinaggio e, magari, che egli sia giunto nellUrbe proprio il 25 marzo, giorno dinizio del viaggio ultraterreno della Commedia.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
Il viaggio, in sogno, raccontato nel poema comincia nel giorno (25 marzo) in cui la tradizione collocava sia lincarnazione sia la morte di Cristo e dal quale i fiorentini facevano iniziare il nuovo anno, e termina dopo una settimana, il 31 marzo. Molti motivi possono aver indotto Dante a collocare il suo viaggio straordinario nel pieno dellanno giubilare. Determinante, per, deve essere stata la constatazione che il 1300 coincideva con il suo trentacinquesimo anno di vita, che egli riteneva il mezzo del cammin. La coincidenza, infatti, poteva avere un significato del tutto particolare per chi, gi da tempo, si riteneva dotato di particolari privilegi e destinato a lasciare un segno. E quel trentacinquesimo anno nel quale lui, primo della sua famiglia, era stato eletto al priorato si presentava proprio come un tornante della sua vita, linizio di una nuova fase. 
Dante, ovviamente, avrebbe potuto fare queste considerazioni anche a distanza di tempo dal 1300. E infatti, mentre i biografi e i commentatori antichi datano la genesi della Commedia o in quellanno o nella sua prossimit, comunque prima dellesilio, gli studiosi moderni sono quasi unanimi nel ritenere che essa nasca molto dopo: per alcuni, nel 1304, per la maggioranza, nel biennio 1306-1307. Gli esegeti antichi prendevano alla lettera le affermazioni dellautore, e quindi la loro testimonianza non  di grande valore; tuttavia ritenere che lidea dellambientazione giubilare e, pertanto, che il nascere o quanto meno il precisarsi dellidea di un poema si siano formati in Dante poco tempo dopo il viaggio a Roma corrisponderebbe assai bene alla sua tendenza a scrivere a caldo, a ridosso degli eventi. A ridosso del pellegrinaggio, ma prima del bando desilio, perch, dopo, quellanno di svolta sarebbe apparso sotto ben altra luce.
 bene essere chiari. La Commedia che noi leggiamo  quella che Dante ha scritto quasi sicuramente a partire dal 1306-1307 fin quasi alla morte. Non esiste traccia alcuna di un testo preesistente. Ci nonostante lipotesi che in un periodo vicino al viaggio romano egli abbia schizzato almeno un abbozzo di poema o una serie di cartoni, come dicono i pittori, appare ragionevole alla luce di quanto sappiamo della sua personalit e della sua evoluzione ideologica e politica. Tanto pi che essa pu appoggiarsi anche a un dato testuale, e cio alle differenze riscontrabili tra i primi canti e il resto del poema. Si sarebbe trattato di una sorta di lavoro preparatorio, forzatamente interrotto dalle vicende politiche, che Dante poi avrebbe sfruttato quando, alcuni anni dopo, avrebbe messo mano alla grande opera senza pi alcuna interruzione. Lidea di una fase primitiva attenuerebbe non poco la sensazione di frutto maturato quasi istantaneamente trasmessa da una Commedia che irrompe allimprovviso nellorizzonte intellettuale e creativo di Dante. Si potrebbe obiettare che in un biennio cos convulso come fu quello del 1300-1301 Dante, forse, aveva la testa altrove, ma sarebbe unobiezione che dimentica, da un lato, che alla Commedia Dante ha quasi sempre lavorato in situazioni altrettanto convulse e, dallaltro, che anche in quei due anni cos intensi lattivit politica non era tutto, n per Dante n per i fiorentini. 
La vita quotidiana, lamministrazione della citt, gli affari non risultano sconvolti nella misura che noi, focalizzati sulle vicende politiche, tendiamo a immaginare. Per esempio, il 28 aprile 1301 Dante  nominato sovrastante ai lavori, richiesti da un gruppo di cittadini, per raddrizzare una strada tortuosa che dal Borgo della Piagentina portava al torrente Affrico. Compito di Dante era di supervisionarne lesecuzione per conto dei priori: lincarico gli era toccato perch lui stesso era uno degli interessati, possedendo beni nel popolo di SantAmbrogio presso la Piagentina. Si presti attenzione alla data: aprile 1301. Siamo quasi nel pieno della crisi politica decisiva, eppure la vita di Firenze e di Dante stesso sembrano scorrere nella normalit. Se si poteva dedicare a lavori di quel tipo, perch non avrebbe potuto dedicarsi alla poesia?
Ripeto: la Commedia che noi leggiamo, anche nei suoi primi canti,  stata scritta intorno al 1306-1307; ci che Dante pu avere scritto in precedenza deve essere stato quasi integralmente rifatto. Quasi, perch nei primi canti della Commedia definitiva si intravede in controluce qualcosa della primitiva impostazione e, perfino, qualche tratto testuale superstite. Sono queste tracce che inducono ad affermare che lideazione del poema e le prime fasi di scrittura non possono essere posteriori al Convivio e al De vulgari eloquentia, composti tra il 1304 e il 1306. Non lo possono essere perch la visione dellassetto politico-istituzionale della cristianit ancora riscontrabile nel prologo del poema stride con quella appena elaborata da Dante nei due trattati.
Il progetto politico del Convivio, omogeneo peraltro a quello del De vulgari,  stato cos riassunto: i nobili dItalia, al di l della loro disunione, nonostante le deviazioni di singoli membri, devono diventare quel che potenzialmente gi sono e che sono effettivamente stati: il ceto che sotto legida dellimpero garantisce, contro le spinte centrifughe e disgregatrici dei nuovi poteri economici in primo luogo e di conseguenza politici, lesistenza di una civilitas umana coesa e pacifica. Esso presuppone che Dante abbia maturato, o stia maturando, lidea della centralit dellistituzione imperiale. Ebbene, nel 1306-1307, lasciato il tavolo del Convivio per quello della Commedia, dimenticherebbe ci che aveva appena sostenuto (e che poco dopo sosterr con maggior forza ancora) per scrivere un poema che esordisce (canto secondo) con dichiarazioni improntate al pi schietto guelfismo. Limpero romano non sarebbe stato creato, come ci aspetteremmo dallautore del Convivio, quale supremo garante della pace e della felicit umana in terra, ma in funzione della Chiesa e del papato:
 [Enea] fu de lalma Roma e di suo impero
 ne lempireo ciel per padre eletto:
 la quale e l quale, a voler dir lo vero,
 fu stabilita per lo loco santo
 u siede il successor del maggior Piero.
 Per questandata [agli inferi] onde li dai tu vanto,
 intese cose che furon cagione
 di sua vittoria e del papale ammanto.89
Roma e limpero stabiliti dalla divina Provvidenza per lo loco santo / u siede il successor del maggior Piero:  stato detto che questa  formula che pi guelfa non si potrebbe. Una affermazione siffatta, se fosse stata scritta nel 1307 e dintorni, sarebbe una immotivata e improvvisa regressione rispetto a ci che Dante pensava solo un anno o due prima (e seguiter a pensare un anno o due dopo). La contraddizione non sussisterebbe, invece, se quei versi fossero stati scritti anteriormente, e fossero rimasti nella Commedia definitiva come residuo di una posizione superata.
Il quadernetto di Boccaccio
Lipotesi che lavvio della Commedia  o, meglio, di un poema in versi che poi sarebbe diventato la Commedia  preceda Convivio e De vulgari eloquentia non comporta di per s che esso sia avvenuto a Firenze prima dellesilio. A rendere plausibile questa eventualit  un racconto del solito Boccaccio.
Per due volte e a distanza di anni, prima nella sua biografia dantesca e poi nelle Esposizioni sopra la Comedia, questi riferisce un episodio accaduto cinque anni o pi dopo il bando di Dante: lindicazione cronologica pur vaga  segno che le sue fonti non concordavano o non ricordavano bene  riporta allincirca al 1306-1307. La seconda versione, pi ampia e dettagliata della prima, racconta che Gemma Donati, prevedendo che a seguito della condanna del marito la loro casa sarebbe stata saccheggiata, ne aveva asportato alcuni forzieri con certe cose pi care e con iscritture di Dante e li aveva fatti nascondere in luogo sicuro. Dopo cinque anni o pi Gemma cerca di ottenere le rendite che le spettano sui beni dotali confiscati, ma per intentare la causa deve esibire alcuni documenti che si trovano per lappunto in quei forzieri. Allora incarica un amico o un parente, in compagnia di un legale (procuratore), di compiere la ricerca. Nei forzieri, fra le altre cose, questi trovano pi sonetti e canzoni in volgare e un quadernetto contenente i primi sette canti dellInferno. Il quadernetto  dato in visione a Dino Frescobaldi, poeta stilnovisteggiante (famosissimo dicitore in rima) e rampollo di una cospicua famiglia di banchieri neri. Dino, ammirato di ci che ha letto, prima ne fa copie e le distribuisce agli amici, e poi decide di far riavere il quadernetto a Dante perch possa continuare la composizione interrotta. Venuto a sapere che egli si trovava in Lunigiana presso il marchese Moroello Malaspina, lo invia a questultimo, il quale, pieno di ammirazione lui pure, incita Dante a riprendere la scrittura del poema. 
Gli studiosi, salvo poche eccezioni, sono scettici sullattendibilit di questo racconto. Che, certo, non andr preso alla lettera, ma che sarebbe troppo sbrigativo liquidare come leggenda. In primo luogo, perch Boccaccio , come sempre, scrupoloso e cita le fonti. Due persone diverse (entrambe le quali si arrogavano il merito del ritrovamento) e in tempi distinti gli hanno raccontato quella storia, ma puntualmente, quasi senza alcuna cosa mutarne: la prima volta lha ascoltata dal notaio Dino Perini, la seconda dal nipote di Dante, Andrea Poggi. Lui si limita a riferire, senza prendere partito (Non so a quale io mi debba pi fede prestare); anzi, manifesta anche qualche dubbio sulla veridicit di ci che ha ascoltato, e ci  la prova migliore che non si tratta di una sua invenzione, ma che a Firenze si tramandava la notizia del ritrovamento dei canti iniziali del poema. In secondo luogo, i riferimenti storici appaiono plausibili: cinque anni dopo il bando Dante era effettivamente in Lunigiana presso Moroello; Dino Frescobaldi, come membro delloligarchia al potere, aveva sicuramente occasione di entrare in rapporto con il Malaspina, che in quel periodo era il capitano dellesercito dei Neri fiorentini. 
Lascia pi perplessi, invece, la notizia che a essere ritrovati siano stati proprio i primi sette canti dellInferno e che Dante abbia poi ricominciato a scrivere partendo dallottavo. Loscurit che avvolge modi e tempi di composizione del poema impedisce di prendere posizione. Nessuno  in grado di stabilire con esattezza se, eventualmente, il lavoro sia proseguito proprio dal punto in cui era rimasto interrotto, quale fosse il punto in cui era rimasto interrotto, se le parti scritte fossero solo un abbozzo o avessero raggiunto una loro compiutezza, se e in quale misura siano state riviste e rifatte. Tuttavia non pu essere trascurata la circostanza che le testimonianze esterne combaciano con i dati ricavabili dal testo. 
 sufficiente anche solo scorrere la bibliografia critica per accorgersi quanto largamente sia riconosciuto il fatto che i primi canti dellInferno, allincirca fino alla citt di Dite, presentano una serie di caratteristiche formali, strutturali e di contenuto che li distingue dai successivi. Le differenze sono cos rilevanti che un lettore intelligente ha potuto scrivere che ci sono due ingressi nellInferno, quasi due diversi inizi del poema. Prima si entra dalla porta scardinata, poi dalle porte della citt di Dite. Le differenze interessano un po tutti gli aspetti del testo: dalla modalit del racconto, inizialmente impostato su un andamento da visione medievale, poi tralasciato a favore di un pi complesso sviluppo poematico, alla regia della rappresentazione, caratterizzata da una geografia infernale ancora non ben precisata e, soprattutto, dallincertezza dellautore nel trovare le soluzioni narrative per i trapassi da un canto allaltro; dallatteggiamento del personaggio Dante, che oscilla tra un eccesso di pietas e un eccesso di furor vendicativo, a quello non bene caratterizzato di Virgilio e degli stessi demoni; dallordinamento morale delle pene e dei peccati, che poi Dante dovr in parte correggere, a un uso della terzina assai lontano dalla straordinaria duttilit che questo metro mostrer in seguito, e altri se ne potrebbero aggiungere. Tutto ci potrebbe essere addebitato a un Dante ancora in fase di rodaggio, un Dante che non ha ancora conquistato la sua autentica cifra stilistica, non ha ancora piena padronanza dei modi della rappresentazione e dello stesso progetto complessivo. E per il fatto che il salto di qualit e di impostazione sia cos netto, almeno a partire dal canto di Farinata, sembra suggerire lesistenza di uno iato temporale, e che la rielaborazione dei canti iniziali, per quanto profonda possa essere stata, non abbia corretto tutte le incertezze di quella prima fase di scrittura.
Un poema fiorentino
Della prima redazione, quella definitiva ha conservato soprattutto il punto di vista dellautore, di un fiorentino che scrive per i concittadini. 
Tutto lInferno  fiorentino, ma i canti fino al decimo di Farinata lo sono in un senso pi forte: in questa zona del poema, infatti, i personaggi rilevanti sono (quasi) esclusivamente di Firenze. La loro fiorentinit , per cos dire, esaltata dallessere gli unici dannati moderni. In effetti, la parte iniziale dellInferno non  propriamente spopolata, ma finisce per suscitare tale impressione perch  abitata soprattutto da anime che vengono dal mondo biblico, classico e della letteratura romanza. Come se Dante fosse reticente nei confronti della contemporaneit. 
Gli ignavi sono riconoscibili (Poscia chio vebbi alcun riconosciuto90), ma non meritano di essere individuati (con la parziale eccezione di colui / che fece per viltade il gran rifiuto,91 vale a dire Celestino V) e tanto meno nominati; gli avari e prodighi del quarto cerchio non sono nemmeno riconoscibili (la sconoscente vita che i f sozzi, / ad ogne conoscenza or li fa bruni92), cosicch in un canto dove pure ci sarebbe ampia materia (Questi fuor cherci, che non han coperchio / piloso al capo, e papi e cardinali, / in cui usa avarizia il suo soperchio93) non compare nemmeno un nome. Reticente al massimo, poi,  il discorso propriamente politico. Ai grandi avversari si allude in maniera talmente criptica (tal che test piaggia94) da non permetterne una sicura identificazione (come gi, del resto, per colui / che fece per viltade il gran rifiuto); i possibili salvatori si nascondono dietro lallegoria del Veltro. Sembra proprio che il Dante di questi primi canti si accosti ai temi della lotta politica del momento, tutti di ambito fiorentino, con molta prudenza.
Anche il canto di Ciacco conferma la sensazione di un Dante assai circospetto nel parlare della Firenze contemporanea.  la prima volta che la citt partita appare sulla scena, la prima volta che la vicenda politica fiorentina  fatta esplicito tema di racconto, la prima volta che il lettore potrebbe vedere in azione sul corpo sociale cittadino lavarizia, la bestia che linvidia95 aveva liberato dallInferno e fatto circolare per il mondo. Ebbene, questo carico di attese  soddisfatto solo in parte dalle parole di un fiorentino che, per quanto chiamato per nome, neppure riesce a uscire da un sostanziale anonimato. Ma forse nelle primitive intenzioni di Dante quello affidato a Ciacco, personaggio pochissimo connotato dal punto di vista politico, era un discorso non incentrato sulle lotte di fazione, bens mirato a un obiettivo pi civile (in senso lato) che politico (in senso stretto): un giudizio etico sul degrado dellaristocrazia (i magnati) di Firenze.
Chi  Ciacco? Le proposte di identificazione sono svariate: la pi convincente  quella che egli sia uomo di corte, cio un cliente di grandi famiglie facoltose. Egli, allora,  l a incarnare, grazie al suo peccato di incontinenza, lo stile di vita dei ricchi o degli arricchiti fiorentini che tengono corte imbandita, in altre parole, il mondo del luxus e del dispendio. Il peccato della gola denuncia un pi grave peccato sociale. Lo stile di vita simboleggiato dalle corti imbandite rimanda a quello nobiliare, rimanda cio alla cortesia intesa come munificenza, generosit, liberalit, ma ne tradisce lo spirito vero: se dare e regalare sono il nucleo dellideologia cortese, la cortesia, per non tramutarsi in irrazionale e colpevole prodigalit, richiede misura. Ebbene, protester Dante, la gente nuova e i sbiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata.96 E si tenga a mente orgoglio, perch il comportamento superbo designato da quella parola sar proprio di Filippo Argenti.
La richiesta di Dante di conoscere la sorte di alcuni esponenti del ceto magnatizio vissuti nella Firenze di met secolo (Farinata, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci, Arrigo, Mosca dei Lamberti) appare sotto una luce pi viva se la pensiamo nel contesto di unanalisi generale della decadenza del ceto aristocratico. Quei personaggi, infatti, non sono evocati in quanto uomini politici (del resto, sulloperato di alcuni di loro Dante si esprimer in termini molto critici), ma in quanto cittadini che fuor s degni e cha ben far puoser li ngegni. Cittadini illustri per meriti personali, e anche per casato: appartengono tutti a grandi famiglie dellaristocrazia magnatizia, sono cavalieri e domini. Rappresentano, dunque, il passato di quelle stesse famiglie che, adesso, ostentano le loro ricchezze e mantengono clientes come Ciacco, sono un concreto punto di riferimento per misurare quanto la nobilt cittadina si sia degradata.
Anche Filippo Argenti appartiene a una grande consorteria magnatizia, quella degli Adimari, una delle famiglie eminenti del guelfismo fiorentino. Nei loro confronti Dante mostrer unavversione che sfocia nel disprezzo denigratorio, ma qui, nel canto ottavo, non sembra volerli attaccare attraverso la figura di uno di loro. Alla stessa famiglia, infatti, appartiene il Tegghiaio Aldobrandi ricordato nel canto sesto tra coloro cha ben far puoser li ngegni e che nel canto 16 sar collocato in compagnia di persone lovra  e li onorati nomi delle quali, dir Dante, sempre con affezion ritrassi e ascoltai.97 Se Tegghiaio degli Adimari fu, come scrive Villani, cavaliere savio e prode in arme e di grande autoritate, il suo discendente Argenti, anchegli cavaliere, secondo Dante, fu al mondo persona orgogliosa,98 iraconda (spirito bizzarro99) e violenta. Boccaccio aggiunge che Filippo era tanto ricco che alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare dariento e da questo trasse il sopranome: la sua superbia, dunque, si manifestava anche in una vacua ostentazione di ricchezza. Il paragone tra due persone della stessa consorteria, ed entrambe ornate del titolo di cavaliere,  allora inevitabile. LArgenti, con il suo orgoglio,  qui a mostrare fino a che punto i costumi della classe dirigente fiorentina, anzi, del ceto pi elevato di quella classe, siano decaduti dai tempi in cui le loro azioni e i loro rapporti sociali erano ispirati a valore e cortesia alloggi in cui Firenze  dominata e rovinata da superbia, invidia e avarizia.100
Lottica fiorentinocentrica sembrerebbe smentita dalla circostanza che i primi peccatori moderni, anzi contemporanei, ad apparire nel poema sono romagnoli. Sappiamo che luccisione di Francesca da Polenta e di Paolo Malatesta da parte di Gianciotto era passata inosservata agli occhi della societ dellepoca. Nessuna cronaca locale la registra; nessun documento ne conserva traccia; i commentatori antichi non sanno niente di pi di quanto dice Dante. Per i contemporanei, dunque, non era stato un episodio particolarmente eclatante: del resto, non erano rari i casi di mariti, soprattutto di rango, che lavavano con il sangue lonore macchiato. Ebbene, se cera un luogo, oltre a quelli che ne erano stati il teatro, in cui quel fatto di cronaca nera poteva aver suscitato un certo scalpore, questo era proprio Firenze. Qui i protagonisti di quella storia di amore e morte erano ben conosciuti: sappiamo che lamante di Francesca vi aveva esercitato la funzione di capitano del Comune fra il 1282 e 1283 e che tra il luglio e il novembre 1290, quindi pochi anni dopo il delitto, databile al 1285, il padre di Francesca vi aveva ricoperto la carica di podest. 
Le innumerevoli letture del canto 5 insistono, giustamente, sui motivi dellamore e della letteratura damore, ma ne sottovalutano altri aspetti importanti, quali ladulterio, lincesto (gli amanti sono cognati) e lomicidio. Il peccato di lussuria  individuale, ma produce effetti negativi sulla societ. La soddisfazione delle pulsioni sessuali (il sottomettere la ragione al talento) pu generare adulterio, incesto, omicidio. Non  dunque un semplice peccato di incontinenza rispetto al desiderio, ma un peccato che turba lordine sociale, larmonia familiare e le regole della convivenza. Nel De amore Andrea Cappellano aveva scritto che dalla lussuria nascono numerosi mali sociali e perfino crimini: Da l spesso derivano omicidi e adulteri  Anche le relazioni incestuose risultano per lo pi derivare da l: infatti non si trova nessuno cos dotto nella parola di Dio che, se stimolato dal pungiglione damore per limpeto dello spirito del male, sappia mettere un freno al desiderio lussurioso rivolto a donne che gli sono consanguinee o affini oppure votate a Dio. Lincesto fra cognati  uno dei crimini indotti dal comportamento sessuale sregolato.
Che due esponenti della nobilt si siano abbandonati a siffatti comportamenti, provocando la reazione violenta del marito offeso, denota che gli stili di vita della nobilt feudale si sono degradati, proprio come si sono degradati quelli della nobilt cittadina.
Lo sguardo con il quale nei primi canti infernali Dante scruta il venir meno dei valori tradizionali nella classe aristocratica, sia urbana sia feudale,  ancora lo stesso con il quale poco tempo prima componeva le canzoni sulla nobilt (Le dolci rime damor chi solia) e sulla leggiadria (Poscia chAmor del tutto mha lasciato). Gola (Ciacco), lussuria (Francesca), ira, orgoglio e ostentazione di ricchezza (Argenti): i quadri infernali esemplificano i vizi tipici dei nobili che credono di atteggiarsi a leggiadri e invece ignorano i fondamenti della vera leggiadria. Con le canzoni Dante si proponeva di acculturare in senso gentile i potenti di Firenze, nobili o arricchiti che fossero; nei canti infernali prevale latteggiamento critico, la deplorazione, ma la cornice ideologica  la stessa. Qui il quadro si  allargato alla nobilt di sangue, quella stessa a cui guardano come a un modello i cavalieri di Firenze. La storia di Francesca e Paolo colpisce la degenerazione della loro classe di riferimento; il personaggio di Filippo Argenti quella delle antiche e onorevoli famiglie magnatizie cittadine; luomo di corte Ciacco stigmatizza lo stile di vita dei parvenu fiorentini, degli arricchiti senza passato. Gente che imita in forme degradate il tipo di vita dei nobili, che cerca di autonobilitarsi attraverso luso sociale della ricchezza, ma confondendo liberalit con ostentazione. Tra le canzoni morali e i primi canti dellInferno c continuit ideologica; il punto di vista con il quale questi canti sono scritti  quello di un fiorentino intrinseco che si rivolge ai concittadini. 
Con la Vita Nova Dante era riuscito a far convergere in un progetto unitario le diverse linee lungo le quali fino ad allora si erano mossi i suoi interessi culturali. Ma subito dopo la pubblicazione di quel libro le strade si erano divaricate: quella che sembrava una impellente vocazione per la poesia in latino e per contenuti teologici e visionari era stata quasi subito spenta dal sopravvenire di pi mondane preoccupazioni di carattere civile. Uno dalla mente sistematica come lui, quasi ossessionato dallorganicit e dalla coerenza, deve aver vissuto con disagio quella condizione di sdoppiamento. Il giubileo, con il suo messaggio di rinnovamento individuale e universale, era stato uno stimolo potente a concepire unopera che unificasse le due contrastanti ispirazioni. Quellopera, di cui, ripeto, possiamo intravedere solo qualche labile contorno, doveva gi fondere, come far la Commedia, il filone beatriciano, che avrebbe dovuto trovare il suo coronamento in un testo pi degno della Vita Nova, e limpegno etico-civile, che si era espresso nelle canzoni morali. La visione ultraterrena conferiva unaura profetica al personaggio autobiografico che ne era protagonista; lagitata e confusa situazione politica di Firenze, le tensioni sociali che la percorrevano, gli effetti nefasti di uno sviluppo economico che cancellava gli antichi valori municipali erano il terreno sul quale il personaggio poteva esercitare la sua pedagogia critica. Un viaggio tra i morti per salvare i vivi, per salvare i fiorentini che stavano vivendo una drammatica, ma non ancora disperata, crisi interna. Il corso degli eventi far s che un poema concepito per Firenze e a favore di Firenze si trasformi nel libro pi aspramente e violentemente antifiorentino che sia stato scritto. 

4. CONDANNATO AL ROGO.

1301-1302
 sia bruciato col fuoco finch muoia101
Bianchi e Neri: prove di guerra civile
Alla met di agosto 1300, quando lascia la carica di priore, forse Dante si ritiene soddisfatto: durante il bimestre del suo mandato erano state rintuzzate le ingerenze del cardinale legato; erano state avviate le trattative dalleanza con Bologna (si sarebbero concluse dieci giorni dopo); i Cerchieschi apparivano saldamente al potere. Questi, per, si sentono un po troppo sicuri, e per eccesso di sicurezza compiono un grave errore: tra lagosto e il settembre inducono i nuovi priori, figure tutte di secondo piano, a richiamare dal confino a Sarzana i compagni di partito, lasciando invece a Castel della Pieve gli esponenti della parte avversa. Una decisione cos sfacciatamente sbilanciata non poteva che riscaldare gli animi, e in effetti essa sar uno dei motivi che nel giro di pochi mesi riaccenderanno lo scontro. Era noto a tutti che Dante e Guido Cavalcanti (uno dei confinati a Sarzana) erano molto amici, e pertanto saranno corse voci che lui, da poco scaduto da priore, fosse uno degli ispiratori di quel provvedimento. Il nuovo Collegio priorale era sicuramente condizionabile ed  certo che la decisione non era dipesa solo da esso, ma non  affatto sicuro che Dante ne fosse uno dei fautori. Comunque, quellepisodio gli sar rinfacciato nel periodo della disgrazia politica, tanto che nella gi citata epistola perduta della quale Leonardo Bruni riassume numerosi passaggi sentir il bisogno di ricordare che, quando quelli da Serezzana furono rivocati [lui] era fuori delloficio del priorato et che a lui non si debba imputare. E che gli fosse imputato proprio a causa dellamicizia con Cavalcanti lo si evince chiaramente dallaggiunta: pi dice, che la ritornata loro fu per la infirmit et morte di Guido Cavalcanti, il quale ammal a Serezzana per laere cattiva et poco appresso mor, aggiunta che lascia intendere come il provvedimento di parte potesse essere stato ispirato da compassione per lamico ammalato e che, quindi, finisce quasi per confermare lintervento di Dante in suo favore.
La revoca del bando ai soli amici politici fu, nellimmediato, una delle cause che spinsero il legato Matteo dAcquasparta a scomunicare, il 23 settembre, i governanti di Firenze, a lanciare linterdetto sulla citt (cio la proibizione di ogni manifestazione pubblica di culto, compresa lamministrazione dei sacramenti) e a trasferirsi a Bologna. Furono fatti numerosi tentativi di rabbonire sia il legato sia, soprattutto, il papa. Tra laltro si decise di inviare a Roma unambasceria, alla quale partecipavano anche rappresentanti di Bologna, Lucca e Siena. Bonifacio ottavo ricevette gli ambasciatori in forma privata nel palazzo del Laterano l11 novembre: si mostr conciliante e concedette una sospensione temporanea dellinterdetto. Laccondiscendenza del pontefice si spiega, da un lato, con il fatto che stava per scatenare una seconda guerra privata, quella contro gli Aldobrandeschi, e perci aveva bisogno dellaiuto militare di Firenze; dallaltro, con il fatto che da poco aveva finalmente raggiunto laccordo con il re di Francia perch suo fratello Carlo di Valois guidasse una spedizione militare ufficialmente per soccorrere gli Angioini di Napoli in guerra con gli Aragonesi di Sicilia, ma in realt per egemonizzare la Toscana o, almeno, Firenze. E in effetti seguirono mesi di relativa tranquillit (i preparativi di Carlo furono molto pi lunghi del previsto), che poterono illudere i Cerchieschi di aver risolto la partita a loro favore.
La tregua si ruppe nel maggio 1301, e ancora una volta a riattizzare i contrasti fu un errore di valutazione dei Cerchi. 
Negli anni Novanta Pistoia, citt guelfa, era dilaniata dalle lotte tra due fazioni facenti capo a due rami della famiglia Cancellieri, i Cancellieri bianchi e i Cancellieri neri. Prima degli eventi pistoiesi, i termini bianco e nero non avevano alcuna coloritura politica: erano usati comunemente per distinguere due rami di una stessa famiglia o anche due sezioni di una stessa compagnia bancaria o commerciale. Insomma, equivalevano a designazioni neutre, come potrebbero essere A e B. Per esempio, negli anni Ottanta la societ bancaria dei Cerchi, che era la pi grande di Firenze, per meglio gestire il suo imponente giro daffari si era scissa in Cerchi bianchi e Cerchi neri: e cos, curiosamente, Vieri, che era a capo del ramo nero della compagnia, si trover alla testa dei Guelfi bianchi. A Pistoia, come conseguenza delle lotte intestine, gli aggettivi bianco e nero avevano finito per designare le due ali del partito guelfo facenti capo ai Cancellieri. Nel 1296, per fare fronte ai disordini interni, i pistoiesi avevano deciso di affidare a Firenze, per cinque anni, la bala, ovvero la potest di governo, della citt. I magistrati nominati da Firenze riuscirono a mantenere lequilibrio tra i Bianchi e i Neri, anche mandando al confino i capi delle due parti. Molti di loro si erano trasferiti proprio a Firenze, e qui i Bianchi di Pistoia avevano stretto rapporti con i Cerchieschi, mentre i Neri si erano avvicinati ai Donateschi. In questo modo i nomi dei partiti politici pistoiesi avevano cominciato a designare anche i due opposti schieramenti di Firenze. In occasione della cacciata dei Neri da Pistoia, voluta dai Cerchieschi e duramente contestata dai Donateschi, labitudine di chiamare Bianchi i primi e Neri i secondi si stabilizzer definitivamente. Infine, appena banditi da Firenze, i Guelfi guidati dai Cerchi, per distinguersi da quelli interni, ufficializzeranno la dicitura, e da quel momento si definiranno Bianchi anche nei documenti. 
Nel maggio 1301 scadeva la bala su Pistoia. Gi nellanno precedente i Cerchieschi, che dora in poi chiameremo Bianchi, avevano cominciato a favorire apertamente i Bianchi di Pistoia. Con lavvicinarsi della scadenza, il problema del controllo di quella citt si faceva sempre pi pressante, soprattutto perch il territorio pistoiese, comprendendo i valichi appenninici per lEmilia, era strategico affinch lalleanza stretta dai Bianchi fiorentini con Bologna solo pochi mesi prima potesse, in caso di bisogno, essere militarmente operativa. I Bianchi di Firenze, allora, contro il parere dei Donateschi (i Neri), presero una serie di provvedimenti contro i Neri pistoiesi che nel maggio 1301 culminarono nella cacciata prima dei magnati di parte nera e poi in una spietata persecuzione dei loro seguaci in citt e nel contado. Lazione, condotta con particolare crudelt, si protrasse per mesi: circa trecento Neri vennero condannati a morte e giustiziati; un numero altissimo di case e di propriet fu raso al suolo, innumerevoli furono i saccheggi e le vendette. I Donateschi, non a torto, interpretarono quellattacco cruento come rivolto contro di loro, e non lo perdonarono ai Cerchieschi. Insomma, a Pistoia si fecero le prove della guerra civile di Firenze. Dante ne  consapevole; nella Commedia scriver: Pistoia in pria di Neri si dimagra; / poi Fiorenza rinova gente e modi.102
Non sappiamo quale posizione egli abbia assunto nel dibattito che aveva diviso il gruppo dirigente bianco intorno al comportamento da tenere a Pistoia. La sentenza del 27 gennaio 1302 lo condanner, insieme con Palmiero degli Altoviti, Lippo di Rinuccio Becca e Orlanduccio di Orlando, anche per aver operato per dividere la citt di Pistoia in parti rompendone lunione precedente, fatto eleggere gli anziani di detta citt tutti dun solo partito, ordinato e fatto eseguire lespulsione da detta citt dei Neri fedeli devoti della Chiesa romana, e staccato detta citt dallunione con la citt di Firenze e dalla soggezione della Chiesa romana e di messer Carlo, paciaro in Toscana. La linea dura contro i Neri pistoiesi era cominciata gi con il priorato di Saltarelli (15 aprile - 14 giugno 1300) ed era proseguita con i priorati successivi, compresi quelli di Dante (giugno-agosto 1300) e di Orlanduccio di Orlando (dicembre 1300 - febbraio 1301); va detto, per, che lunico dei condannati ad aver avuto una diretta responsabilit politica in quella vicenda era Palmiero degli Altoviti, priore nei mesi nei quali la decisione di bandire i Neri venne presa ed eseguita.  presumibile, tuttavia, che una qualche responsabilit, per quanto indiretta, anche Dante labbia avuta, se non altro perch in quei mesi era molto vicino a Saltarelli, di cui condivideva la linea della fermezza nei confronti dei Neri e di Bonifacio ottavo. E poi, egli doveva considerare lalleanza con Bologna, in funzione della quale si era proceduto al colpo di Stato in Pistoia, un po come una sua creatura, uno dei momenti alti del suo priorato. Ci detto, non si pu non rilevare che tutte le sentenze emesse dal podest Cante dei Gabrielli tra gennaio e febbraio 1302 imputano ai condannati, con formule praticamente identiche, laver brigato contro i Neri pistoiesi. Sono sentenze fotocopia dettate da spirito di vendetta.
Dopo il priorato nessun documento fornisce notizie di una attivit politica di Dante. Il silenzio dura fino allaprile 1301, quando, il 14 del mese, Dante interloquisce per due volte, in veste di savio, in un Consiglio delle capitudini. Per la seconda volta lo vediamo fornire una consulenza su problemi di carattere procedurale: allordine del giorno, infatti,  la modalit di elezione dei priori che sarebbero stati scelti il giorno successivo. Il tema  delicato, perch, stando per scadere i termini della bala su Pistoia, i priori da eleggere dovranno di fatto, anche se non di diritto, suggerire al capitano fiorentino di quella citt, Andrea Filippi dei Gherardini, i provvedimenti da assumere contro i Neri. Nel Collegio saranno elette due persone (Palmiero degli Altoviti e Guido Bruno di Forese Falconieri) che poi saranno condannate a morte insieme a Dante:  probabile che in questa circostanza le elezioni siano state manovrate pi del solito, dando cos a Cante dei Gabrielli il pretesto per accusare Dante e gli altri due di baratteria.
Contro Bonifacio ottavo.
Dopo i fatti di Pistoia, tra i Bianchi insorgono contrasti sullatteggiamento da tenere nei confronti del papa e dei Neri. Dai primi di giugno appare ormai certo che Carlo di Valois scender in Italia e che il vero obiettivo di Bonifacio ottavo  rovesciare il governo dei Bianchi; i Neri, rinfrancati dallaspettativa della spedizione francese, si fanno pi aggressivi. Mentre Vieri dei Cerchi, fidando nelle sue enormi ricchezze, sembra perseguire una linea di compromesso, una minoranza neppure tanto esigua reclama una politica di maggiore fermezza. Dante  fra questi.
Una questione a prima vista di secondaria importanza, se concedere o no un modesto aiuto militare al papa in guerra con gli Aldobrandeschi, mette allo scoperto la spaccatura dei Bianchi.
Vale la pena illustrare lantefatto perch esso fornisce una nitida rappresentazione di come, in questa et, gli interessi privati si mescolassero con quelli pubblici e, pertanto, come un tentativo, riuscito, di sopraffazione per questioni meramente patrimoniali arrivasse a interferire con la politica estera del papato fino a coinvolgere citt come Firenze e lintera alleanza guelfa della Toscana. 
Al centro di questa intricatissima storia  un personaggio degno di un romanzo, Margherita Aldobrandeschi, contessa di Sovana, signora feudale di un vasto territorio che si estendeva dal monte Argentario allAmiata, al lago di Bolsena e, gi, fin quasi a Civitavecchia, territorio sul quale avevano mire sia il Comune di Siena sia quello di Orvieto. Margherita aveva sposato nel 1270 Guido di Montfort, passato alla storia per avere ucciso per vendetta nel 1271 nella cattedrale di Viterbo alla presenza di Filippo terzo di Francia e di Carlo primo dAngi il principe Enrico di Cornovaglia, nipote del re dInghilterra Enrico terzo. Il cardinale Caetani, nominato nel 1291 da Niccol quarto amministratore dei beni di Margherita rimasta vedova in quellanno, aveva cercato di darla in moglie a uno dei suoi nipoti, ma era stato preceduto dagli Orsini, e cos la ricchissima ereditiera aveva sposato in seconde nozze un Orsello Orsini (1293). Questi, per, muore improvvisamente un paio danni dopo, e cos il Caetani, nel frattempo eletto papa, ha via libera per far celebrare, nel 1296, il terzo matrimonio di Margherita, pi che quarantenne, con il suo pronipote Roffredo terzo Caetani. Passano solo due anni, ed ecco un colpo di scena. Bonifacio ottavo ordina che, qualora si provi che Margherita  gi legata ad altri da vincolo sacramentale, il matrimonio con il pronipote sia dichiarato nullo. Puntualmente viene diffusa la voce che, dopo la morte dellOrsini, Margherita avesse segretamente sposato un suo amante, Nello dei Pannocchieschi, signore di feudi in Maremma. Il matrimonio sarebbe stato tenuto segreto perch Nello allora era legato in matrimonio con Pia dei Tolomei, che, secondo una leggenda ripresa da Dante, egli avrebbe poi ucciso (ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi f, disfecemi Maremma: / salsi colui che nnanellata pria / disposando mavea con la sua gemma103). A questo punto il matrimonio con Roffredo viene annullato (1298), e questi  libero di sposare (ottobre 1299) Giovanna dellAquila, ricchissima ereditiera della contea di Fondi. Ma affinch la famiglia Caetani non perda le cospicue rendite degli Aldobrandeschi, il papa accusa Margherita di bigamia e la spoglia dei titoli comitali (ottobre 1300). Ovviamente gli Aldobrandeschi reagiscono e scoppia una guerra, alla quale partecipa anche Orvieto, e che finisce solo il 1 maggio 1302: Margherita (che nel frattempo aveva sposato il cugino Guido di Santa Fiora)  imprigionata e poi costretta a (ri)sposare Nello dei Pannocchieschi. Questo matrimonio in un certo senso provava che il divorzio imposto alcuni anni prima era legittimo.
Nel giugno 1301 siamo nel pieno della guerra. Il cardinale legato Matteo dAcquasparta aveva spedito una lettera da Bologna con la quale chiedeva che i cavalieri inviati dal Comune di Firenze a rinforzo delle armi papali ai primi di maggio per una durata di due mesi e mezzo restassero in servizio oltre la scadenza di quel termine. La richiesta fu messa in discussione il 19 giugno in una seduta del Consiglio dei cento allargata a quello delle capitudini. Dante si espresse contro il parere dei priori di accettare la richiesta. In seconda seduta, lo stesso giorno, la proposta fu discussa dal solo Consiglio dei cento: Dante si espresse ancora contro, ma alla fine prevalse la linea favorevole con 49 voti contro 32. Infine, sempre il 19, furono convocati gli altri Consigli e a quel punto la proposta fu ratificata a larga maggioranza. Tuttavia lampiezza della minoranza mostra come i Bianchi fossero divisi. Quanto a Dante, egli  schierato su posizioni lontane da quelle possibiliste di Vieri dei Cerchi.  probabile che la sua aperta e reiterata presa di posizione contro Bonifacio ottavo abbia pesato anche sulla condanna a cui andr incontro: con quegli interventi, infatti, egli si collocava tra i Bianchi pi oltranzisti.
Nel settembre (il 13, il 20 e il 28) prender ancora la parola nel Consiglio dei cento, sia allargato sia ristretto, su questioni che non toccano direttamente la situazione politica generale, tranne una, esaminata il 28, che invece ha evidenti risvolti politici. In quella seduta, tra i vari punti allordine del giorno figurava anche la concessione dellamnistia a Neri di Gherardino Diodati, condannato a morte nel settembre 1298 da una sentenza con la quale molti ritenevano che lallora podest Cante dei Gabrielli avesse voluto colpire il padre di Neri per motivi politici. Dante e il giudice Albizzo Corbinelli appoggiarono la proposta dei priori di concedere lamnistia, approvata con 73 voti contro 7. In quel settembre Dante era lontano dal prevedere che, solo quattro o cinque mesi dopo, Cante dei Gabrielli sarebbe stato colui che lavrebbe condannato, proprio insieme a Gherardino Diodati, a bruciare sul rogo.
Unoperazione di polizia.
Nel giugno 1301 Carlo di Valois comincia la sua marcia di avvicinamento allItalia. Viaggia con la moglie incinta (che in ottobre partorir a Siena) e uno scarso seguito di armati, non pi di 500 cavalieri. In luglio  a Torino e poi a Milano, governata dai Visconti; a fine mese transita per Modena (accolto dagli Este, nemici dei bolognesi) e arriva a Bologna. I bolognesi, legati da un trattato con i Bianchi di Firenze e resi diffidenti dallincontro con gli Este di pochi giorni prima, non si mostrano particolarmente calorosi. Carlo supera lAppennino per i valichi pistoiesi, si tiene a distanza da Pistoia, in mano ai Bianchi, attraversa il territorio fiorentino e quindi, in agosto, fa tappa a Siena, Orvieto e Viterbo. Il 2 settembre giunge ad Anagni, la citt natale nella quale Bonifacio ottavo soggiorna durante lestate. Qui il papa lo nomina capitano generale degli Stati della Chiesa, paciere di Toscana e rettore di Romagna. Adesso il Valois ha tutti i titoli per compiere la sua missione, consistente, come appare senzombra di dubbio, nel rovesciare il governo bianco di Firenze. Gi il 19 di quel mese riparte dirigendosi verso nord. La sua prima tappa, non a caso,  Castel della Pieve (4 ottobre), il luogo dove si trovano al confino gli esponenti Neri banditi al tempo del priorato di Dante e dove soggiorna Corso Donati. Durante questa tappa, alle sue forze si uniscono quelle dei Donateschi esiliati. Il 16 sosta a Siena.
Di fronte allapprossimarsi del pericolo i Bianchi fiorentini seguono una linea politica confusa e priva di fermezza. Si aggiunga che, siccome nessuna delle citt guelfe della Toscana si schiera con loro, possono contare solo sullalleata Bologna. Le loro speranze sono riposte nelle trattative che cercano di instaurare con il Valois e con il papa. Come segno distensivo anticipano di una settimana lelezione dei nuovi priori (il 7 ottobre anzich il 15); non solo, eleggono un Collegio formato da persone non apertamente schierate con i Cerchieschi. Uno dei nuovi priori  Dino Compagni, il quale, commentando i messaggi che i neoeletti mandavano ai concittadini, scriver: Demo loro intendimento di trattare pace, quando convena arrotare i ferri.
Forse qualche giorno prima di queste elezioni era partita per Roma una ambasceria fiorentina. La documentazione  incerta e lacunosa. Si trattava, in realt, di una ambasceria mista, fiorentino-bolognese. Sappiamo che i bolognesi lavevano approvata l11 ottobre, e che i loro ambasciatori erano partiti il 15. Del gruppo fiorentino faceva parte anche Dante. Furono ricevuti da Bonifacio a Roma, in Laterano (e non ad Anagni, come molti affermano), forse poco dopo il 20 ottobre. Il papa, in sostanza, chiese ai legati fiorentini che i governanti della citt si sottomettessero, e rimand immediatamente a Firenze due di loro, Guido Ubaldini da Signa, detto il Corazza, e Maso di Ruggerino Minerbetti, perch riferissero la sua richiesta.  probabile che Bonifacio cercasse di arrivare a una soluzione a lui favorevole senza dover ricorrere allintervento del Valois, senza cio dover contrarre debiti con la corona di Francia. Ma ormai era tardi per la soluzione diplomatica.
Il Valois  vicino alle mura di Firenze, dove chiede di entrare come pacificatore. In citt regna una grande confusione: molti Bianchi cominciano a schierarsi con laltra parte, i priori sono incerti sul da farsi: non se la sentono di decidere da soli e si consultano con un gran numero di organismi, comprese le corporazioni. Alla fine viene deciso di accogliere la richiesta, e cos il Valois, il 1 novembre, entra in Firenze ricevuto con tutti gli onori. Lavergli aperto le porte  stato lerrore pi grande commesso da Vieri e dagli altri capi della parte bianca. Le forze armate a disposizione del francese sarebbero state del tutto insufficienti per un attacco a una citt grande e munita come Firenze. La bianca Pistoia respinger analoga richiesta, e i Neri, per vincere la sua resistenza, dovranno impegnarsi in una guerra che si concluder solamente cinque anni dopo.
Di aver commesso un errore, forse i Bianchi fiorentini si sono accorti fin dal primo momento, quando hanno visto sfilare al seguito del Valois personaggi a loro tristemente noti: gi conosciamo Baldo dAguglione e Cante dei Gabrielli. Si aggiungano Musciatto Franzesi, uno spericolato finanziere, usuraio e commerciante in Francia, che della spedizione di Carlo era il coordinatore finanziario, definito da Compagni malvagio cavaliere (Musciatto aveva dato in sposa una sua sorella a Simone dei Bardi, vedovo di Beatrice); Maghinardo Pagani da Susinana, un romagnolo ghibellino pronto a passare dalluna allaltra parte (che muta parte da la state al verno104); Malatestino Malatesta, fratello di Gianciotto e di Paolo (della loro fosca vicenda Dante aveva scritto, forse, solo pochi mesi prima).
Come prima cosa, il Valois occupa con le sue poche truppe i ponti e le porte dOltrarno. I Cerchi, con unultima mossa disperata, scrivono al papa affinch invii a Firenze urgentemente il generale dei Frati minori, il cardinale Gentile da Montefiore, con il quale trattare la resa. I Neri, informati, decidono di accelerare i tempi. Convincono il Valois a chiedere i pieni poteri, al che i priori fissano una grande assemblea per il 5 novembre per decidere al riguardo. A questo punto i Neri rompono gli indugi e decidono di bruciare sul tempo anche questa iniziativa. Non vogliono che un intervento esterno possa defraudarli di una vittoria totale. E cos nella notte fra il 4 e il 5 novembre compiono un vero colpo di Stato. Corso Donati, che stazionava con i suoi armati nelle vicinanze di Firenze, entra in citt attraverso le porte custodite dai francesi. Secondo Dante, loperazione era concordata con il Valois: lui, che si era mosso dalla Francia senza esercito, sanzarme, armato solo della lancia di Giuda, cio del tradimento, trafisse Firenze senza nulla guadagnare, se non colpa e vergogna (Quindi non terra, ma peccato e onta / guadagner105). Per sei giorni i Neri scatenano una serie di violenze inaudite, dopo di che, annullate le condanne che pendevano su di loro (si ricorder che Corso era stato condannato a morte), si dedicano a preparare una persecuzione giudiziaria che si protrarr per molti mesi. Nel frattempo si assiste al voltafaccia di molti Cerchieschi, tra i quali Noffo di Guido Bonafedi e Neri di Jacopo del Giudice, che erano stati priori insieme a Dante; spicca soprattutto il tradimento di Lapo Saltarelli (che per non eviter la condanna a morte), un tradimento che per Dante deve essere stato particolarmente doloroso, tanto che poi far del suo compagno di lotta un esempio paradigmatico della decadenza morale di Firenze: scriver nella Commedia che ai tempi in cui era vissuto Cacciaguida un Lapo Saltarello avrebbe destato la stessa meraviglia che adesso, nella corrotta Firenze del 1300, suscita un Cincinnato.
I Neri non toccano gli Ordinamenti del Comune, ne occupano per tutte le cariche. Il braccio esecutivo delloperazione di pulizia che mettono in atto sono i podest. In un primo tempo Carlo di Valois attribuisce la carica a Cante dei Gabrielli, fedelissimo a Corso (9 novembre 1301 - 30 giugno 1302): gi il 18 gennaio 1302 Cante  in grado, dopo istruttorie quasi sempre basate sulla voce pubblica (fama publica referente), di emettere le prime sentenze. Il suo successore, Gherardino da Gambara di Brescia, sar ancora pi ligio. Complessivamente, nel 1302 furono pronunciate 559 condanne a morte, di cui, per, solo una piccola parte fu eseguita perch i condannati erano gi fuggiti dalla citt. Alle condanne a morte bisogna aggiungere quelle allesilio e al confino comminate a circa 600 persone, nonch tutti gli esili volontari. Va da s che ogni condanna si portava dietro un carico di distruzioni e di confische. 
Fu un esodo pari soltanto a quello dei Guelfi dopo la sconfitta di Montaperti. Uno storico ha scritto che, come era gi accaduto coi ghibellini, lesilio inflitto ai bianchi non si riduceva allespulsione di gruppi limitati o di personalit isolate. Veniva bens allontanato un blocco della classe dirigente e delle famiglie pi in vista della maggior potenza finanziaria europea. La diaspora dei Bianchi, pertanto, non fu priva di conseguenze per la vita economica e culturale della citt, sia nellimmediato, sia e soprattutto nei decenni seguenti. Le persone costrette a lasciare Firenze erano in prevalenza abbienti: prima di partire cercavano di liquidare i loro beni immobili; se soci di compagnie bancarie e commerciali, di riavere la loro quota di capitale; tutti, finch erano in tempo, ritiravano i depositi in banca. Non fu solo un esodo di persone, dunque, ma anche di capitali: si diceva che il solo Vieri dei Cerchi avesse portato con s ad Arezzo lenorme cifra di 600.000 fiorini doro. Forse non saranno stati proprio 600.000, ma quel numero rende lidea di quale impressione dovette fare sui fiorentini di allora la fuga dei capitali bianchi. Lesodo di capitali fu di proporzioni tali che fra il 1302 e il 1303 numerose societ finanziarie fallirono o andarono incontro a molte difficolt. 
Forte fu anche il colpo inferto alla vita culturale. Morti Bono Giamboni, Brunetto Latini e Guido Cavalcanti, le sole personalit che restavano furono quasi tutte esiliate (in questo frangente, come Dante o, alcuni anni dopo, come Francesco da Barberino) o emarginate, come Dino Compagni. Molti Bianchi esuli, come ser Petracco, padre di Francesco Petrarca, in esilio dallottobre 1302, Convenevole da Prato, che di Petrarca sar il primo maestro, Sennuccio del Bene (forse esiliato ai tempi della discesa di Enrico settimo) si ritroveranno in seguito presso la curia papale di Avignone sotto la protezione del cardinale Niccol da Prato (una delle figure chiave della vita politica e culturale dei primi decenni del Trecento) e qui coopereranno alla nascita di quel rivoluzionario movimento culturale noto come umanesimo. Firenze, invece, ne rest estranea. Depauperata dei suoi intellettuali migliori, non si inser nei circuiti della nuova cultura che si snodavano tra Avignone, Roma e il Veneto. La conoscenza dei classici, la padronanza di una lingua latina purificata dal loro esempio, un pi generale atteggiamento critico nei confronti dellautorit per molti decenni non attecchirono in una citt rimasta chiusa in una dimensione provinciale. 
La condanna a morte.
Sappiamo che Dante faceva parte dellambasceria inviata a Bonifacio ottavo, ma ignoriamo per quanto tempo si sia trattenuto a Roma e quali siano stati i suoi spostamenti successivi. Quasi sicuramente si trovava ancora a Roma al momento del colpo di Stato dei primi di novembre; Leonardo Bruni riferisce che Dante, partito da Roma, a Siena era venuto a sapere che la situazione di Firenze era irreparabile, e che perci avrebbe deciso di riunirsi con i compagni di partito che nel frattempo avevano lasciato la citt e insieme a loro si sarebbe incontrato a Gargonza con i rappresentanti degli antichi Ghibellini fuorusciti. Bruni condensa in poche righe avvenimenti che si sono svolti nello spazio di tre o quattro mesi, e ci diminuisce la credibilit del suo racconto. In particolare, riesce difficile pensare che Dante, in un frangente cos delicato e pieno di pericoli per i familiari, non abbia fatto ritorno in citt. Non  del tutto vero, infatti, che nel novembre egli non potesse vedere alcun riparo: i Neri avevano, s, preso il controllo della citt, ma la partita non era completamente chiusa. I Bianchi erano numericamente superiori, controllavano Pistoia, e i loro massimi dirigenti si trovavano ancora a Firenze. Ma soprattutto, anche se i Donateschi sembravano agire di conserva con il Valois, non era affatto detto che essi fossero in tutto e per tutto in sintonia con Bonifacio ottvo. Agli inizi di dicembre questi invia di nuovo a Firenze il legato Matteo dAcquasparta con lincarico di favorire una conciliazione tra le parti. Per circa un mese il cardinale cerca di convincere i Neri vincitori a condividere alcune cariche pubbliche con i Bianchi e si adopera per stringere patti di pace tra famiglie nemiche. Riesce perfino a coinvolgere Cerchi e Donati, e forse avrebbe raggiunto lo scopo se un fatto di sangue  luccisione di un figlio di Corso di nome Simone durante il suo tentativo, riuscito, di uccidere lodiato zio Niccol dei Cerchi  non fosse intervenuto a togliere ogni speranza di riconciliazione. Nello stesso mese tenta anche, ma invano, di aggiustare le cose a Pistoia facendo rientrare i Neri banditi. Insomma, la situazione di Firenze rimane, se non proprio aperta, suscettibile di sviluppi non catastrofici almeno fino alla fine dellanno o ai primi giorni del successivo.  quasi certo che tra novembre e dicembre 1301 molti Bianchi, sentendosi minacciati, abbandonarono la citt, ma  difficile pensare che si fosse creato un forte flusso di fuorusciti ai quali Dante potesse aggregarsi. Di sicuro, non  in questo periodo che i Bianchi autoesiliatisi possono pensare di accordarsi con i Ghibellini.
La situazione cambia a cavallo dellanno: i Neri mettono in moto la macchina giudiziaria. Le prime sentenze sono del 18 gennaio 1302 e, come quelle che seguiranno, condannano imputati contumaci. Dunque lesodo delle persone pi esposte deve essere cominciato da un po di tempo. Dante, come ex priore, era tra quelli esposti, e pertanto  probabile che lui pure possa aver lasciato la citt tra la fine del 1301 e linizio del 1302.
La campagna giudiziaria orchestrata da Cante dei Gabrielli colpisce i dirigenti bianchi che avevano occupato cariche pubbliche (e quindi non tocca i veri capi della Parte, come Vieri dei Cerchi, che in quanto magnati erano esclusi dalle magistrature pi importanti). Il 18 gennaio due distinte sentenze condannano, la prima, per baratteria, illeciti arricchimenti ed estorsioni, tre ex priori; la seconda, Andrea Filippi dei Gherardini, che era stato il capitano fiorentino a Pistoia e il massimo responsabile della persecuzione dei Neri di quella citt (e perci detto Cacciaguelfi). Baratteria e azioni contro i Neri pistoiesi saranno il Leitmotiv di tutte le sentenze che si succederanno fino alla met di marzo. Il 27 gennaio, nello stesso giorno, una prima sentenza condanna un ex priore, Gherardino Diodati, per baratteria, e una seconda Palmiero degli Altoviti, Dante Alighieri, Lippo di Rinuccio Becca e Orlanduccio di Orlando, tutti ex priori (Lippo aveva fatto parte della missione che aveva scoperto gli agenti degli Spini presso la curia romana). I capi dimputazione sono: baratteria, illeciti arricchimenti ed estorsione; avere approvato stanziamenti contro il Sommo Pontefice e contro Carlo di Valois per impedirne la venuta; aver operato per dividere Pistoia in parti e per espellere i Neri. 
Gli imputati sono condannati in quanto rei confessi per non essersi presentati, in conformit alla procedura penale fiorentina che equiparava la contumacia alla confessione. La condanna prevede una multa di 5000 fiorini piccoli, da versare al Comune entro tre giorni: qualora la multa non fosse stata pagata nel tempo prescritto, si sarebbe proceduto alla confisca, devastazione e distruzione dei beni, al confino fuori dal territorio toscano per due anni, alliscrizione infamante del nome negli statuti del popolo e allesclusione a vita dagli uffici e dai benefici pubblici. Le sentenze che Cante dei Gabrielli emetter per tutto il mese di febbraio (come quella contro Lapo Saltarelli del primo del mese) prevederanno tutte lo stesso schema accusatorio e, sostanzialmente, le stesse pene: da 2000 a 5000 fiorini piccoli di multa e circa due anni di confino (6000 fiorini e tre anni per Saltarelli).
Luso politico della giustizia persegue un obiettivo evidente: epurare la classe dirigente bianca. Si osservi che non viene comminata nessuna condanna a morte e che le pene pecuniarie non sono di grande entit. Cinquemila fiorini piccoli corrispondono allincirca a 170 fiorini doro, una cifra molto elevata per le povere finanze di Dante, ma certo alla portata di quasi tutti gli altri condannati. In ogni caso, la sproporzione tra lentit della multa e il valore dei beni che verrebbero rasi al suolo in caso di mancato pagamento  evidente: eppure, nessuno si  presentato a pagare per salvare il proprio patrimonio immobiliare. Tutti sapevano che in quel clima di legalit solo apparente ottemperare a quella sentenza non li avrebbe messi al sicuro. Del resto non sembra che i Neri siano interessati a eliminare fisicamente gli avversari, il loro scopo sembra piuttosto quello di decapitare il nucleo dirigente bianco costringendolo a emigrare e a restare lontano dalla citt. 
Nel marzo 1302, improvvisamente, latteggiamento degli inquirenti si fa molto pi duro. Il giorno 10, Cante emette una sentenza contro quindici imputati, fra i quali Dante. Erano gi stati tutti condannati a pene pecuniarie e al confino, ma adesso per loro scatta la pena di morte sul rogo, e questo perch non si erano presentati a discolparsi. Per tutti laccusa  la stessa: baratteria e lucri illeciti.  una sentenza breve e poco argomentata, ha il sapore di una rappresaglia. Capitali saranno anche tutte le condanne che si susseguiranno nei giorni successivi. I Neri, dunque, dallepurazione sono passati alla vendetta. A spingerli a tanta durezza deve essere stato qualcosa accaduto tra il 10 febbraio, data delle ultime condanne a pene pecuniarie e al confino, e il 10 marzo. 
 pi che probabile che sia avvenuto proprio in quellarco di tempo lincontro di Gargonza tra i fuorusciti bianchi e i fuorusciti ghibellini. Gargonza  un castello situato su un colle in Val di Chiana, territorio di Arezzo, appartenente alle famiglie degli Ubertini e dei Pazzi, ghibelline e fieramente ostili ai Guelfi di Firenze. Ubertini e Pazzi in quel periodo stavano per lappunto conducendo nel Valdarno superiore una guerriglia che aveva loro consentito di recuperare alcuni castelli conquistati dai fiorentini una decina danni addietro. Non abbiamo testimonianza alcuna di cosa quelle persone fino a quel momento nemiche si siano dette e di quali patti abbiano stretto. Probabilmente gettarono le basi di una alleanza antifiorentina che sar perfezionata ai primi di giugno nel Mugello. E nemmeno abbiamo la prova che Dante vi abbia partecipato: lunico indizio in tal senso  la sua condanna a morte, forse proprio come rappresaglia per la partecipazione a quel convegno.
Pur in assenza di informazioni,  intuibile che lincontro di Gargonza segn una svolta radicale nella politica di Guelfi e Ghibellini, una svolta che agli occhi dei contemporanei dovette apparire un fatto inaudito. Gi altre volte i Cerchieschi avevano stretto accordi con i Ghibellini (per esempio a Pistoia, in funzione antinera), ma si trattava di accordi episodici e strumentali. A Gargonza, per la prima volta, una parte dei Guelfi fiorentini si alle con i nemici storici di Firenze, e per di pi per muovere in armi contro la propria citt. Agli occhi dei fiorentini ci si configurava come un tradimento. Tanto pi che laccordo, sebbene ancora da perfezionare, divent subito operativo, rinfocolando da aprile la guerriglia delle forze ghibelline ai danni di castelli e postazioni fiorentine del Valdarno superiore. Era inevitabile che il popolo di Firenze, nel quale il sentimento antighibellino era radicato fin dalla strage di Montaperti, si avvicinasse sempre pi alla fazione dei Neri, sentita come baluardo dellidentit guelfa della loro citt. La risposta dei Neri, forti del favore popolare, fu limmediata rappresaglia giudiziaria, alla quale, poi, segu una dura repressione. Le innumerevoli condanne a morte che si susseguirono a partire da aprile per infittirsi ulteriormente durante lestate furono il riflesso sul piano giudiziario della guerra guerreggiata che si combatteva alla periferia del territorio fiorentino.

Parte seconda. LESILIO. 

1. IN GUERRA CON FIRENZE.

1302 1304.
la compagnia malvagia e scempia.1
Arezzo e il blocco geopolitico antifiorentino
Dei fuorusciti fiorentini molti si rifugiano nella bianca Pistoia, i pi nella ghibellina Arezzo. Questultima citt era il punto di riferimento di unarea regionale assai vasta: ne facevano parte il Valdarno superiore e il grande complesso montuoso che, verso nord, si estende fino alla Romagna. La nostra percezione della zona comprendente il Casentino, lalto Mugello, il crinale e il versante romagnolo dellAppennino, il Montefeltro  distorta dai confini amministrativi che oggi la dividono (Toscana, Romagna, Marche) e dal profondo cambiamento degli assi viari tra il Nordest e il Centro dellItalia intervenuto in epoca moderna. Siamo portati a percepire come entit separate ci che, allora, era sentito come un insieme unitario e a considerare come periferica una regione che ai tempi di Dante aveva ancora un notevole peso politico e strategico. In questarea, priva di grandi centri urbani, sopravviveva, indebolito ma tuttaltro che spento, un sistema politico di stampo feudale imperniato su alcune grandi famiglie nobiliari. Pur tra molte disparit, vi prevaleva lantiguelfismo, che si esplicava nella resistenza alle pretese papali-angioine nella zona feltresco-romagnola e allespansionismo di Firenze in quella toscana.
La pi potente consorteria della regione era quella dei Guidi, conti palatini. Fra Due e Trecento non erano pi la grande famiglia unita che nel dodicesimo secolo estendeva i suoi possedimenti su vaste aree di Romagna e Toscana, ma, bench ristrettisi tra il Casentino e la fascia pedemontana che lambisce Faenza e Forl, dominavano ancora un ampio territorio. Il loro declino era cominciato nei primi decenni del Duecento quando, come altre dinastie feudali, si erano divisi in vari rami, ciascuno dei quali manteneva il titolo comitale: di Bagno, di Battifolle, di Modigliana-Porciano, di Romena, di Dovadola. Li separavano interessi economici e schieramento politico: se i Guidi di Modigliana-Porciano erano fermamente ghibellini, quelli di Dovadola e di Battifolle erano guelfi; altri rami, come quello di Romena, oscillavano a seconda delle circostanze e delle opportunit. 
Si estendevano tra il Mugello e il versante appenninico bolognese i possedimenti della grande famiglia ghibellina degli Ubaldini. Quelli del ramo della Pila (il cui uomo di spicco era stato quel cardinale Ottaviano nominato insieme a Federico secondo nel canto 10 dellInferno) avevano la loro base territoriale nel Mugello. Meno cospicue erano le famiglie montefeltrane, che sopperivano alle ridotte entrate economiche del territorio con i proventi del mestiere delle armi. Pi volte abbiamo accennato al grande condottiero Guido da Montefeltro e a suo figlio Buonconte; fra Due e Trecento la figura di spicco  quella di Uguccione della Faggiola, feudatario della Massa Trabaria con sede principale a Corneto. 
Diversa era la situazione del Valdarno superiore. Qui, infatti, erano insediate casate meno potenti di quelle della montagna tosco-romagnola, come gli Ubertini e i Pazzi (distinti dai Pazzi di Firenze, legati allo schieramento nero), entrambe infeudate ai Guidi. Queste famiglie erano state progressivamente spogliate di molti diritti e di molti possedimenti dal Comune fiorentino, e pertanto conducevano contro Firenze una sorta di guerriglia dai fiorentini considerata brigantaggio.
Che i Bianchi di Firenze, i grandi feudatari tosco-romagnoli, i ribelli del Valdarno e gli antichi fuorusciti ghibellini si incontrassero ad Arezzo era dunque nellordine delle cose. Probabilmente, a spingere i Cerchieschi a cercare subito un accordo con forze che, per un motivo o per laltro, erano ostili a Firenze fu la fiducia di poter rapidamente rovesciare la situazione unendo alla loro potenza finanziaria lesperienza militare dei Ghibellini fuorusciti e dei feudatari della montagna. E questo, fra i tanti, fu il loro errore pi grande. Da esiliati che tentavano, legittimamente, di ritornare in patria si trasformarono in ribelli, in nemici non solo della parte nera ma dellintera citt.
Il successo degli assalti condotti nella primavera del 1302 ad alcuni castelli del Valdarno superiore sembr dare loro ragione. Ma dovettero capire ben presto che azioni militari di corto respiro e, per di pi, a cos grande distanza dalla citt non erano risolutive; e dovettero pure capire che Ubertini e Pazzi si muovevano soprattutto per i loro interessi: erano alleati, peraltro poco determinanti dal punto di vista militare, di cui non potevano fidarsi. La prova lavranno nel luglio 1302, quando Carlino dei Pazzi, dietro la promessa di un compenso in denaro, della restituzione dei possedimenti confiscati e della liberazione di un figlio catturato poco prima, consegner al podest di Firenze Gherardino da Gambara il castello di Castel del Piano (o Pian tra Vigne), che i fiorentini assediavano invano da tre settimane. Ne seguiranno prigionie ed esecuzioni. NellInferno Camicione dei Pazzi, confitto nel ghiaccio della Caina in quanto traditore dei parenti, dichiarer a Dante di aspettare che arrivi il suo congiunto Carlino, la cui colpa far apparire pi lieve la sua, che pure  gravissima. Insomma, i Bianchi avevano bisogno di collegarsi a forze antifiorentine pi affidabili e pi incisive. E, soprattutto, di portare la guerra nelle vicinanze di Firenze.
LUniversit dei Guelfi bianchi
Nel frattempo i Bianchi si erano organizzati dando vita (probabilmente ad Arezzo, dove erano confluiti i loro maggiorenti, tra cui Vieri dei Cerchi) allUniversit della Parte dei Bianchi di Firenze (Universitas partis Alborum de Florentia). Era una associazione che regolava i rapporti interni e gestiva quelli con i Ghibellini fuorusciti, con i signori feudali e con le citt amiche. La costituzione di universitates sul modello delle magistrature nelle quali il partito si articolava in patria era quasi la norma sia per i Guelfi sia per i Ghibellini esiliati. Il fatto nuovo  che questa Universit organizza una parte dei Guelfi contro unaltra parte.  sintomatico che, mentre i Bianchi vanteranno sempre il loro guelfismo, i Neri li tacceranno di ghibellinismo, fino al punto di chiamarli Ghibellini. Altra novit  lufficializzazione del passaggio semantico del termine bianco da segnale neutro (comera quando designava la compagnia bancaria bianca dei Cerchi per distinguerla da quella nera) a forte indicatore politico. LUniversit  retta da un consiglio segreto di quattro membri, da un consiglio maggiore di dodici e da un capitano militare. Come primo capitano fu nominato il ghibellino Alessandro dei Guidi di Romena. Su questa nomina, avvenuta durante il periodo in cui lUniversit era insediata ad Arezzo, avr influito la circostanza che vescovo della citt era Ildebrandino, fratello minore di Alessandro e lui pure ghibellino. 
Una volta organizzati, i Bianchi individuano i loro veri alleati nelle famiglie feudali dellAppennino. L8 giugno 1302, a San Godenzo, una localit del Mugello posta quasi sul crinale, vicino allodierno passo del Muraglione, in un palazzo di propriet dei Guidi di Modigliana-Porciano detto dello specchio perch, caso raro a quei tempi, dotato di vetrate, si incontrano diciotto eminenti personaggi di parte bianca e ghibellina: in rappresentanza dei Bianchi troviamo, oltre a Dante, nomi a noi ben noti, come Vieri dei Cerchi e Andrea dei Gherardini; tra gli esuli ghibellini, un nipote di Farinata, Lapo di Azzolino degli Uberti, gi presente, forse, anche allincontro di Gargonza. Persone, dunque, che in precedenza si erano duramente combattute e che adesso, davanti a un notaio, sottoscrivono un atto con il quale si impegnano a risarcire Ugolino degli Ubaldini dei danni che le sue propriet nel Mugello avrebbero patito nella guerra imminente contro i Neri di Firenze. Inizia cos la prima campagna mugellana, combattuta tra il giugno e il settembre 1302. Sar ricca di scontri ma, nel complesso, inconcludente, cosicch finir per rafforzare i Neri. 
I quali cominciano anche a ottenere qualche significativo successo su un altro fronte di guerra, quello pistoiese. Qui entra in scena un personaggio che avr un ruolo molto importante nella vita di Dante, il gi citato marchese Moroello Malaspina di Giovagallo in Lunigiana. Dedito, come molti esponenti di grandi casati feudali, al mestiere di condottiero, nel 1302 si era messo al servizio di lucchesi e fiorentini assumendo la carica di capitano generale nella guerra contro la bianca Pistoia. Ai primi di settembre, dopo un lungo assedio, fece capitolare la fortezza di Serravalle: Dante, che dal 1306 sar suo ospite e godr della sua protezione, a quella vittoria ottenuta ai danni dei suoi amici politici di allora alluder nella Commedia, con tono quasi celebrativo, paragonando Moroello a un fulmine che si forma nella valle della Magra e che si abbatte sul territorio pistoiese tempestosamente s chogne Bianco ne sar feruto.2
A peggiorare la situazione dei Bianchi interviene anche latteggiamento di Uguccione. Questi, dopo aver combattuto a lungo tra le file ghibelline in Romagna contro gli eserciti papali e angioini, nel 1302 era stato nominato podest di Arezzo. I Bianchi, che credevano di avere in lui un sicuro alleato, ignoravano che proprio nei mesi in cui loro si rifugiavano nella sua citt Uguccione si era riavvicinato alla Chiesa e ai Guelfi e aveva in corso trattative con Bonifacio ottavo per ottenere benefici per s, per il figlio e per il Comune aretino. Raggiunto laccordo con il papa, Uguccione comincia a rendere difficile la vita dei fuorusciti, e cos, tra la fine del 1302 e linizio del 1303, lUniversit valica lAppennino e fissa la sua base operativa a Forl, che da molti anni era il centro del ghibellinismo romagnolo. Proprio il signore della citt, Scarpetta Ordelaffi, assume la carica di capitano. 
Sotto il suo comando la seconda campagna mugellana comincia presto, ma altrettanto presto i fuorusciti subiscono i primi rovesci. Particolarmente grave  la sconfitta patita nel tentativo di occupare il castello di Pulicciano, a poca distanza da Borgo San Lorenzo, che avrebbe consentito il controllo della principale via di comunicazione del Mugello. Qui, sulla met di marzo 1303, i Bianchi e i loro alleati sono sbaragliati dai fiorentini guidati dal podest Fulcieri da Calboli. Oltre che tra fiorentini, si tratt di uno scontro tra forlivesi, dal momento che la famiglia guelfa dei Calboli era rivale di quella ghibellina degli Ordelaffi, dai quali era stata esiliata da Forl nel 1294. Lodio nei confronti dellOrdelaffi pu anche spiegare la particolare crudelt del trattamento riservato da Fulcieri ai vinti, crudelt, peraltro, di cui Fulcieri d prova per tutto il corso della sua podesteria, tanto che i cronisti lo ricordano come uomo feroce e crudele e Dante, nel Purgatorio, ne traccia un impietoso ritratto come cacciator di carne umana. 
In quello stesso mese di marzo, tuttavia, i Bianchi aprono con Bologna una trattativa che in maggio porta alla stipula di una vasta alleanza antifiorentina tra loro, Bologna, gli Ubaldini, la bianca Pistoia, le citt ghibelline di Romagna (Forl, Faenza, Imola) e Cervia, retta dalla famiglia guelfa dei Polentani. A capo dellesercito  nominato il ferrarese, ma nemico degli Este, Salinguerra dei Salinguerri. Tuttavia lalleanza, poderosa sulla carta, non ottiene risultati militari di rilievo. Per di pi, sembra che ai Bianchi comincino a scarseggiare le risorse finanziarie, tanto che, fra maggio e giugno, sono costretti a contrarre prestiti, peraltro di non grande entit: il 18 giugno si riunisce a Bologna il loro stato maggiore al gran completo, compreso lOrdelaffi, per accendere un mutuo di soli 450 fiorini. Sul fronte pistoiese, poi, i Bianchi devono registrare un altro tradimento dei Pazzi: questa volta  Pazzino dei Pazzi a cedere, in maggio, il castello di Montale, situato a met strada tra Prato e Pistoia, dietro un compenso in denaro. Insomma, anche il secondo anno di guerra non produce buoni risultati. Tra i pochi eventi favorevoli i Bianchi possono registrare il fatto che Uguccione della Faggiola, chiusa la parentesi filopapale, era ritornato alla fede ghibellina e si era aggregato allalleanza dei fuorusciti: ci riapre loro le porte di Arezzo, che cos ridiventa una delle loro principali basi operative. Nel novembre 1303, come capitano dellUniversit troviamo non pi Scarpetta Ordelaffi, ma Aghinolfo dei Guidi di Romena, fratello del primo capitano Alessandro.
Le novit che imprimeranno una svolta alla guerra tra Bianchi e Neri accadono in autunno, e non dipendono dalla volont delle parti in causa. L11 ottobre 1303, a poca distanza dalloltraggio di Anagni, muore Bonifacio ottavo. Un conclave particolarmente rapido elegge, il 22 dello stesso mese, il domenicano Niccol di Boccasio, stretto collaboratore di Bonifacio ma di scarso peso politico, che prende il nome di Benedetto undicesimo. Gi nei primi mesi di pontificato si intromette nella complicata questione fiorentina nel tentativo di arrivare a una pacificazione tra le parti. Il tentativo susciter grandi speranze nei Bianchi, ma ben presto si riveler velleitario, tanto da provocare una ripresa della guerra ancora pi sanguinosa.
La solitudine dellesule
Prima delle sentenze del 18 gennaio 1302 Dante lascia Firenze e si aggrega agli altri esuli ad Arezzo.  solo o  accompagnato dalla famiglia? I provvedimenti giudiziari non toccarono il fratello Francesco, che rimase a Firenze. Non sappiamo se vi abbia vissuto indisturbato o abbia avuto qualche guaio di riflesso: risulta che un cugino, Cione di Brunetto, nel 1306 fu tassato in quanto ghibellino (nome che veniva dato anche ai Bianchi ribelli); ma risulta pure che altri Alighieri, come Cione di Bello, militarono tra le file dei Neri. 
Per quanto riguarda Gemma, Boccaccio non ha dubbi: [Dante] lasciatavi [a Firenze] la sua donna, insieme con laltra famiglia, male per picciola et alla fuga disposta, di lei sicuro, perci che di consanguineit la sapeva ad alcuno de prencipi della parte avversa congiunta, di se medesimo or qua or l incerto, andava vagando per Toscana. Egli, dunque, avrebbe lasciato a Firenze sia la moglie sia i figli, ancora piccoli, e avrebbe imboccato da solo la strada dellesilio. Boccaccio avr avuto queste notizie dalle stesse persone che lo avevano informato del ritrovamento del quadernetto. In effetti esse collimano con quel racconto. Sono amici e parenti, evidentemente in assenza di Dante, a consigliare Gemma di nascondere le cose pi preziose in luogo sicuro. La prima redazione del Trattatello precisa che i forzieri erano stati portati in luoghi sacri: potrebbe trattarsi del convento francescano di Santa Croce, nel quale era frate Bernardo Riccomanni, figlio di Tana, lo stesso a cui Dante nel 1315 potrebbe aver inviato, ma  ipotesi quanto mai incerta, lepistola a un amico fiorentino. Abbiamo visto che Tana e il marito Lapo, tramite il fratello Pannocchia, hanno soccorso finanziariamente Dante; non sorprenderebbe, dunque, se anche in quei drammatici frangenti avessero prestato il loro aiuto convincendo il figlio a nascondere nel suo convento i beni da mettere al sicuro. 
Che il piano di Dante fosse quello di lasciare moglie e figli a Firenze risulta con sufficiente chiarezza: dai primi giorni del novembre 1301 Corso Donati era il vero padrone della citt, e Gemma era pur sempre una Donati. Era lecito supporre che una rete familiare di protezione si sarebbe stesa su di lei.  ipotizzabile che il padre di Gemma, Manetto Donati, abbia chiesto rassicurazioni. Del resto, sarebbe stato davvero difficile per i pi stretti congiunti di Dante abbandonare Firenze per seguire un esule privo di sostanze economiche e, soprattutto, di protettori presso i quali collocare, se non s stesso, almeno i suoi cari. 
E per levolversi della situazione politica far fallire questo disegno. Ben presto verr Gargonza, si accender la guerriglia nel Valdarno superiore e latteggiamento dei Neri cambier radicalmente. I Neri non perseguiranno pi avversari da allontanare dal teatro della lotta politica, ma nemici che avevano tradito la patria. Da qui le sistematiche condanne a morte e una repressione che coinvolger anche i parenti dei condannati.
Il 9 giugno 1302 il Comune nomina un ufficiale con il compito di amministrare i beni dei condannati per baratteria o per colpe politiche, di cacciare dalla citt i loro figli che avessero superato i quattordici anni e le loro mogli (e questi provvedimenti saranno addirittura inaspriti nel gennaio dellanno successivo). Che uno degli ispiratori di quella delibera sia stato quel Nicola Acciaioli che alcuni anni prima aveva manomesso, con laiuto di Baldo dAguglione, il fascicolo giudiziario per lui compromettente d il segno di quanto fosse coesa la cricca che agiva intorno a Corso. Nel mese di giugno, dunque, Gemma  costretta a lasciare Firenze. Per le ragioni appena dette,  improbabile che abbia raggiunto Dante, il quale, in quel periodo, si muoveva tra Arezzo, il Mugello e il Casentino.  pi probabile che i Donati o i Riccomanni abbiano provveduto a sistemarla con i figli in qualche propriet fuori Firenze e si siano fatti carico del loro sostentamento. Nulla di positivo sappiamo dei rapporti intercorsi fra Dante e la sua famiglia dopo quella data. Secondo Boccaccio, con la moglie non si incontr pi. Ma questa  una idea sua, tutta da dimostrare. Alcuni indizi, al contrario, inducono a credere che un paio di anni dopo la famiglia si sia, temporaneamente, ricongiunta.
Nella mischia
Dante entra subito in azione. Quasi certamente partecipa allincontro di Gargonza, di sicuro alla formazione dellUniversit dei Bianchi. Come i suoi compagni, anche lui doveva essere convinto che una prova di forza immediata potesse rovesciare la situazione. O forse anche in lui la voglia di rivincita era tale da non consentirgli di valutare le conseguenze che laccordo stipulato a caldo con fuorusciti ghibellini e famiglie ribelli del Valdarno avrebbe provocato. Chiss cosa provava dentro di s trovandosi seduto allo stesso tavolo con Lapo degli Uberti, con il quale si era scontrato poco pi di dieci anni prima nella piana di Campaldino: o riteneva che, come altre volte, lincontro con i nemici ghibellini sarebbe stato strumentale e di breve durata o la sensazione di avere subito uningiustizia era talmente bruciante da impedirgli di sentirsi traditore della patria.
NellUniversit occupa un ruolo direttivo come membro del Consiglio dei dodici. Pare assodato che di quellorgano fosse segretario o cancelliere, cio estensore delle epistole, dei verbali e dei dispacci ufficiali. Tra i banchieri e i mercanti che formavano il nucleo dirigente bianco non dovevano essere molte le persone in grado di svolgere quellincarico tecnico-politico. Lo sarebbe stato Lapo Saltarelli, ma questo fine legista, dopo il suo tentativo di passare dallaltra parte, anche se non del tutto emarginato non risulta pi compreso nella cerchia dei dirigenti. Dante aveva esperienza politica e, soprattutto, aveva la capacit di dettare epistole latine con una eleganza e una disinvoltura ignote a chiunque altro.  probabile che la mansione di cancelliere o segretario fosse retribuita e che questa sia stata la sua fonte di sostentamento per quasi due anni. 
Certo, se si  interrogato sulla stranezza di trovarsi a collaborare con Lapo degli Uberti, Dante non pu non aver riflettuto anche su quanto la realt presente smentisse le aspettative con le quali per oltre un quindicennio aveva costruito la sua immagine di intellettuale esperto di retorica, poetica e filosofia. Lui, che mirava a succedere a Brunetto come coscienza critica del Comune, come saggio che metteva il suo sapere al servizio della comunit, non solo si era ridotto a uomo di parte, rendendosi oggettivamente corresponsabile della divisione della citt, ma adesso contro la citt usava, addirittura, la sua abilit di dictator, rendendosi cos corresponsabile anche della foga revanscista dei Ghibellini, gli antichi e pi acerrimi nemici di Firenze.
In quanto cancelliere, Dante opera vicino al centro delle decisioni e, probabilmente, anche ai teatri delle operazioni militari. E infatti lo troviamo in giugno a San Godenzo a garantire (a nome della Parte, ovviamente, e non certo con i suoi mezzi) a favore degli Ubaldini. In particolare avr avuto contatti stretti con la famiglia dei Guidi di Romena, da cui provengono, come si  detto, due capitani dellUniversit; sappiamo, inoltre, che ha rapporti con Oberto e Guido, figli di Aghinolfo.
E tuttavia non sar stata solamente la politica a riempire le sue giornate casentinesi. A Romena o negli altri castelli della famiglia (come Montegranelli, residenza di Oberto) lo avranno inseguito anche certi fantasmi che occupavano la sua fantasia fin dalla giovinezza fiorentina e ai quali, molto probabilmente, aveva da poco dato forma nel poema iniziato e forzatamente interrotto. Oberto, infatti, era sposato con Margherita, figlia di Paolo Malatesta, lamante di Francesca da Polenta, e Alessandro lo era, in seconde nozze, con Caterina Fantolini, figlia di primo letto di una Zambrasina Zambrasi la quale, rimasta vedova, aveva sposato Gianciotto lanno dopo che questi aveva ucciso la moglie.
Negli anni a venire Dante cambier pi volte il suo giudizio sui clan familiari da lui frequentati in quella prima fase del soggiorno nel Casentino, cio i rami Guidi di Romena e di Modigliana-Porciano: molto duro si mostrer con i fratelli di Romena. Ma al paesaggio del Casentino e del crinale tosco-romagnolo (luoghi nei quali soggiorner pi e pi volte) rester sempre sentimentalmente legato. Sono le acque a fissarsi nel suo ricordo: dalla Fonte Branda, che sgorga proprio sotto le mura del castello di Romena e alla cui acqua lassetato maestro Adamo rinuncerebbe pur di vedere puniti insieme a lui gli ancora viventi Alessandro e Aghinolfo, ai ruscelletti che di verdi colli / del Casentin discendon giuso in Arno, / faccendo i lor canali freddi e molli3 fino alla cascata dellAcquacheta (nella valle del Montone, terra dei Guidi di Dovadola) che rimbomba l sovra San Benedetto / de lAlpe per cadere ad una scesa / ove dovea per mille esser recetto.4 Il rimbombo dellAcquacheta era forse uno dei suoni pi familiari a Dante lungo la strada che scollina per scendere a Forl, strada che tra la primavera del 1302 e quella del 1303 egli deve aver percorso molte volte in entrambe le direzioni. 
Verso la fine del 1302 o allinizio del 1303 anche lui, come tutta lUniversit, lascia Arezzo e si trasferisce a Forl. In quanto segretario avr frequentato la corte del nuovo capitano Ordelaffi e avr collaborato con la sua cancelleria, a capo della quale era un Pellegrino Calvi di cui nientaltro possiamo dire.
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FINE Parte 1.